27 Aprile 2018: Ricordando oggi il 6° anniversario della morte di P. Giovanni De Biasio

27 Aprile 2018: Ricordando oggi il 6° anniversario della morte di P. Giovanni De Biasio

...desidero riproporre un suo scritto sulla vocazione dei nostri santi Padri Fondatori. (Preposito Generale)
27 Aprile 2018 - Di P. Pietro Fietta - Preposito



P. Giovanni De Biasio.

27 Aprile 2018

Ricordando oggi il 6° anniversario della morte di P. Giovanni De Biasio, desidero riproporre un suo scritto sulla vocazione dei nostri santi Padri Fondatori. Questo scritto, oltre a rivelare il grande amore di P. Giovanni verso i nostri cari Padri, ci aiuta a riscoprire il grande dono che il Signore ci ha fatto chiamandoci a fare parte della famiglia delle Scuole di Carità. La risposta generosa dei nostri Fondatori alla chiamata del Signore ci faccia sempre più apprezzare il dono della vocazione sacerdotale e religiosa e il Signore ci doni santità e perseveranza.

P. Pietro Fietta, Superiore Generale

 


 

LA VOCAZIONE DI ANTONIO CAVANIS

La sera del 21 marzo 1795, un giovane veneziano di 23 anni riprende in mano il quaderno-diario personale che aveva iniziato sotto la guida paterna già dall’età di sette anni, e registra: “Questa mattina col divino aiuto sono stato ordinato sacerdote da Mons. Giovanelli, Patriarca di Venezia… Dio voglia che questo divenga il giorno più felice per me, corrispondendo a tanta grazia, non curando mai più altro che Dio, che sia solo la mia ricchezza, e il mio bene adesso e in eterno” (EM I, p. 111).

Il giovane sacerdote è Antonio Angelo Cavanis. Con il consenso e la benedizione di sua madre, aveva deciso di lasciare la carriera e l’impiego nella Segreteria della Repubblica di Venezia. Non è stata una decisione né facile, né improvvisa. Non facile per l’opposizione iniziale di suo padre che vedeva in lui, il primogenito, il continuatore della famiglia; non improvvisa, perché aveva ricevuto una buona educazione in famiglia e in parrocchia e il richiamo di una consacrazione a Dio era cresciuto in lui con l’età. Era divenuto più intenso mentre completava gli studi classici con i corsi di filosofia e teologia presso i padri Domenicani del vicino convento delle Zattere, quale alunno esterno. Abituato ad esprimersi anche in versi, ci fa conoscere i pensieri del suo cuore in un sonetto scritto il giorno in cui decide di abbracciare lo stato ecclesiastico (7 marzo 1794):

Mondo, non io dei tuoi nel ruol mi scrivo
Gli affetti del mio cuor più degno oggetto
Tutti rapisce a sé. Vivo soggetto    
Se servo a te; se a lui, libero vivo.

Dolce Signor è il mio: se a te m’ascrivo,
Servo un crudo tiran, han dolce aspetto
Gl’inganni tuoi; m’attrae con certo affetto
Quegli cui dò il mio cor pronto, giulivo.  (POSITIO p. 64)

Quella sera Antonio Angelo è contento. Capisce e prega perché diventi il giorno più felice della sua vita; così sarà se gli corrisponderà alle grazie, al dono, alla chiamata ricevuta: porre dio e soltanto Dio al centro della sua vita di sacerdote, porre in Lui in centro, la totalità degli affetti, lo scopo e la ricchezza della sua realizzazione.

Conoscendo ora tutta la vita di P. Antonio Angelo Cavanis, dobbiamo riconoscere che quella preghiera e speranza è stata esaudita, che la sua lunga vita sacerdotale ha segnato un progresso continuo nell’unione con Dio, nel fare la sua volontà e seguirla, attento a quelle indicazioni e a quei segni che il Signore gli mandava.

I segni dei tempi, noi li chiamiamo oggi. P. Antonio Cavanis è addetto alla parrocchia natia di Sant’Agnese a Venezia, come aiuto del parroco. Si dedica a tutte le forme di preghiere e di apostolato proprie di una parrocchia: celebrazione della S. Messa e predicazione, amministrazione dei sacramenti, in particolare quello della penitenza, a tutti ma con speciale riguardo agli ammalati, catechismo e coordinatore dei catechisti perché è un prete giovane e l’incontro pedagogico con i ragazzi gli riesce facile; perché è fornito di buona scienza teologica e conoscenza della Sacra Scrittura e mentre introduce i giovani alunni nel mistero di Dio li avvince con le sue parole piene di fede e di zelo. Nella Catechesi e nell’organizzare l’assistenza ai poveri gli è di grande aiuto il fratello Marco, laico che occupa il suo tempo alla Cancelleria ducale.

Marco è più giovane di due anni, di carattere vivace e attivo ha preso la strada tradizionale ai giovani Cavanis, quella dell’impiego pubblico nella classe dei Segretari della Repubblica. Conosce bene l’ambiente popolare del Sestiere della città in cui vive, che frequenta e chi non frequenta la chiesa, chi ha un lavoro e chi invece non ha neppure il pane quotidiano.

Siamo ormai nel 1797. Anche nella millenaria Repubblica di Venezia sono arrivate le novità politiche, sociali, filosofiche maturate in Francia nel periodo dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese. Venezia con Napoleone perde la propria indipendenza e dignità di Stato, diventa una semplice provincia prima dell’Impero Austro-Ungarico e poi per alcuni anni di quello napoleonico. Diminuirono drammaticamente: tradizionali commerci con l’oriente e anche i lavori presso l’Arsenale; con la disoccupazione ecco la povertà e l’impossibilità per tante povere famiglie di crescere ed educare i figli.

Di scuola per i figli dei poveri non si può parlare: ecco perché questi ragazzi riempiono le strade, esposti a tutti i pericoli, motivo di preoccupazione e anche di paura per la città.

Questi ragazzi semi abbandonati e privi di educazione diventano i segni della volontà di Dio per quei tempi. Che fare? Marco ci pensa e ripensa, anche quando prega. Si ricorda che il Regno di Dio è  come la piccola semente che poi germoglia e cresce e diventa un albero utile a tante persone e anche agli uccelli del cielo. Ma egli passa quasi tutto il giorno nel suo ufficio del Palazzo Ducale…una sera tornando dal lavoro, prende una decisione. Non è bello interferire nella vita degli altri, né caricare su spalle altrui il proprio peso, ma pensa “è mio fratello e poi è anche prete: come farà a dirmi di no?” Senti, don Antonio, la signora Agazzi la mamma del piccolo Francesco è disperata, così come lo sono alcune altre povere donne della parrocchia: non potresti trovare qualche tempo, diciamo una due  ore al giorno per prenderti quei ragazzi, fare loro un po’ di scuola leggere, scrivere, far di conto e anche un po’ di istruzione cristiana? Naturalmente gratis, aggiunge Marco: non sono famiglie che possono pagare.

Dio ha fatto la sua domanda, tramite Marco. Don Antonio è perplesso perché questo nuovo impegno sposta l’asse dei suoi programmi pastorali e poi egli non ha mai pensato di dedicarsi all’insegnamento; prete vuole essere e non maestro di scuola.

Marco insiste: fammi questo piccolo atto di carità. La corda dell’amore, a Dio e a queste povere famiglie, risuona limpida nel cuore di don Antonio. Sarà questo “piccolo atto di carità” come “la tenue sorgente donde scaturirà grossa piena di acque fecondatrici che vennero a irrigare il cuore incolto di innumerevoli giovani” (cfr. NOTIZIE intorno alla fondazione della Congregazione delle scuole di Carità. Ristampa Venezia 1967, p. 10).

Sì, sarà prete ed educatore cioè padre della gioventù del suo tempo.

A poco a poco, dice il libretto delle Notizie, cioè superati i primi dubbi e timori, capisce che il Signore gli fa un dono speciale, diremmo una vocazione carismatica a servizio della Chiesa e della Società: “si sentì destare nel cuore la brama di consacrare tutto se stesso a così utile ministero”. Tra i 25 e i 30 anni di età matura in lui questa vocazione, che ora egli accetta con la gioia di compiere la volontà di Dio. Si era augurato di essere un prete felice curandosi solo di Dio, unico bene e unica ricchezza della sua vita e ora il Signore lo riempie di felicità e di coraggio facendogli capire che la sua ricchezza saranno centinaia e centinaia di ragazzi, in gran parte poveri, da istruire e formare per la vita, che il mondo dei suoi affetti - il suo unico bene – saranno i giovani della Congregazione Mariana, dell’Oratorio festivo, dei giochi all’aperto, della Scuola di Carità custoditi, amati, diretti e riveriti con cuore di Padre, come in una famiglia.

 

LA VOCAZIONE DI MARCO CAVANIS

Abbiamo visto che Marco aveva saputo “interferire” nella vita e nel ministero pastorale del fratello sacerdote, chiedendogli con insistenza quel piccolo atto di carità: un po’ di scuola domestica gratuita per Francesco e altri ragazzi poveri della parrocchia di Sant’Agnese. Egli deve continuare a lavorare, perché la mamma è vedova e la pensione paterna è ben poca cosa. Alla morte del papà, Giovanni conte Cavanis, Marco non aveva ancora vent’anni, ma gli risuonano ancora nel cuore le ultime parole dette dal genitore morente ai suoi figli quel 23 novembre 1793: “vi lascio come ultimi ricordi l’amore a vostra madre e ai poveri”.

Il rispetto, l’amore, la venerazione per la mamma Cristina Pasqualigo sono ampiamente documentati nell’Archivio di famiglia e di congregazione, come pure gli aiuti e l’assistenza data all’anziana genitrice morta più che novantenne nel 1832. Ricordiamo in particolare che Marco continuò a chiedergli la benedizione prima di uscire di casa per andare al lavoro al Palazzo Ducale o, dopo la sua ordinazione, per i suoi doveri di sacerdote ed educatore e di amministratore dell’Istituto fondato dai due fratelli.

Bisogna però sottolineare nel giovane Marco Cavanis, una sensibilità, una attenzione, una presenza speciale – fatta di sacrifici e iniziative continue – a favore dei poveri. Si può dire che faceva parte del suo stile di vita, sia per l’educazione familiare e gli esempi ricevuti, sia per il suo carattere aperto, pronto sempre a godere con chi gode e a soffrire con chi soffre. Anche Marco aveva ricevuto una educazione di prim’ordine alla scuola dell’Abate Venier e poi nel corso di filosofia presso i Padri Domenicani. Anch’egli con il fratello era un laico molto presente ed attivo nella vita della parrocchia. A cominciare dai 18 anni di età, la sua attività divenne intensa nelle confraternite cittadine come la fraterna dei poveri, la scuola del SS. Sacramento, la scuola della dottrina cristiana. Più volte venne eletto presidente della fraterna dei poveri. L’esortazione del papà morente non poteva cadere quindi in un terreno più adatto e fecondo; Marco non era il tipo di liberarsi del povero con una occasionale elemosina. Era invece colui che entrava nelle povere case corrose dal salmastro della laguna: dava del suo e invitava gli amici benestanti ad essere generosi, invitava e incoraggiava al catechismo i bambini; infine fu lui chi spinse il fratello sacerdote a fare “qualcosa” per l’istruzione dei poveri ragazzi del Sestiere.

Vedremo che questa nota caratteristica della sua personalità, la misericordia e l’aiuto efficace dato ai poveri, diventerà costante e profonda durante tutta la sua vita e alla sua morte sarà acclamato santo e padre dei poveri. P. Aldo Servini, nella POSITIO, dice del giovane segretario della Repubblica veneta: “In tutti gli uffici in cui entrò e nei molteplici incarichi avuti, egli portò l’impronta della sua spiccata personalità contraddistinta da forte intelligenza, da rettitudine senza compromessi, da grande prudenza, laboriosità e arguta generosità”.

Lo diremmo un laico cattolico ben preparato alla vita e a ogni possibile responsabilità sociale, politica, familiare.

Una grande vocazione anche per la Chiesa e la società del suo tempo.

Perché allora non è rimasto nel suo mondo, ai suoi doveri di lavoro? Perché oggi lo veneriamo beato come sacerdote e fondatore di una congregazione religiosa? Passeranno dieci anni dal giorno del “piccolo atto di carità” di P. Antonio all’ordinazione sacerdotale di P. Marco. Per il più giovane dei fratelli Cavanis furono anni di intensa attività, talvolta più difficili per il mutare dei governi; anche in lui si operò una lenta maturazione vocazionale fatta non più di suggerimenti e di interferenze nella vita del fratello prete ma di una disponibilità sempre crescente a collaborare, ad affrontare insieme i doveri, le gioie e le sofferenze di un’unica missione quella di accogliere ed educare con amore paterno tanti fanciulli e giovani, soprattutto quelli maggiormente sprovvisti di normali condizioni di crescita e formazione. Questo da laico e da sacerdote.

Marco come è arrivato al sacerdozio?

In una lettera del 30 maggio 1807 al gesuita P. Luigi Mozzi, già suo consigliere e guida, comunica di essere sacerdote già da qualche mese, “per un’insigne misericordia usatami dal Signore. Egli, ad onta dei miei molti e gravi peccati, si degnò di mantenermi la vocazione al santuario e di assistermi, direi quasi prodigiosamente per effettuarla, a segno che nel dicembre scorso fui promosso al sacerdozio”. Entra quindi nel campo dell’educazione della gioventù, iniziato dal fratello, non solo come catechista parrocchiale e benefattore e aiuto dei poveri, ma pienamente anche come sacerdote, pastore ed educatore.

 






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