Discernimento e esercizio del potere di curare le relazioni nel tempo della rete

Discernimento e esercizio del potere di curare le relazioni nel tempo della rete

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12 Agosto 2019 alle 07h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto


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È ben noto l’apologo biblico degli alberi che camminano e vogliono scegliere un re che li governi (Giud 9). L’olivo, il fico, la vite non accettano l’invito, il rovo orgoglioso accetta. L’olio e il vino non esistono in natura già pronti, sono un prodotto del lavoro umano, i fichi sono commestibili interi. Rinunciano perché non vogliono perdere la loro identità. Il rovo rappresenta quelli che cercano il potere senza avere le condizioni. Sappiamo come è andata a finire. La s-clerocardia del rovo colpisce anche il clero, gli uomini di Chiesa, quando come il rovo si candidano per essere eletti re, senza fare discernimento nell’lllustre sconosciuto. Questa popolare definizione dello Spirito Santo afferma una sua caratteristica “illustre” e il suo contrario “sconosciuto”. Il discernimento nell’Illustre sconosciuto, non è sul “che cosa” ma sul come e il perché. Bisogna verificare se la nostra volontà è in sintonia con la Volontà di Dio; se si vuole una cosa giusta, ma in modo sbagliato; se, nella fede, sappiamo come e perché crediamo, visto che nessuno insegna il come e il perché si crede. Gli Apostoli quando scelgono Mattia come dodicesimo apostolo, e nel primo “concilio” a Gerusalemme, dove parlano, Pietro e Giacomo e due che non erano nel numero dei 12, Paolo e Barnaba fanno discernimento e decidono “è sembrato bene allo Spirito Santo e a noi…”,  non emettono condanne. Ora, le persone scelte per condurre la Congregazione vanno accolte con questo spirito.

Il potere é servizio quando non si è autoreferenziali come il rovo, non si crede di avere luce propria e non si apre la porta a quel male che è la mondanità: vivere per darsi gloria gli uni degli altri. Il Signore sceglie qualcuno per “governare” ma non alla maniera del rovo per dominare, ma per curare, con l’olio della consolazione Olivo), il vino della speranza (vite) e il frutto intero del Vangelo (fico). I veri servi sono: “interpreti di quella grandezza nascosta, lontana dalle luci della ribalta mediatica, che si spende senza protagonismi, nelle trincee della lotta contro l’ingiustizia e le offese ai danni dei poveri; forti della preghiera e della docilità all’azione dello Spirito, umili testimoni di quella logica del Vangelo che guarda ai malati più che ai sani, non giudica e sceglie gli ultimi” (Francesco). Ogni esercizio del servizio ha molti momenti di difficoltà dove emergono limiti e debolezze e la tentazione di rimuginare il passato. Ma è anche occasione di fare memoria con gratitudine per il passaggio del Signore nella nostra vita e per il suo sguardo misericordioso che ci ha invitato a metterci in gioco per Lui e per il suo popolo, accettando l’esercizio del servizio prendendosi cura degli altri. In casa, spesso, abbiamo armadietti pieni di medicine, ma cosa abbiamo in casa per curare i mali dell’anima?  Ora “Trova le tue radici e poi vola”, (proverbio cinese).

“Fate uscire un pesce dall’acqua, e non vivrà. Ebbene, ecco l’uomo senza Dio”, diceva il santo curato d’Ars. Quando non ci si prende cura dell’anima gli uni degli altri, siamo come pesci fuor d’acqua, cadiamo in quella tristezza dolciastra che si chiama accidia. Nel villaggio globale anche i capitolari sono stati immersi in una rete comunicativa parallela, una grande tela di ragno che tutto confonde, emozioni e sentimenti, Le notizie venivano comunicate prima ancora di comprenderne il significato personale. Si sorride e si ride guardando lo schermo di uno smartphone e se cerchiamo di vedere perché si ride ci sentiamo guardoni di cose di cui non conosciamo il senso. A volte non c’è nessuno con cui si sta comunicando, è solo una finzione per non sentirsi soli. Si costruisce in questo modo un universo narcisistico, sottratto alla cura delle relazioni personali. Si vive in un doppio regime, il cervello è altrove, sintonizzato col bip del cellulare quando arriva un messaggio. Pur sapendo quanto questo ostacoli la nostra vita spirituale e relazionale, continuiamo a farlo perché si prova un certo compiacimento narcisista. Sembra che questo succeda fin dai primi mesi di vita, se si mostra a un bambino di 10 mesi un giocattolo o lo schermo di un smartphone preferisce quest’ultimo. Ora come curare le relazioni  che si sono ammalate?




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