Vieni nel mezzo

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Anno della Vita Consacrata


27 Febbraio 2016 alle 08h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di Fernando Riqueto


Formazione.

La nostra Vita consacrata è tutta una sequenza di attese e delusioni, conquiste e sconfitte, promettenti aperture e amari ripiegamenti. Ogni religioso potrebbe chiedersi: “Dove sei nel tuo mondo? Dei giorni e degli anni a te assegnati quanti ne sono già trascorsi… nel frattempo dove tu sei arrivato nel tuo mondo?” (Martin Buber). 

La Vita consacrata, oggi, è chiamata a testimoniare e a rinnovare la sua fiducia nella misericordia del Signore, che é quel farmaco che apre alla speranza; a curare ogni fragilità, donando quanto ha ricevuto; a scendere da Gerusalemme a Gerico, per dirigersi verso le periferie esistenziali; a lasciare la città, la sicurezza, l’orgoglio di una religiosità fatta di esteriorità. In questa discesa ci saranno sempre tante sorprese. I consacrati non sono chiamati a risolvere tutti i problemi e a cancellare la sofferenza, ma a condividere la vita anche con chi l’ha perduta, ad accostarsi ai poveri come “poveri guaritori feriti”. Nessuno esercita la carità misericordiosa da solo. 

Anche il Buon Samaritano ha avuto bisogno dell’aiuto del proprietario della locanda. Nonostante che la logica perversa dell’individualismo continui ed esibisca la propria efficienza e vitalità, i segni della sua crisi non mancano, essi testimoniano come l’anima umana è fatta per l’infinito. Il vuoto non ha il potere di riempire l’anima. 

I consacrati con la loro vita manifestano la speranza di un incontro con chi ancora non conoscono pienamente, ma senza del quale la vita non ha senso, perché “il tempo è già compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete alla Buona Notizia” (Mc 1,14-15). Ogni attesa ulteriore è oziosa, il recupero del significato di questa Buona Notizia non è questione di domani ma di oggi: il Padre assicura che il tempo della disperazione è scaduto, c’è misericordia per tutti, Gesù dona la sua vita in riscatto per tutti. 

Ora è possibile “trasformare le lance in falci” (Is 2,4), smettere di ucciderci a vicenda; è possibile la gioia e la convivenza fraterna “lupi e agnelli, bambini e serpenti, insieme”. Anche se ogni giorno si tocca con mano la durezza del vivere, pur continuando a parlare di amore e a convivere con il cinismo della violenza o dell’indifferenza verso la sofferenza altrui, ricordiamo che al Padre non interessa la sua gloria oltraggiata con questi comportamenti assurdi, ma interessa l’uomo e la sua sofferenza, non vuole abbandonarlo a un destino di degrado. È possibile sperare, nulla è impossibile a Dio, dice l’angelo a Maria, ripete Gesù a proposito dei ricchi sazi e ammaliati dal denaro. Nonostante tutto, “siamo figli della luce”, possiamo sperare. 

“Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea…”. Gesù cerca “aiutanti” per “pescare uomini”. Non li cerca in Giudea tra gli addetti al Tempio, neppure tra gli esperti della Scrittura e tra i conoscitori della morale. Li trova in Galilea, “territorio di non-ebrei”, tra i poveri e i peccatori. Chiede loro di lasciare “subito tutto, per seguirlo” e realizzare una vita piena del “noi” e vuota del proprio “io”; chiede di non cedere alle seduzioni del mondo che non conducono da nessuna parte. L’evangelista Marco (cfr. 2, 1-28) presenta alcune “liti” che Gesù deve sostenere con i benpensanti i timorati di Dio, fedeli osservanti della Legge. In queste “liti” spiega cosa intende per conversione vera, smaschera ogni gioco ipocrita, di istigazione a delinquere, di alleanze subdole, di presunte trasgressioni della Legge, di voglie omicide. Gesù entra di nuovo nella sinagoga (3, 1-6). Al centro i rotoli della Legge. Chiama un malato nel “mezzo”, vicino alla Legge, pur sapendo che nessun ammalato poteva entrare nella sinagoga. Ma qualcuno, per tentare Gesù, ha fatto entrare un povero con “una mano inaridita”, per vedere se Gesù lo guariva in giorno di sabato. Ecco, la “lite” è armata. Gesù insegna: al centro della religiosità ci sia l’uomo sofferente, non i rotoli della Scrittura, il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato. Questa è la vera conversione: curare il dolore umano con misericordia. Quando al centro non si mette l’uomo sofferente, si finisce per attentare a Dio, alleandosi tra i puri, sostenitori della Legge, e i cortigiani di Erode.

P. Diego Spadotto CSCh




Copertina.






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