Scuola di dialogo per imparare dalla storia e dalla GMG di Panama

Scuola di dialogo per imparare dalla storia e dalla GMG di Panama

Capitolo Generale 2019


10 Giugno 2019 alle 06h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3C

Spesso Papa Francesco, invita ad avere il coraggio di abbracciare la storia degli inizi della Chiesa, la bellezza delle differenze che l’hanno caratterizzata nel suo nascere e formarsi, quando i popoli più diversi hanno ricevuto l’annuncio del Vangelo e sono entrati a far parte della Chiesa (cfr At 2, 5-11). “La bellezza sta nelle differenze”, quando queste sono accolte con gioia, libertà e sana ironia, che avvicinano alla verità del comportamento e della cultura degli altri, e sono la chiave della felicità per non lasciarsi sommergere da ciò che è negativo. Rabbia e frustrazione, censure e condanne, sono invece all’origine di comportamenti che non accettano le differenze, non comprendono i valori, le sofferenze, la storia e la cultura altrui. La storia della Chiesa o la storia di una congregazione rappresentano un punto di riferimento essenziale per tutti coloro che vogliono capire e anche godere con gioia del passato, senza trasformarlo in un museo o, peggio, in un cimitero di nostalgie, ma renderlo sempre vivo e presente. Non conoscere la storia e coltivare la presunzione di sapere è bramosia di carriera e autoreferenzialità. Nella vita consacrata, continua Papa Francesco, “vi sono sempre conflitti e questioni sulle cose che occorre portare avanti e migliorare. I conflitti fanno parte della realtà. Non c’è motivo per negarli. Camminiamo, invece, per superarli”.

I capitolari del prossimo Capitolo sono chiamati a fare un serio discernimento sulla vitalità della vita consacrata nelle comunità religiose Cavanis, se “camminano alla presenza di Dio e sono integre” e sulla loro missione. Il vero discernimento non si fa sul nulla o sui “principi” ma sulla realtà concreta. Di cosa ha bisogno una comunità religiosa? Di cosa non ha bisogno? Quali  difficoltà incontra e quali le strategie da mettere in atto per crescere in fedeltà, per recuperare le priorità, gli spazi e i tempi della comunicazione e della qualità delle relazioni? La comunità e la qualità delle sue relazioni è essa stessa missione come servizio credibile di “ascolto” dei giovani, accompagnato da una autentica testimonianza di vita fraterna comunitaria. “Nel nostro mondo, che conosce un elevato grado di divisione, chiediamo al Signore di aiutare le nostre comunità a diventare delle “dimore” per il Regno di Dio. Ci sentiamo chiamati a superare ciò che può separarci gli uni dagli altri. La semplicità di vita e l’apertura del cuore promuovono questa reciproca attenzione”. “La GMG di Panama, non è stata solo una festa ma innanzitutto una scuola, una grande, immensa classe che parlava tutte le lingue del mondo, dove le materie da studiare sono stati i volti di altri. La storia e la cultura si imparano guardando negli occhi chi è accanto a te, ascoltando con il cuore un racconto di stanchezza e povertà che credevi fosse unicamente sui libri. E non avresti mai pensato che un ragazzo, solo perché sta dall’altra parte del mondo, potesse già aver conosciuto il rumore acido della guerra e la paura che ti chiude lo stomaco”.

Imparare che nessuno basta a se stesso, che non si può fare a meno degli altri che sono diversi, che il contrario dell’amore non è l’odio ma l’indifferenza «soddisfatta e anestetizzante che ignora o censura i suoi fratelli». Il Papa ha chiesto ai giovani che sono «l’adesso di Dio»,: di non restare in sala d’attesa, di non cercare risposte preconfezionate ai propri dubbi, di sfuggire le lusinghe della finta gioia, di respingere l’illusione che basti una macchina nuova o un bel cellulare per sentirsi arrivati. E ai religiosi e animatori della gioventù cosa ha chiesto? Nel “piano di studi” della GMG un dato è certo: prima delle “cose e case”, contano le persone, gli ultimi, la “povera gioventù dispersa”. Questo è il collante che tiene insieme le comunità religiose, che trasforma in casa lo stare insieme e crea fraternità.

Nel libro Città invisibili, di Italo Calvino, Marco Polo descrive all’imperatore della Cina, Kublai Khan un ponte come arco di pietre: «Ma qual è la pietra che sostiene il ponte?» chiede l’imperatore. «Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra – risponde Marco Polo – ma dalla linea dell’arco che esse formano». Kublai Khan rimane in silenzio, poi soggiunge: «Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che m’importa». «Senza pietre non c’è arco» risponde il viaggiatore.  Un ponte si usa per andare uno verso l’altro ma se è un ponte vietato diventa la rovina di una civiltà, di una società, di un’esistenza. Farsi pietra del ponte è lasciare che si possa andare da una parte all’altra. Questa è fratellanza», ha ripetuto alla GMG di Panama, Paese-ponte per antonomasia, «vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci. Oggi noi adulti abbiamo bisogno di voi, per insegnarci a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità: abbiate il coraggio di insegnarci che è più facile costruire ponti che innalzare muri». Parlando del dialogo ha tracciato i tre «orientamenti fondamentali: il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni». Non si costruisce infatti dialogo autentico sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro. Inoltre, la sincerità delle intenzioni è un segno necessario per attestare che il dialogo «non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità. L’unica alternativa alla civiltà dell’incontro, «è l’inciviltà dello scontro».




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