Il contesto sociale, politico e religioso di Venezia e del Veneto al tempo dei Fondatori

Il contesto sociale, politico e religioso di Venezia e del Veneto al tempo dei Fondatori

Nel periodo 1794-1858.


08 Luglio 2019 alle 06h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


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CARISMA E SPIRITUALITÀ DEI VENERABILI P. ANTONIO E P. MARCO CAVANIS NEL CONTESTO SOCIALE, POLITICO E RELIGIOSO  DI VENEZIA E DEL VENETO NEL PERIODO 1794-1858

1. Contestualizzazione storica

2. P. Antonio e P. Marco Cavanis: carisma e spiritualità

3. Carisma e spiritualità Cavanis nella multiculturalità, “in una Chiesa in uscita e in un mondo che cambia”

Contestualizzazione storica

Il periodo storico che va della caduta della Repubblica Veneta, verso la fine del 1700, e i primi sessant’anni del 1800, è poco conosciuto da parte di molti giovani Cavanis. I nostri Fondatori, sono vissuti proprio in questi drammatici anni e in questi anni è nata la Congregazione. Per capire la loro spiritualità e il carisma donato loro dallo Spirito Santo è fondamentale conoscere gli avvenimenti di quegli anni. Gli studiosi della storia di quel periodo sono stati più o meno inconsciamente coinvolti, per molto tempo, da una sorta di processo di rimozione della memoria, ammutoliti dalla scomparsa della Repubblica di Venezia, “Stato da Terra e Stato da Mar” che, sino a un paio di secoli prima, si estendeva dalle Alpi ai mari caldi del Levante e dell’Africa, e che comprendeva popolazioni di etnie, lingue, culture, religioni, economie, strutture sociali diversissime. Avvenne la stessa cosa con i primi studiosi della caduta dell’Impero Romano.

Nel tempo della vita dei fratelli Cavanis (Antonio Angelo, 1772-1858) e Marco Antonio 1774-1853), la città di Venezia, “capitale del più duraturo Stato d’Europa, era considerata ancora un mito politico, sociale, artistico e religioso, la città degli Ospizi per i poveri, ma anche del Carnevale e della più sfrenata perversione e immoralità”. A fine 1700, la città, in pochi anni, passa per una serie di compra/vendite dei suoi possedimenti e commerci, per un’alternanza di dominazioni straniere, francesi e austriache, e per lunghi periodi di povertà e carestie. Il 1796 segna il completo fallimento della politica di neutralità, davanti alle truppe francesi, di un “ristretto numero di nobili imparruccati, incipriati e disperati”, che governavano Venezia, nonostante la città avesse più del necessario in uomini, navi e armi per una onorevole resistenza.

Il 1 maggio del 1797 Napoleone dichiara guerra alla Repubblica di Venezia e per tutto il mese i francesi fanno man bassa di tutto un po’, dentro la città. Il vero saccheggio, però, lo faranno nella loro seconda dominazione. Dopo la breve stagione della Municipalità democratica del 1797, inizia la prima dominazione francese, poi la prima dominazione austriaca (1798-1805), quindi la seconda dominazione napoleonica (1806-1814), infine la seconda e poi terza dominazione austriaca dal 1815 al 1866, con ripercussione in Venezia di tutte le vicende del “Risorgimento” del resto d’Italia. Ci sarà una breve interruzione della dominazione straniera con la parentesi rivoluzionaria del 1848-49, e con l’effimero ripescaggio della Repubblica di San Marco.

In quasi sessant’anni, a giudizio degli storici, l’economia, la politica e la vita cristiana di Venezia, crollano come un castello di sabbia. In Venezia, solo l’industria tipografica, la Zecca e l’Arsenale assorbono operai e producono beni; tutto il resto è frutto di un’economia parassitaria. In tutto il Veneto, in questo periodo, si registra un peggioramento climatico, la cui fase estrema si evidenzia a partire dal 1770 e culmina con la grande carestia del 1816-17; tra il 1797 e il 1814, in particolare, ben sette anni (1804, 1805, 1806, 1810, 1812, 1813, 1814) furono dominati dal freddo e, tra questi, tre (1806, 1812, 1813) vennero ricordati come «trascorsi senza estate».  La laguna gelò nel 1788, 1808, 1814; frequentissime, in un lungo periodo piovoso, le inondazioni e gli straripamenti dei fiumi, sicché non c’è da stupirsi se dei diciotto raccolti compresi tra 1797 e 1814, otto furono cattivi, sette buoni e tre mediocri. Poi, l’endemico stato conflittuale: in questo periodo il Veneto fu interessato da ben quattro guerre, condotte in loco: maggio 1796 - ottobre 1797; luglio 1800 - marzo 1801; ottobre – dicembre 1805; novembre 1813 - febbraio 1814; ovviamente, non mancarono rivolte contadine e incursioni militari.

Venezia, inoltre, subisce anche due blocchi navali ad opera degli inglesi, nel 1801 e nel 1813-14, quest’ ultimo durissimo, sicché passa dai 145.000 abitanti del 1797 ai 125.000 del 1812, ai 100.000 del 1820. Per quanto riguarda la pressione fiscale, dal 1796 al 1812 si registra un incremento del 680%. La misura del collasso ci è data, per esempio, dalla rapida scomparsa del patriziato, un fenomeno le cui dimensioni non trovano riscontro presso gli altri Stati italiani. Il 1° febbraio 1817 l’arciduca austriaco Ranieri, nel comunicare all’imperatore suo fratello le impressioni tratte da un viaggio di ispezione nelle province lombardo-venete, insiste sullo squallore del tessuto sociale veneziano: dappertutto palazzi cadenti, rovine, miseria, indolenza, contrabbandi, fallimenti e schiere di disoccupati e mendicanti; qualche anno più tardi, in una relazione allo stesso imperatore, Francesco I, datata 1° luglio 1825, il patriarca Pyrker scrive: «Non si odono  che lamenti di negozianti caduti nell’estrema indigenza, di capitani mercantili che si querelano del loro ozio, di marinai, di fabbricatori, di artigiani e barcaioli licenziati dai loro padroni, senza saper dove ricorrere e a quale occupazione dedicarsi per provvedere alla esistenza delle numerose loro famiglie». Secondo il patriarca, in città, i poveri erano 40.000.

Quando Daniele Manin e Nicolò Tommaseo (1848 – 1849) furono liberati dal carcere e proclamarono l’indipendenza di Venezia dall’Austria e dopo nemmeno un anno Venezia capitolò di nuovo, anche per i Cavanis furono mesi di “convinta e coraggiosa esaltazione a cui si accompagnarono grandi sofferenze da parte della popolazione inerme…sotto l’imperversare della fame, del colera e delle bombe che i cannoni austriaci facevano cadere notte e giorno sulla città cinta d’assedio”. Sempre più che mai vicini alla gente e ai ragazzi, aiutando i più bisognosi sia nel breve periodo di Indipendenza della città, sia quando cadde nuovamente sotto l’impero austriaco, in difesa dei ragazzi e della libertà della Scuola. Durante l’Indipendenza le autorità volevano che anche gli alunni di 10 anni partecipassero al “Battaglione della Speranza”, imparando l’uso delle armi e se non l’avessero fatto la Scuola correva pericolo di essere chiusa, la sagacia di P. Marco trasformò l’ordine di imparare a usare le armi in un gioco.

Nella città di Venezia, da secoli, erano presenti i grandi Ordini religiosi, i Benedettini, i Domenicani, le varie famiglie di Francescani e poi gli Agostiniani, i Gesuiti, i Carmelitani, i Serviti, i Teatini, i Gerolamini,ecc. A partire dal 1768 ci fu un ridimensionamento di monasteri e conventi maschili e femminili e nel 1773 la soppressione della Compagnia di Gesù. A partire dal 1797, in due riprese, Napoleone soppresse prima trenta e poi altre dieci parrocchie. Molte chiese furono trasformate in caserme o prigioni, depositi di materiale bellico e chiuse al culto. Questo è successo anche alla nostra Chiesa di Sant’Agnese. Anche le Associazioni che si dedicavano alle “opere di misericordia corporale e spirituale” e che avevano avuto una storia bella e gloriosa, erano in crisi. Il livello di vita cristiana del popolo e del clero era anch’esso in decadenza morale e spirituale. La religiosità della popolazione della città, del clero e della vita religiosa in generale, era piuttosto superficiale, legata a esteriorità festive che nascondevano una diffusa immoralità, che nemmeno le maschere dei lunghi carnevale riuscivano più a coprire. L’arrivo dei soldati francesi in città smascherò la superficialità della religiosità bigotta di “santos de pau oco”. Poi, la dominazione austriaca e l’ingerenza degli Asburgo nella vita della Chiesa non migliorerà di molto la vita cristiana della popolazione della città.  “La Repubblica di Venezia stava morendo divertendosi”.

Nei cambiamenti politici e negli abusi di potere, i Cavanis non scelsero mai una parte politica. Furono riconoscenti sia al governo dell’Indipendenza che all’Imperatore d’Austria per gli aiuti che la Scuola riceveva. Ma il loro partito era la Carità, quella che si riceve gratuitamente da Dio e gratuitamente deve essere donata. Non si fa Carità per “decreto”. Nei cambi di governo, i Cavanis sapevano che per la povera gente, “cambiava il cane ma non il guinzaglio”. Scelsero di lasciare “casa, beni, lavoro”, per diventare evangelicamente poveri e liberi e “toccare la carne di Cristo”, la “povera figliolanza dispersa”. Tutta la loro esistenza fu spesa a formare “un solo corpo in Cristo Gesù”, secondo il pensiero di Tertulliano: “Caro salutis est cardo”. Questa spiritualità concreta legata al mistero dell’Incarnazione, l’hanno assimilata nella convivenza con la “povera gioventù” e nel Corpo e Sangue di Cristo Eucaristia, e non partecipando a lezioni di teologia. Il Cristo dell’Eucaristia e della “povera gioventù”,  é stato il loro “viatico”, per tutta la vita. Un unico Amore nella libertà, in un tempo di “lotte per la libertà e abuso di poteri militari ed economici”.

È molto facile usare i poveri per sentirsi buoni o per piegarli alle proprie finalità.   Nell’accoglienza dei ragazzi i Cavanis hanno avuto il massimo rispetto del loro “consenso”, della loro libertà di scelta, come elemento essenziale dell’educazione. Aiutare i ragazzi, ma mai sostituirsi e decidere per loro. Sarebbe abuso di coscienza. Solitamente, a subirne le conseguenze sono le persone vulnerabili, come sono i ragazzi, se si usa la fiducia che depongono in noi per orientarli verso una nostra soluzione. Con gratuità nel dono di se stessi e docilità all’azione dello Spirito Santo, rimasero fedeli a questo comportamento per tutta la vita, grazie all’esempio di Maria. La loro “vita secondo lo Spirito”, è stata una scelta libera e per la libertà di Cristo, come per Maria nel dire il suo “sì” a Dio. Vita semplice e povera, tutt’altro che superficiale e bigotta.

La povertà, per P. Antonio e P. Marco, non è stata una categoria sociologica, filosofica o culturale: è stata una categoria evangelica e teologale, legata al loro rapporto filiale e fiducioso con il Padre e al Figlio di Dio che si è abbassato, incarnato e fatto povero per Carità, amore gratuito e incondizionato per l’umanità. Questa è la povertà nelle Scuole di Carità: la povertà della carne di Cristo. Congregazione povera per i poveri, Congregazione storicamente e concretamente incarnata nella povera gioventù.

P. Antonio e P. Marco Cavanis: spiritualità e carisma

Antonio e Marco Cavanis, nel tristissimo periodo della decadenza e fine della Repubblica di Venezia (1794-1858), avevano 20 e 22 anni. Erano giovani, avevano ricevuto dalla famiglia e da alcuni religiosi educatori una buona formazione religiosa e culturale e una solida impronta cristiana. La loro famiglia era convinta che nel nuovo contesto storico, la vecchia società veneziana invecchiata e guasta, non aveva più la forza né gli ideali per ridare vita alla Repubblica. Alla morte dei genitori e della sorella, Antonio e Marco rimangono soli. A distanza di alcuni anni l’uno dall’altro, sono ordinati sacerdoti. Guidati dallo Spirito, in una Venezia che continuava impoverendo e in declino, intravvedono un rimedio possibile “l’educazione cristiana della gioventù e la formazione, attraverso gli esercizi spirituali, a giovani e adulti”. Tra mille difficoltà diedero la loro risposta concreta alla drammatica situazione della fine della Repubblica, alla decadenza morale, sociale e religiosa, al cambio continuo di padroni, all’anticlericalismo e all’illuminismo presuntuoso che seduceva la gioventù. La preghiera “O cara Madre Maria” lascia intravvedere, nel linguaggio che essi usano, come hanno vissuto questa terribile situazione, con che spiritualità hanno reagito e quale carisma hanno ricevuto dal Signore per “fare la loro parte”:

“…angustie e strettezze in cui ci troviamo…tanti abbandonati figlioli…orrenda strage che fa il demonio di tanta povera figliolanza dispersa”. In una delle numerosissime lettere, P. Marco già anziano (1853) e con molti acciacchi scriveva: “…questa età nostra infelice, che risuona comunemente con gemito doloroso dalle labbra di tutti i buoni, è una straordinaria e crescente demoralizzazione dei popoli…”.

Guidati dallo Spirito, con creatività e coraggio vendono il patrimonio di famiglia, e con pochissimi mezzi, ma con fiducia incondizionata nella Provvidenza del Padre, si “incarnano” nella dura realtà della loro città, soprattutto nelle condizioni miserabili di molte famiglie. Iniziano la loro missione evangelizzatrice: “raccogliere, custodire e orientare” bambini e giovani, attraverso l’insegnamento, l’0ratorio, la Congregazione mariana, l’Istituto femminile, gli esercizi spirituali, il lavoro e tante altre attività (teatro, dialoghi culturali, giochi, ecc.). Tutto “a maggior gloria di Dio”. I giovani Antonio e Marco, sono stati formati a una spiritualità non esteriore ma operosa e attenta al prossimo che coinvolge la persona nel suo insieme, con tutte le sue componenti e integrità di corpo, mente e spirito. Seguendo l’esempio di Gesù che si è “fatto in tutto uguale” alla nostra umanità, si immergono nella dura realtà del popolo più umile e sofferto senza mai abbandonare le fonti che alimentavano il loro impegno: l’Umanità di Gesù, l’Eucaristia, la Parola di Dio, la cara Madre Maria, la fiducia filiale nella Divina Provvidenza, l’imitazione di San Giuseppe Calasanzio.

Il carisma dell’educazione della gioventù, dono dello Spirito, si sviluppa a partire dalla lettura e dal discernimento sulla realtà storica della loro città. Così pure la loro spiritualità si intreccia con la formazione ricevuta, le occupazioni di ogni giorno, le necessità e i disagi di quanti soffrono. Non si esaurisce nei momenti di meditazione e preghiera. Il Signore li santifica nella quotidianità di presenza e dedizione alla “povera figliolanza dispersa”.

I Cavanis assimilano la spiritualità propria della vita di Gesù, “sempre unito al Padre e sempre partecipe delle sofferenze umane”. Affrontano con coraggio e fiducia nel Signore, le situazioni difficili della vita, dando un senso e integrando ambiti di vita diversi: l’assistenza agli ammalati incurabili, la visita alle famiglie, la scuola, l’oratorio, le molteplici attività con i ragazzi e, specialmente per P. Marco, anche i numerosi e pesanti viaggi, in cerca di aiuti per l’Opera.

La spiritualità di P. Antonio e P. Marco non li chiude in una inutile introspezione ma li apre a una continua ricerca e a una crescente consapevolezza del lavoro della Grazia del Signore sui propri bisogni, desideri, sentimenti, inclinazioni e capacità e sulle persone alle quali si dedicano. Vive di spazi di silenzio dove Dio illumina e alimenta continuamente il cammino di maturazione umana e di crescita spirituale. Aumenta la libertà e forma la coscienza nell’umiltà. Li guida nelle scelte di vita e li sostiene nella realizzazione personale e nell’affrontare i cambiamenti sociali, i disagi, le malattie e le avversità.

Instancabili nel dono di sé, vigilanti nella preghiera, lieti e accoglienti nel servizio dei ragazzi, Antonio e Marco fanno propria l’invocazione cristiana: “Sia fatta, lodata e in eterno esaltata la giustissima, altissima e amabilissima Volontà di Dio in tutte le cose”.

* Fare la Volontà di Dio voleva dire per P. Antonio e P. Marco mettersi liberamente a servizio del Signore. Dio ci vuole liberi, per partecipare all’opera della salvezza con generosità e gratuità, senza “attivismi” da protagonisti ma con umiltà, tenendo sempre presente la propria debolezza, chiedendo perdono al Signore e riconoscendo i tutti i suoi benefici.

* Lodare la Volontà di Dio significava combattere contro la paura, il pessimismo, lo scetticismo che tiene rassegnati o immobili davanti alle sfide e ai drammi del mondo; lodare nella gioia, riconoscendo che il Signore è fonte di ogni bene; lodare nella sofferenza, confidando che Dio è presente e aiuta ad alzare lo sguardo verso un orizzonte maggiore. Quale lode è possibile di fronte a un mondo che sembra andare a rotoli e in cui, pare, che la vita non abbia alcun senso? Come possiamo lodarlo nell’evidenza dei nostri limiti, dei nostri fallimenti, dei nostri peccati? La lode rimane sempre una sfida, P. Antonio e P. Marco l’hanno accettata con umiltà.   

* Esaltare la Volontà di Dio  con “santo timore”, con profondo rispetto per il suo mistero di amore, in obbedienza, senza pretendere di avere noi in tasca la verità su di Lui e sul mondo. P. Antonio e P. Marco, specialmente nella vecchiaia, si sono confrontati anche con lunghe malattie, con l’esperienza del fallimento di tanti loro sforzi e dell’Opera stessa, “undique angustiae”. Perché Signore? Ma Tu sai, Tu vedi, Tu puoi, noi e l’opera realizzata con tanti sacrifici, siamo tuoi.

P. Antonio e P. Marco, hanno fatto esperienza di Dio e formato la loro spiritualità nell’epoca storica e nell’ambiente sociologico in cui sono vissuti. La Grazia è entrata in gioco anche con la diversità dei loro temperamenti e caratteri. Simili a Marta (P. Marco) e a Maria (P. Antonio) del Vangelo. In comune hanno la gentilezza, la generosità, la disponibilità a lavorare instancabilmente e gratuitamente, la pazienza, la speranza di frutto per la fiducia incondizionata nella Grazia di Dio che opera tutto in tutti. Con l’età e l’esperienza, provati dalla povertà e dall’insensibilità del clero riguardo alla situazione della gioventù e dalla mancanza di vocazioni,  la loro spiritualità crebbe nella dimensione mistica sapienziale. Pur rimanendo uomini “con i piedi per terra”, in dialogo intimo con il Signore dal quale si sentivano toccati e provati, non si  abbandonarono con tristezza alle malattie che li avevano colpiti, non persero mai la speranza di frutto e la percezione fiduciosa che la vita viene ricevuta in dono e sempre chiede di essere messa a servizio di Dio e dei fratelli. Solo così non va perduta. La loro spiritualità divenne solida perché provata e perché ne hanno avuto cura e attenzione. Con discernimento umile facevano revisione della loro vita, invocavano perdono e chiedevano in preghiera: “Signore, cosa vuoi da me?”.

“Sai cosa vuol dire spirito di orazione? Intendilo da questo: Come l’anima è quella che comunica la vita al corpo, così lo spirito all’orazione; e come l’anima infonde la vita ad ogni parte anche minima del corpo, e senza interruzione mai di un istante, così è dell’orazione, ravvivata dallo spirito. Spirito di orazione vuol dire vivere d’orazione, non poter vivere senza orazione, vivere sempre d’orazione: la quale venga così necessaria dal cuore come il respiro, e là pur sia anche dove non parrebbe, tutto di sé informando e in sé trasformando le azioni della nostra vita. Ti prego, Signore, di poter sempre pregare”.

La spiritualità dei nostri Padri è profondamente biblica, eucaristica e mariana, frutto del dono della sapienza, dell’ascolto della Parola di Dio e di lettura delle Opere dei Padri della Chiesa. Non leggevano i titoli. Leggevano i testi. I loro scritti, le lettere, le prediche di P. Antonio per gli Esercizi spirituali che ha predicato sono pieni di citazioni: rem tene, verba sequentur. Possedevano il contenuto, le parole fluivano e rendendoli credibili. Non sono stati sacerdoti e religiosi superficiali che si disperdono nel vuoto delle parole, nell’apparenza, in crisi di interiorità, ma avevano cura di una vita unificata in Cristo. Con fiducia filiale si affidavano alla Divina Provvidenza, avevano capito che era necessario liberare l’amore, perché l’amore li rendesse liberi, che la formazione di se stessi e dei ragazzi, non significa riempirsi di conoscenze, ma liberare in ognuno, la realtà umana e divina di cui è formata la vita. Ogni vita è “nascosta con Cristo in Dio”, come scrisse P. Sebastiano Casara nell’elogio funebre di P. Antonio.

Secondo P. Antonio e P. Marco, la vita spirituale si spegne quando: non si abbandonano le sicurezze mondane e non si va incontro alla “povera figliolanza dispersa, vedendo in essa Cristo incarnato”; o quando si va incontro alla “povera figliolanza”, ma non si abbandonano le sicurezze mondane; e infine, quando si abbandona la mondanità ma non si va incontro alla “povera figliolanza” chiudendosi nella tristezza. I nostri Padri, né da giovani né da anziani e pieni di acciacchi, mai hanno perso il buon umore, l’arguzia e l’ironia. Pur segnalando, anche con parole forti, la gravità delle situazioni sociali, dell’Opera e di loro stessi, sono sempre rimasti cristianamente gioiosi. La gioia è lo stato di grazia dei santi che vedono i segni della Resurrezione anche nelle situazioni peggiori di morte. Se la tristezza, prende il sopravvento nella vita delle persone, le chiude progressivamente nel vuoto esistenziale, la gioia invece le trasforma in un dono: “Fratelli, per la misericordia di Dio, vi chiedo di offrire i vostri propri corpi come sacrificio vivo, santo e gradito a Dio. Questo deve essere il vostro culto autentico. Non conformatevi alla mentalità e alle strutture di questo mondo, ma trasformatevi attraverso il rinnovamento della vostra mente, al fine di distinguere bene qual’é la volontà di Dio, ciò che è buono, quello che gli è gradito, quello che è perfetto” (Rm 12, 1-2). Santità feriale: vivere lo straordinario nell’ordinario.

Carisma e spiritualità Cavanis nella internazionalità e multiculturalità della    Congregazione,“in una Chiesa in uscita e in un mondo che cambia”

Come contestualizzare il carisma e la spiritualità Cavanis, nell’attuale internazionalità e multiculturalità della Congregazione? La spiritualità e il carisma, sono conosciuti e capiti meglio, se sono contestualizzati nel tempo, luogo, cultura, organizzazione sociale, ecc. Dai Venerabili Fondatori, abbiamo ricevuto una preziosa eredità di carisma e spiritualità contestualizzati nella realtà del loro tempo. Ora spetta a noi contestualizzarli nel nostro tempo, facendo discernimento su ciò che è evangelicamente essenziale e ciò che è legato alla mentalità propria di un’epoca. Ogni Cavanis è chiamato a partecipare, con responsabilità, alla sfida di lasciarsi santificare dal Signore che ci “vuole santi ma a modo suo, e  affrontare con fede, speranza e carità, “l’attuale contesto di un mondo dominato dall’individualismo, dall’indifferentismo, del relativismo, dai nazionalismi, dal consumismo che genera ingiustizia e povertà, dalle sfide della globalizzazione, da rapidi e continui cambiamenti sociali e tecnologici, da migrazioni incontrollabili, da emarginazione e irrilevanza sociale della Chiesa e della vita consacrata, dalla diminuzione di solide risposte vocazionali”, e da “una gioventù che sembra non avere futuro”.

P. Antonio e P. Marco hanno assunto la realtà, la cultura e la religiosità del loro tempo in modo critico e con atteggiamenti di discernimento vigilante. Non “hanno assorbito acriticamente e senza discernimento”, non hanno seguito mode o ideologie, ma hanno orientato tutta la loro vita a un fine. Questo fine é Cristo incarnato ieri, oggi e sempre o, secondo il linguaggio del loro tempo, “la bella patria del cielo”, “la salvezza delle anime”. A questo fine hanno orientato la loro vita in tutte le sue dimensioni: fisica, mentale, spirituale. Hanno abbracciato la vita consacrata non per essere “eroi” né per presentarsi “agli altri come modelli”, ma per stare al fianco della povera gioventù. Imitando Gesù, si sono fatti poveri per amore della “povera gioventù” per arricchirla con la loro povertà, ricchi di fiducia nell’amore del Signore e nell’amore fraterno.

Qual’é la “povera gioventù” di oggi? Qual’è l’esperienza religiosa dei giovani? E i giovani che non hanno nessuna esperienza religiosa e sono “fuori dall’ovile”? In tutto il mondo, i giovani che partecipano alla vita della Chiesa sono numericamente meno, rispetto alla totalità di quelli che non partecipano e di quelli che nemmeno conoscono una partecipazione, legata a una dimensione religiosa. Come si caratterizza attualmente l’esperienza di Dio nei giovani in una società pluralista, che non solo non credono in Dio ma non credono più a niente; giovani drogati dal “dio successo”, dal “dio tecnologia”, giovani con “un Dio a modo mio”, che esprimono la loro sensibilità religiosa ma in maniera difforme dalla tradizione ecclesiale? In Occidente, il mondo giovanile appare spesso indifferente, spavaldo, frivolo. Atteggiamenti che nascondono spesso una profonda inquietudine, piena di tristezza. E in Oriente? Nel Sud e nel Nord del mondo? Se in passato, forse, era più facile nascondere la mediocrità dei genitori, delle guide e degli educatori ai bambini e ai giovani, oggi è quasi impossibile. I giovani capiscono immediatamente se “insegni” loro quello che tu non hai mai imparato, se racconti loro esperienze che tu non hai mai vissuto.

Per navigare nel mare agitato del mondo odierno è necessario verificare la solidità della nostra spiritualità di consacrati Cavanis, occorre essere educatori diversi, meno insegnanti e più portatori di una sapienza di vita; meno guide e più compagni di viaggio umili e sapienti. “L’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, perché abbiamo smesso di pensare al fine dell’agire umano” (Francesco). La nostra vita spirituale, deve custodire e difendere, nella quotidianità, spazi e tempi di silenzio per stare con se stessi, per scoprirsi abitati dal Signore e per fare discernimento sul fine della nostra consacrazione e del nostro agire. In questi tempi e spazi di silenzio è opportuno evitare preghiere formali, a memoria. È difficile passare dalle occupazioni e distrazioni della vita quotidiana alla preghiera, senza calmarsi un po’, senza prima chiedere perdono al Signore e ai fratelli, raccogliersi e riconoscersi indegni della bontà di Dio. Così facevano P. Antonio e P. Marco. Nei momenti e spazi di silenzio, evitare di rilassarsi con le  “distrazioni dei media”. Molto meglio immergersi con la fantasia in qualche scena evangelica e fare discernimento sul proprio comportamento; recuperare una visione positiva di se stessi come figli di Dio, santificati dallo Spirito; ricordare il fine, e verificare se si è persa la capacità creativa nel ministero e nella missione Cavanis e siamo diventati  ripetitori, fuori tempo.

Senza nascondere incertezze e preoccupazioni, ma pieni di entusiasmo e di passione, avere chiarezza a riguardo del fine e del perché siamo religiosi e sacerdoti Cavanis; crescere in sollecitudine nel dono totale di se stessi alla missione evangelizzatrice della “povera gioventù;  coltivare, nelle piccole comunità di 2 o 3 confratelli, relazioni interpersonali umane, libere, mature e responsabili, con fedeltà, fiducia e gratitudine, senza idealizzazioni adolescenziali, per “camminare non solo con i piedi per terra  ma anche con i piedi nelle scarpe degli altri”.

La vocazione non è una vaga risposta alla chiamata del Signore, fuori del tempo e dello spazio, ma é un incontro  e una “visione” che nascono da contesto e da un itinerario travagliato dove l’ultima parola della fede non è ascoltare, ma vedere. Allora è possibile ricostruire l’incontro personale e quotidiano con Cristo, fino ad arrivare ad appassionarsi della sua Persona, nostro fine e non solo del suo messaggio, della sua dottrina: “Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (Gal 5, 25). “Quanto a me, anch’io corro, ma non come colui che non ha una direzione. Pratico la lotta ma non come chi batte a vuoto l’aria. Tratto con severità me stesso e sottometto il mio corpo con le sue tendenze negative, perché non succeda che io proclami agli altri un messaggio e poi io stesso sono destinato ad essere riprovato” (1Cor 9, 26-27).

La sequela di Cristo, senza la guida dello Spirito e di una guida spirituale che aiuti a fare discernimento, non è mai priva di rischi perché il mondo e il demonio cercano di spingerci verso falsi obbiettivi che hanno apparenza di bene, inducendoci a usare mezzi non adeguati a raggiungere il bene vero. La battaglia è sui mezzi per raggiungere il fine della propria vita, rispettando la nostra e l’altrui libertà. È un errore ridurre il discernimento a una tecnica per comprendere la volontà di Dio e imparare a non sbagliare mai! Il cuore umano é un campo di battaglia e nel discernimento si possono commettere errori, da cui però si può imparare. Il discernimento conduce:

  • All’ascolto della realtà attuale dei giovani e delle loro sensibilità religiose, sociali, ecologiche, ecc. e anche delle loro fragilità.
  • A una visione di fede della vita per essere religiosi credenti e credibili, per agire con autorevolezza, e per affrontare le prove come le hanno affrontate i nostri Fondatori, secondo i ritmi del Triduo Pasquale, Passione, Morte e Resurrezione.
  • Alla speranza contro ogni speranza. La debolezza umana può diventare forza nello Spirito Santo che opera meraviglie.
  • Alla carità come esperienza della Carità del Padre che diventa, sotto l’azione dello Spirito, dedizione concreta a “tanta povera gioventù dispersa”, con modalità creative dipendendo dal Paese dove stiamo vivendo la nostra missione, con fiducia reciproca, “giovani e religiosi Cavanis compagni di viaggio nella vita”. La libertà è il requisito base dell’amore.

Oggi, la vocazione alla vita consacrata suppone una presa di posizione “audace” di fronte al mondo (Francesco). Ci è di esempio il nostro P. Marco che, proprio nei giorni di carnevale, prese la decisione audace di diventare sacerdote e ai colleghi di lavoro che vivevano “in maschera” e lo deridevano per il suo comportamento retto e onesto, rispose che la vita “in maschera” è falsa e senza dignità, perché dimentica la bellezza di una vita trasparente. Chi vive in maschera non assume le proprie responsabilità e non si accorge di quanto le sue scelte e le sue non-scelte, concorrono a rendere il vivere di tutti sempre più insostenibile. Certi discorsi, dicevano i colleghi a P. Marco (molti oggi dicono la stessa cosa), vanno bene finché si va al catechismo o a scuola, ma poi bisogna crescere e bisogna imparare a vivere in questo mondo dove ci sono i furbi e gli stupidi, i vinti e i vincitori. Bisogna stare attenti a saltare sul cavallo giusto, per non rimanere al palo nella corsa della vita. Parlare di valori come solidarietà, fraternità, pace, giustizia sociale, amore, …tutte cose belle…ma occorre essere concreti, realisti! Per educare la gioventù è necessario essere audaci e credibili, sfidarla sulla coerenza  a se stessa e al Vangelo, come ha fatto P. Marco.

I giovani capiscono meglio degli adulti che “Nessuno vive per se stesso e solo dase stesso”. Sanno che la felicità dipende dal tessuto di rapporti che si instaurano durante la vita. Allora è necessario aiutarli a sentirsi responsabili di tutti gli altri giovani, a sentirsi in debito con i troppi loro coetanei immersi in un presente segnato da miseria, fame, guerra, migrazioni forzate. Un giovane che comprende il suo essere debitore verso gli altri sente di avere responsabilità nei loro confronti e del futuro della società e dell’umanità intera. Si tratta di imparare e assumere questa disciplina. I giovani della Scuola dei Cavanis, maggiori in età, imparavano questa disciplina, che non cede a concessioni continue a ciò che si vuole, si sente, si desidera, a ciò che ci soddisfa, dovevano essere responsabili dei più piccoli e degli altri giovani. Proprio in questo contesto si colloca il discernimento, dono che va invocato e custodito. Si vive umanamente bene se fin da giovani si impara ad essere responsabili gli uni degli altri.

Nel presente, abbiamo un’altra grande sfida da affrontare: essere e sentirsi tutti una sola famiglia grazie al carisma e alla spiritualità Cavanis e incarnare tali doni dello Spirito nelle 10 nazioni dove siamo presenti, “in unità di intenti”. È un lungo processo. Il punto di partenza non siamo noi: sono i giovani che il Signore ci affida come educatori ed evangelizzatori. Ci poniamo a servizio delle molteplici vocazioni dei giovani, per aiutarli a scoprire che cosa il Signore vuole da ciascuno, nelle loro comunità civili-sociali-ecclesiali. Gli strumenti che abbiamo a disposizione li conosciamo: scuola, parrocchia, catechesi, oratorio, accoglienza di minori, associazioni, movimenti, esercizi spirituali e formazione  di adulti, ecc. Ma ora, lo Spirito stimola la nostra creatività per inventare strumenti diversi e più appropriati, nei Paesi dove ci troviamo a dare testimonianza di Gesù. Con certezza, non possiamo aspettare che i ragazzi vengano, occorre uscire ed andare incontro, come fecero i Fondatori. “Con la gioia del Vangelo, l’appartenenza a Cristo e la trasparenza di vita religiosa, possiamo contagiare qualche giovane perché si apra alla chiamata del Signore e si ponga la questione vocazionale alla vita consacrata e al sacerdozio.     

La nostra Congregazione esiste per la Missione di evangelizzare la gioventù. Questa è tutta la sua gioia: “andate per tutto il mondo siate padri più che maestri di tanta “povera figliolanza dispersa”, con ogni mezzo ritenuto necessario, opportuno, rispettando culture e ritmi di crescita”. Questa Missione non va confusa con altre attività sociali di assistenza, Rotary, Lions, Save the Children, Massoneria, ONG, Unicef, etc. Fin dal tempo dei Fondatori la Congregazione ha camminato sotto la guida saggia del Papa: Pio VI, Leone XII, Pio VIII, Gregorio XVI, il Beato Pio IX, nel nostro tempo, San Giovanni XXIII, San Paolo VI, Giovanni Paoli I, San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco: “Prendersi cura dei giovani non è un compito facoltativo per la Chiesa, ma parte sostanziale della sua vocazione e della sua missione nella storia”.  Questa Missione, “non è una parte della mia vita o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice o un momento dei tanti dell’esistenza. E’ qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscer se stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, sollevare, guarire, liberare” (EG 273). E’ necessario fare discernimento per non rimanere imprigionati in sistemi chiusi, riti vuoti, abitudini stanche e ripetitive e confondere la nostra missione con altre attività sociali. Il sacerdote è chiamato a comunicare le cose di Dio e a interpretare la storia e i problemi dell’uomo soltanto dalle profondità della sua fede. Non è di competenza sua essere un sociologo o un economista.

E necessaria una buona formazione spirituale alla missionarietà secondo il Carisma, in un contesto di multiculturalità, propria di una “Chiesa in uscita in un mondo che cambia”.La pienezza missionaria nel Carisma non si conquista mai fino in fondo, ma è fedeltà dinamica. Pertanto è evidente la necessità che le forme istituzionali, religiose e simboliche hanno bisogno di guadagnare sempre in elasticità, senza la quale nessuna forma istituzionale, per quanto veneranda è in grado di sopportare le tensioni della vita né può rispondere agli appelli della storia”. Quali nuove forme di servizio secondo il carisma sono necessarie nei Paesi dove la Congregazione è presente? Per guardare al futuro in atteggiamento di ascolto dello Spirito ed essere profeti di speranza, nell’organizzazione della vita delle comunità, oggi ridotte a due o tre persone, sono “prioritari” la vita di preghiera come incontro personale con Gesù, il discernimento comunitario e il dialogo, “liberi dalla tentazione del numero o dell’efficienza per non diventare gestori di un’azienda destinata alla chiusura”. 

“Tante congregazioni sono passate da situazioni quasi unicamente monoculturali alla sfida della multiculturalità. Si sono costituite comunità internazionali che per alcuni istituti hanno rappresentato la prima coraggiosa esperienza di uscita dai propri confini geografici e culturali… Va tenuto presente che la formazione e la spiritualità non si improvvisano, ma esigono una remota e continua preparazione…”.  Stiamo vivendo un tempo in cui è necessario ripensare tutto alla luce di ciò che ci chiede lo Spirito: “essere persone libere, che vivono senza nulla di proprio, da schemi e strutture che hanno fatto il loro tempo e servizio; liberi dalla comodità, dall’accidia e dalla mondanità, forze che impediscono al missionario di “uscire”, di “partire” e di condividere il dono del Vangelo. Non può camminare con il cuore pieno di comodità, con il cuore vuoto (accidia) o che cerca cose estranee alla gloria di Dio (mondanità)”.

Nella formazione permanente l’approfondimento criticamente responsabile della tradizione carismatica e della spiritualità è una esigenza chiara e necessaria. Con il cuore pieno di comodità, frutto di immaturità, di attaccamento al denaro, di una mentalità “imprenditoriale”, di una amministrazione tutt’altro che evangelica, non si costruisce la vita consacrata. Nessuna congregazione è mai “morta” per mancanza di denaro, per eccesso di soldi e di beni e mancanza di povertà evangelica. Muore per mancanza di spiritualità nei suoi membri che si sono allontanati dal carisma. I missionari Cavanis sono chiamati a vivere in costante “conversione personale e comunitaria per essere profeti della misericordia del Padre”, capaci di cogliere la presenza di Gesù in tanti bambini e giovani “scartati” dalla società, ma che per noi Cavanis sono “figli”. La bellezza della vita consiste nel riconoscimento della dignità di ogni essere umano.

Non è facile conoscere i fattori culturali che promuovono o inibiscono la interculturalità evangelica. Ci sono delle differenze culturali avvertite come una minaccia,  ci sono stereotipi e pregiudizi, c’è il pericolo della dominazione culturale da parte del gruppo di maggioranza o del complesso di persecuzione da parte dei membri più deboli, della esagerata dipendenza da membri/famiglie della propria cultura o lingua madre, facilitato dagli strumenti informatici, fino al punto di ignorare di fatto il contesto in cui si vive e dove si dovrebbe dare testimonianza del Vangelo. Per chiarire il concetto di cultura, basta pensare all’immagine dell’iceberg: la sua punta visibile è solo una piccola parte, tutto il resto, e cioè le credenze, i valori, i miti, i modelli, i simboli ecc., è nascosto sotto la superficie dell’acqua. Questi importanti elementi vengono acquisiti implicitamente, sono inconsci, difficili da cambiare, e costituiscono la conoscenza soggettiva. Non basta avere una comunità formata da persone provenienti da Paesi diversi, per garantire il suo sviluppo nella dimensione di una comunità “interculturale”. Nel discernimento vocazionale e nella formazione due aspetti sono determinanti: le qualità necessarie per la vocazione religiosa in un mondo multiculturale,  e gli elementi fondamentali per formare una comunità multiculturale.

Le nostre comunità multiculturali sono tali solo al livello superficiale del cibo e di qualche parola della lingua, cioè la punta dell'iceberg culturale.  Gli elementi più profondi della cultura – specialmente quelli che creano tensione e conflitto nella comunità – non vengono mai trattati. Una effettiva interazione è una delle sfide più serie che solo può essere affrontata per mezzo della formazione permanente. E’ inevitabile che i membri di comunità multietniche e multiculturali tendano a frequentare soprattutto quelli che hanno il loro stesso bagaglio culturale. Il rischio di un isolamento tra un gruppo e l’altro, compromettendo in partenza il difficile processo dell'impegno multiculturale, è reale. La conoscenza della cultura e delle dinamiche multiculturali, la maturità emotiva e la forza psicologica sono tutti elementi indispensabili per una vera e propria comunità multiculturale, forte nella spiritualità e coerente nel vissuto del carisma.

 

E ora, cosa fare?

Università di Berkley, California. Un professore della Facoltà di Psicologia fa il suo ingresso in aula. Tutto sembra nella norma, ad eccezione di un piccolo particolare: Il professore ha in mano un bicchiere d’acqua. Nessuno nota questo dettaglio finché il professore, sempre con il bicchiere d’acqua in mano, inizia a girare tra i banchi, in silenzio. Gli studenti si scambiano sguardi divertiti, ma non particolarmente sorpresi. Sembrano dirsi: oggi la lezione riguarderà l’ottimismo! Il professore ci chiederà se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Alcuni diranno che è mezzo pieno e altri che è mezzo vuoto o che è completamente pieno: per metà di acqua e per metà di aria. Il professore invece si ferma  e domanda agli studenti: “secondo voi quanto pesa questo bicchiere d’acqua?”. Gli studenti sembrano un po’ spiazzati da questa domanda ma in molti rispondono: il bicchiere ha un peso complessivo più o meno tra i 200 e i 300 grammi. Il professore aspetta che tutti parlino, poi propone il suo punto di vista. “Il peso assoluto del bicchiere d’acqua è irrilevante. Ciò che conta davvero è per quanto tempo lo tenete sollevato. Sollevatelo per un minuto e non avrete problemi. Tenetelo sollevato per un’ora e vi troverete con il braccio dolorante. Tenetelo sollevato per un’intera giornata e vi troverete con il braccio paralizzato. In ognuno di questi tre casi il peso del bicchiere non è cambiato. Eppure, più il tempo passa, più il bicchiere sembra diventare pesante.

Le preoccupazioni con se stessi, i condizionamenti, le relazioni interpersonali di sofferenza, l’insoddisfazione nel lavoro pastorale, le frustrazioni, la perdita di motivazioni, le finzioni, ecc. sono come questo bicchiere d’acqua. Ciò che conta è quanto la nostra mente e il nostro cuore ne risentono  nella vita di ogni giorno. Se ne risentono molto, mente e cuore si paralizzano e non siamo in condizione di fare scelte libere e responsabili. Per ritrovare la serenità e fare scelte giuste dobbiamo imparare a mettere giù il “bicchiere”. La spiritualità ci fa mettere giù il “bicchiere”al momento giusto, per non farci del male da soli e gli uni gli altri.








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