"Vedere cose ancora maggiori"

"Vedere cose ancora maggiori"

Capitolo Generale 2019
19 Giugno 2019 - Di P. Diego Spadotto CSCh



3C

La Congregazione, in quest’anno del 35 Capitolo generale, sta prendendo coscienza della fase di transizione che sta vivendo, dalla multiculturalità raggiunta in questi anni, alla programmazione di un cammino di formazione all’interculturalità che comporta: un nuovo stile di governo della Congregazione; rapporti di uguaglianza tra le varie parti territoriali, alcune in crescita, altre in decrescita, alcune piccole e altre più strutturate, alcune in Paesi grandi, altre in piccoli Paesi; modalità creative nelle relazioni fraterne nelle piccole comunità; uno “stile sinodale”, da vivere sul campo tra i giovani. Nessun “gregge” è tanto piccolo da non meritare di stare nel cuore di Gesù che ha detto: “gli ultimi saranno i primi”. Non si può mai abbassare la guardia sui tentativi di far valere certi “privilegi”, di primogenitura, di numero maggiore di religiosi, di potere economico, di storia, ecc. Si è allargato il perimetro della Congregazione, competere non porta da nessuna parte, i “piccoli” contano tanto quanto i “grandi”, un piccolo Paese come Timor Est, conta tanto quanto i milioni di cattolici del Brasile. A chi fa notare il costo di questa uguaglianza rispondiamo che il costo della negazione di questa evidenza evangelica è maggiore e cresce ad un tasso più veloce.

“Governare una Congregazione, una comunità o un’opera, significa servirle e curarle come se le si dovesse riconsegnare ad altri in ogni momento”. Servirle e curarle con pazienza e coraggio, senza cercare interessi personali o di parte. L’unico interesse, da vivere con umiltà, è la gloria di Dio e il bene di “tanta povera gioventù dispersa”. Su questo servizio non ci è dato di dividerci, specialmente in questo tempo, attraversato da venti che disperdono, provocano in molti confusione e smarrimento. Il pericolo non è l’incapacità di un governo della Congregazione, ma l’arroganza e la presunzione di che crede di sapere. Non è una colpa se uno non ha un’idea di come si governi una Congregazione multiculturale, colpa é credere di saperlo fare e di far credere ad altri di saperlo fare. Questa presuntuosa incompetenza, è propria di chi crede di poter parlare di vita consacrata leggendo su Facebook, o parlare di pastorale giovanile senza avere “l’odore delle pecore”. Non dobbiamo aver paura per il fatto di essere pochi. Bisogna invece aver paura di essere insignificanti, di smettere di essere luce che illumini quanti sono immersi nella notte oscura della storia, di cedere alla tentazione dell’autoreferenzialità, a trasformarsi in “eserciti chiusi”.

Non dobbiamo temere tanto le difficoltà, quanto lo scoraggiamento, la sfiducia e l’indifferenza e l’astuzia con cui il male si impadronisce delle nostre paure per trasformarle in rabbia. Il modo migliore per rispondere non è quello di proporre facili rassicurazioni, lasciando capire che poi tutto s’aggiusta o che, comunque, i “superiori” sono quelli che devono pensarci. Siamo chiamati, piuttosto, a saperci confrontare con franchezza e ad assumere con determinazione le scelte necessarie, così da essere non solo più efficienti, ma soprattutto più uniti. Perché intorno a Cristo non si sta divisi e sdegnosi, ma insieme e uniti. Di fronte alle difficoltà bisogna scegliere il discernimento come metodo per arrivare alle decisioni da prendere e non limitarsi a rincorrere le “ultime notizie di attualità” ma costruire con ampiezza di vedute il discernimento comunitario, nella speranza di “vedere cose ancora maggiori” come Gesù dice a Natanaele quando lo vede “sotto il fico” e lo chiama a seguirlo (Gv 1,43-51).  “Tre giorni dopo, in una festa di nozze a Cana di Galilea, stava là la Madre di Gesù. Anche Gesù stava là con i suoi discepoli”. Quindi, a Cana, Natanaele e gli altri discepoli hanno potuto vedere alcune “cose maggiori”, tra queste la gioia abbondante, quasi eccessiva, rappresentata dagli ottocento litri di vino che Gesù ha gratuitamente offerto agli sposi, al di là di ogni necessità pratica perché la festa stava per finire. L’ora migliore per “vedere cose maggiori” è ora, e il luogo migliore per vederle è qui, nel luogo dove il Signore ci invia in missione.




Copertina.






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