Decalogo di Pastorale Giovanile

Decalogo di Pastorale Giovanile

Sinodo dei giovani: Un decalogo per andare incontro alla "Chiesa che manca" ma che può essere riedificata con pietre vive.


30 Luglio 2018 alle 06h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


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  1. Spendi il massimo delle energie per convertire gli adulti al loro compito educativo; 2. Insegna a tutti ad onorare la vocazione all’essere adulti propria di ogni essere umano; 3. Impara ad ascoltare e testimoniare la Parola di Dio prima di insegnarla; 4. Impara e insegna a pregare sempre; 5. Esci dagli schemi e liberati dai preconcetti e pregiudizi; 6. Unisci sempre sacramenti e carità; 7. Scommetti sulla creatività digitale delle nuove generazioni; 8. Impara l’arte del silenzio e della contemplazione; 9. Abbi molto chiaro in mente cosa significhi essere adulto credente nel contesto specifico in cui ti trovi a lavorare; 10. Credi che tutto questo è possibile.

E’ il “decalogo di pastorale giovanile vocazionale” per dare volto e forma al sogno della Chiesa inquieta di papa Francesco. Nella Chiesa si sente la mancanza dei ragazzi e dei giovani: Non ci sono più tanti giovani “contro”, ma tanti giovani “senza” Dio” (Documento preparatorio del Sinodo). La grande maggioranza dei giovani non si pone contro, ma sta imparando a vivere senza il Dio del Vangelo e la Chiesa. Nei giovani, la religione rimane quasi sempre come un “rumore di fondo”, pur avendo per anni frequentato la parrocchia, gli oratori, le associazioni, i movimenti e l’insegnamento della religione a scuola: “Dopo ore e ore di prediche, di catechismo e ore di religione a scuola, nella maggior parte di loro la religione non incide quasi per nulla sul processo di creazione della propria identità cristiana adulta”.

La generazione adulta con la quale i giovani e i ragazzi hanno oggi da relazionarsi è sempre di più una generazione che non vive affatto la propria elementare vocazione ad essere adulti nella fede e alla responsabilità generativa. Rinnega l’identità strutturale dell’essere adulto, che è quella di sapersi dimenticare di sé in vista della cura degli altri. È infatti proprio l’attuale generazione adulta che ha inventato e che continua a coltivare il mito della giovinezza perenne, dell’efficienza a tutti i costi, della prestanza sessuale ad ogni stadio della vita, della libertà come disponibilità ad una continua rinegoziazione delle scelte esistenziali e quindi del “per sempre” di ogni possibile decisione. Se è vero che si diventa adulti guardando gli adulti, allora la situazione oggi è drammatica.

Nell’Evangelii gaudium, (n. 105), il punto d’osservazione del Papa a riguardo del lavoro con i giovani è decisamente critico. Ora, é illuminante quanto suggerisce il Documento preparatorio del prossimo Sinodo: si tratta di pensare una pastorale giovanile che sappia tenere conto del suo nativo sbocco vocazionale”. Francesco chiede alla Chiesa di intraprendere, con slancio missionario, un’efficace conversione dell’azione pastorale e alla “Fondazione Gravissimum Educationis”  di impegnarsi perché “l’Educazione cattolica dia un’anima al mondo globale”, per contribuire, attraverso l’educazione della gioventù, alla costruzione di un avvenire nel quale la dignità della persona e la fraternità universale siano le risorse globali a cui ogni cittadino del mondo possa attingere. “Educare è trasformare, solo cambiando l’educazione si può cambiare il mondo. Le sfide che interrogano l’uomo di oggi sono globali. L’educazione cattolica non si limiti a formare menti a uno sguardo più esteso, capace di inglobare le realtà più lontane. Essa si renda conto che, oltre a estendersi nello spazio, la responsabilità morale dell’uomo di oggi si propaga anche attraverso il tempo, e le scelte di oggi ricadono sulle future generazioni”.

Il Papa suggerisce alle istituzioni cattoliche di“fare rete”, cioè mettere insieme le istituzioni scolastiche e universitarie per potenziare l’iniziativa educativa e di ricerca, arricchendosi dei punti di forza di ciascuno, per essere più efficaci al livello intellettuale e culturale, facendo collaborare i saperi, le scienze e le discipline. Fare rete significa creare luoghi d’incontro e di dialogo all’interno delle istituzioni educative e promuoverli al di fuori, con cittadini provenienti da altre culture, di altre tradizioni, di religioni differenti, affinché l’umanesimo cristiano contempli l’universale condizione dell’umanità di oggi”. Francesco, inoltre, punta a “fare della scuola una comunità educante” nella quale i docenti e gli studenti siano collegati da un programma di vita e di esperienza, in grado di educare alla reciprocità fra le generazioni. Invita a “non lasciarci rubare la speranza”, perché una globalizzazione senza speranza è esposta al condizionamento degli interessi economici, produce tensioni sociali, abusi di potere e non genera il bene comune”.

L’obiettivo del bene comune, secondo Papa Francesco, è “di difficile definizione nelle nostre società segnate dalla convivenza di cittadini, gruppi e popoli di culture, tradizioni e fedi differenti. Bisogna allargare gli orizzonti del bene comune, educare tutti all’appartenenza alla famiglia umana”. Nel mondo della post-verità ciò che conta non è ciò che è vero, ma ciò che funziona, ciò che genera conflitto come rivendicazione individuale, dove l’uomo comune si trasforma in giustiziere, dove l’argomentazione lascia il posto all’ingiuria. Viviamo in un tempo in cui si annulla ogni forma di politicamente corretto e un’impressionante mancanza di vergogna nel manifestare xenofobia e razzismo. Quello che manca è una traiettoria dritta dei nostri comportamenti, spesso dettati da frustrazioni e malcontenti. “Recuperiamo la nostra umanità attraverso l’educazione riposizionando la vita su ciò che é autentico, nella verità e nella carità”.




Copertina.






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