Contemplate

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Anno Santo della Misericordia


15 Aprile 2016 alle 23h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di Fernando Riqueto


La Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, per l’Anno della Vita Consacrata, dopo le due lettere Rallegratevi e Scrutate, ha indirizzato ai consacrati una terza lettera, Contemplate.

La Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, per l’Anno della Vita Consacrata, dopo le due lettere Rallegratevi e Scrutate, ha indirizzato ai consacrati una terza lettera, Contemplate. La lettera, ha come riferimento costante il Cantico dei Cantici. Anche nella VC, il tempo in cui viviamo si caratterizza per la velocità, la relatività e la complessità dei cambiamenti. Sia l’attivismo, sia alcuni modi di vivere la VC, possono rappresentare un allontanamento dall’essenziale della VC, una fuga da se stessi e dalla realtà, un vagabondaggio nevrotico che “genera vite di corsa e di scarto”. La ricerca del volto di Dio, che dovrebbe essere l’anelito di ogni consacrato, vive un tempo di “dis-incanto, dis-accordo, in-differenza”. Tempo di smarrimento. É tempo che ogni consacrato si interroghi su come mostrare una reale capacità di continuare a “vedere” Dio con gli occhi della fede, in un mondo che ne ignora la presenza e, nello stesso tempo, testimoniare con la vita, che Gesù è il “centro della sua vita e la fonte continua di ogni sua iniziativa”. In questa nebbia della coscienza e degli affetti, l’esperienza, a volte tragica, dell’oggi risveglia il bisogno dell’incontro liberante con Dio vivo; i consacrati sono chiamati ad essere “interlocutori sapienti e pazienti, perché non si spenga nel cuore dell’uomo la nostalgia di Dio, accesa sotto la cenere dell’indifferenza”.

Nella pratica quotidiana della VC, la fede appare ridotta a brevi parentesi religiose che non toccano i problemi delle comunità, risulta estranea alla realtà. Si può pensare anche di fare a meno del polmone che è la preghiera. L’essere umano è colui che chiede e cerca incessantemente Dio “si revera Deum quaeris”, chiedeva San Benedetto, a quanti volevano entrare in monastero. Spesso, i consacrati, con il loro comportamento, non mostrano di essere entrati nella VC proprio per “cercare Dio”. A volte, nemmeno per lasciarsi cercare da Lui, perché anche Dio cerca l’uomo, incessantemente, con misericordia, come ha sperimentato  Sant’Agostino, nella notte oscura del mistero: “se pensi di aver compreso Dio, non è più Dio”. “Bisogna imparare ad abitare la notte e a cercarlo l’amato, come la sposa del Cantico dei Cantici, vivendone tutte le domande: c’è qualcuno che l’ha visto, il mio amato?”. L’Amato è il Padre di Gesù Cristo. Tutte le parole del Padre Nostro “scoppiano”, il linguaggio umano è troppo povero, anche la parola Padre, E la parola “Madre”. Le due parole fanno riferimento a Dio Amore. Gesù ha raccomandato. “quando pregate non sprecate le parole…”, bastano Padre e Madre. Ogni esperienza spirituale, dice Sant’Ignazio di Loyola ha bisogno di pochi e saldi fondamenti. E quello dell’amore misericordioso e paterno di Dio è fondamentale.

La contemplazione nella vita cristiana e nella VC è intelligenza, cuore, ginocchia. L’amore pone su Dio e sui fratelli uno sguardo nuovo, di speciale intimità, in forza del quale l’Altro non appartiene al piano delle idee ma diventa “l’amato del mio cuore” (Ct 3,2). “Dio è capace di colmare il nostro cuore e di renderci felici, senza bisogno di cercare altrove la nostra felicità”, e testimoniamo questa felicità nell’amore e nel servizio ai fratelli, sull’esempio di Gesù. “Amare significa dirsi pronti a vivere l’apprendistato quotidiano della ricerca, incamminandosi per un esodo nel profondo di se stessi attratti da quella terra sacra che è l’altro” (Papa Francesco). E’ necessario “uscire per le strade e le piazze” (Ct 3,2) sfidando i pericoli della notte, come la sposa del Cantico dei Cantici, e chiedere: “Avete visto l’amore dell’anima mia?”. Ci si scopre “malati d’amore” (2,5), “alterati” diventati l’altro, consacrati, votati all’amore. Tale è la condizione di chi ama davvero. Senza amore la VC muore di sterilità: “Dà oggi a noi la cotidiana manna, senza la qual, per questo aspro deserto, a retro va chi più di gir s’affanna” (Purgatorio XI 13-15). 

All’amore di Dio si può tentare di resistere, ma è così forte da potersi paragonare solo alla morte. Nel Cantico dei Cantici la forza attrattiva dell’amore porta i due protagonisti, lo sposo e la sposa, Dio e l’umanità, a cercarsi affannosamente l’un l’altro. Questo vale sia per le persone nella vita coniugale che per le persone nella Vita consacrata. La Vita consacrata non può fare a meno di Dio deve cercarlo con quel desiderio di incontrarlo che caratterizza lo sposo e la sposa del Cantico dei Cantici o, come scrive San Paolo:  “questa vita che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). I consacrati sono chiamati a convertirsi a questo amore unico, ad accettare di “essere feriti per primi da quella Parola che ferirà gli altri” (Francesco). Sono chiamati a vivere la ferita dell’amore e a dimorare nella conversione per non diventare degli estranei all’amore di Dio. I religiosi chiamiamo “consacrata” la loro vita e si chiedono, oggi, se questo aggettivo non abbia perduto lo smalto vivo del mistero che la abita e in essa si manifesta in forma quotidiana. La sequela del Cristo deve ritrovare nell’umanità santa del Cristo il modello della propria umanità per testimoniare come Egli “è vissuto su questa terra” e da lui, nuovamente, imparare a guardare a se stessa, agli altri e al mondo. I religiosi/e non possono continuare vivere fuori di se stessi, uomini e donne di superficie.

La formazione solida, per il Cantico dei Cantici è un sigillo, qualcosa di definitivo e totale come l’amore: “mettimi come sigillo sul tuo cuore”  (8,6). Il sigillo dell’amore messo sul cuore fa leggere tutto nella prospettiva del per sempre di Dio. Spesso religiosi e religiose sono “stolti e lenti di cuore” (Lc 24,25) non riescono nemmeno a indicare ad altri le vie della bellezza della comunione fraterna e nemmeno le strade che, concretamente, ad essa conducono per “realizzare l’opera d’arte nascosta  che è la storia d’amore di ciascuno con il Dio vivente e con i fratelli, nella gioia e nella fatica di seguire il Cristo nella quotidianità delle’esistenza”. Non riescono “Contemplata aliis tradere”. Come consacrati, “Siamo invitati con tutti i fratelli e le sorelle in umanità ad accogliere la grande sfida culturale, spirituale ed educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione. E’ necessario aprire nuovi spazi educativi e formativi. Cammini scelti, voluti e percorsi. La sfida è quella di diventare esperti della misericordia divina attraverso la vita di comunità luogo di misericordia e riconciliazione” (Francesco).

Il Padre, in Gesù, mette il sigillo dell’amore misericordioso sull’umanità,  guarda a quello di cui abbiamo bisogno, e non ai nostri meriti; al nostro sforzo, invece che alla nostra riuscita; ai “perché” delle azioni, e non tanto a quello che facciamo; ai sentimenti del cuore, più che a quello che fanno le nostre mani. Dio ci ama per la nostra debolezza, per i nostri smarrimenti, per il nostro cercarlo anche nella “notte oscura”, per il nostro bisogno di perdono. “Amami come sei”, ripete a ciascuno dei suoi figli. La fede prima di essere dottrina è vita vissuta. Nella Lettera agli Ebrei, Cristo è presentato come “sommo sacerdote misericordioso” che “ha imparato per 33 anni a vivere da uomo” (Sant’Atanasio). Osservando il logo del Giubileo, si scopre che l’artista ha rappresentato gli occhi del Cristo e dell’uomo che si confondono e si uniscono: Cristo impara a vedere con gli occhi dell’uomo, perché l’uomo possa vedere con gli occhi di Dio. In Cristo Dio ha imparato a vivere da uomo perché l’uomo imparasse a vivere secondo Dio.

Francesco, aprendo la Porta Santa della Caritas, sotto Stazione Termini a Roma, diceva: «Dio viene a salvarci e non trova miglior maniera per farlo che camminare con noi, fare la vita nostra. E nel momento di scegliere il modo, come fare la vita, lui sceglie la vita del povero. Sembra che tutto sia stato fatto intenzionalmente quasi di nascosto, in semplicità”. Se vogliamo trovare Dio, cerchiamolo dove Lui è nascosto: “nei più bisognosi, nei malati, gli affamati, nei carcerati: Ero affamato e mi hai dato da mangiare; ero senzatetto e mi hai dato una casa; ero ammalato e sei venuto a trovarmi; ero in carcere, sei venuto a trovarmi”. Gesù è nell’umiltà, e i più poveri, gli ammalati, i carcerati, i peccatori pentiti, ci precederanno in Cielo, loro hanno la chiave. “Per avvicinarsi alla grazia dobbiamo avvicinarci agli scartati, ai poveri, a quelli che hanno più bisogno, perché su  questo avvicinamento tutti noi saremo giudicati”.

P. Diego Spadotto

 




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