Il sinodo dei giovani ispiratore del XXXV Capitolo Generale

Il sinodo dei giovani ispiratore del XXXV Capitolo Generale

Capitolo Generale 2019


15 Aprile 2019 alle 06h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3C

Il Sinodo è stato un avvenimento di cui lo Spirito Santo è stato l’Autore, e tutti i partecipanti  erano chiamati ad essere strumenti di questo avvenimento più che a costruttori con le loro idee e le loro parole. “Il risultato del Sinodo non è un documento (…). Siamo pieni di documenti. Io non so se questo documento al di fuori avrà qualche effetto, non lo so. Ma so di certo che deve averlo. Adesso lo Spirito dà a noi il documento perché lavori nel nostro cuore. Siamo noi i destinatari del documento, non la gente di fuori. Che questo documento lavori; e bisogna fare preghiera con il documento, studiarlo, chiedere luce. Il documento, principalmente, è per noi. Aiuterà tanti altri, ma i primi destinatari siamo noi: è lo Spirito che ha fatto tutto questo, e torna a noi” (Francesco).

Nelle comunità si è fatto un lavoro di lettura e meditazione del Documento finale del Sinodo? I capitolari conoscono bene questo Documento e si sentono “strumenti” nell’azione dello Spirito Santo?

Il primo risultato il Sinodo lo ha già dato: il metodo di discernimento. Il Papa nel suo discorso di apertura ha ricordato che “al coraggio del parlare deve corrispondere l’umiltà di ascoltare”. “Inclinare l’orecchio del cuore per ascoltare”. Altra caratteristica essenziale di un Capitolo dovrebbe essere la comunione fra tutti i partecipanti, più profonda del semplice essere d’accordo su alcune idee o decisioni. Un Capitolo è un’opportunità per entrare nella propria storia, mettersi in gioco per ascoltare gli interrogativi che la vita presenta e celebrare il perdono che insegna a guardare a se stessi e ai confratelli, senza chiusure, sotterrando la testa nella sabbia, come se il Capitolo fosse una colonia di struzzi. “Il viaggio della vita, è la sola patria che abbiamo, è una patria piena di malesseri” (Sant’Agostino), dove “il perdono è un atto di donazione che ha la meglio sul giudizio” (San Tommaso), donato alle persone non alle loro idee. La Congregazione, nel suo mistero di comunione e perdono, è ciò di cui i giovani hanno bisogno.

Prima di chiedersi cosa fare, i capitolari si chiedano cosa essere e scelgano un metodo di discernimento. Di fronte al disagio giovanile, in tutte le sue forme, alle sfide poste dai giovani, cosa dobbiamo fare? Cerchiamo solo delle soluzioni e mezzi per dar risposte immediate?

Questo implica mortificazione e umiltà affinché non ci siano vincitori o vinti, ma tutti contribuiscano alla verità nello Spirito e non alla vittoria delle proprie opinioni e scelte. Il Documento Sinodale fa notare che “non si tratta di creare una nuova Chiesa per i giovani, ma piuttosto di riscoprire con loro la giovinezza della Chiesa, aprendoci alla grazia di una nuova Pentecoste”. Il dono dello Spirito è per impegnarsi a costruire una torre o combattere una battaglia (cfr Lc 14,28-32). Poi Gesù dona la giusta prospettiva: “Così, chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. Di fronte alla situazione di fragilità delle nostre comunità, è necessario operare un capovolgimento evangelico fra il calcolo dei nostri mezzi e delle nostre forze e la rinuncia a tutto, per abbandonarci all’opera dello Spirito. Siamo chiamati ad una conversione profonda a riguardo della nostra vocazione e missione. Se non siamo discepoli di Gesù, rinunciando a tutte le altre identificazioni mondane o ecclesiastiche con cui rassicuriamo noi stessi, costruiamo sulla sabbia e combattiamo contro i mulini a vento.

In questa prospettiva, per la nostra  vita consacrata, con le sue crisi di vario tipo, a seconda delle latitudini, il problema non sono le poche o tante vocazioni, l’economia, le costituzioni, ecc., il problema è come concepire la nostra identità Cavanis.

 




Copertina.






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