La voce di Francesco e dei missionari che vivono in Amazzonia

La voce di Francesco e dei missionari che vivono in Amazzonia

Come si può ancora non comprendere «che la difesa della madre terra non ha altra finalità che non sia la difesa della vita?»


07 Ottobre 2019 alle 08h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3C

LA VOCE DI FRANCESCO E DEI MISSIONARI CHE VIVONO IN AMAZZONIA

Come si può ancora non comprendere «che la difesa della madre terra non ha altra finalità che non sia la difesa della vita?». Con queste parole il 19 gennaio 2019 a Madre de Dios in Perù, nel cuore della foresta amazzonica, papa Francesco aveva voluto dare inizio, con più di un anno d’anticipo, al Sinodo sull’Amazzonia che da domenica 6 ottobre, per tre settimane, vedrà riuniti nella Sede di Pietro i vescovi della Chiesa universale. Il Papa aveva scelto un luogo chiave: le sorgenti del Grande fiume, il Rio delle Amazzoni, l’arteria d’acqua che con i suoi affluenti scorre come sangue nelle vene per la flora e la fauna del territorio, come sorgente dei suoi innumerevoli popoli e delle loro millenarie culture fiorite in stretta connessione con l’ambiente e dà la vita non solo a un intero Continente ma al mondo. Un luogo, dunque, rappresentativo e decisivo, d’importanza planetaria, come lo è l’intera regione Pan-amazzonica che si estende per quasi otto milioni di chilometri e contribuisce in maniera determinante alla vita sulla Terra. Un bicchiere d’acqua su cinque e un respiro su cinque di ogni persona, di ogni essere vivente, si calcola venga dal bacino amazzonico. Senza l’Amazzonia pertanto il mondo non ha speranza di vita. Qui si gioca il futuro del pianeta e dell’umanità. Ma proprio in questa grande regione si è scatenata una grave crisi ambientale e sociale causata da una prolungata ingerenza umana, in cui predomina una cultura dello scarto e uno sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali.

La causa profonda della crisi è strettamente collegata al modello dominante di sviluppo adottato, quello che l’enciclica Laudato si’ indica con l’espressione di «globalizzazione del paradigma tecnocratico». Un modello che induce a considerare la terra alla stregua di una merce. E come tale essa può essere sfruttata, degradata e depredata senza scrupoli e senza rendere conto a nessuno per accumulare denaro. La più grande foresta pluviale del pianeta è così oggi vittima della maggiore distruzione artificiale di ogni tempo perché al centro della disputa mondiale per l’accaparramento delle risorse naturali: gas, petrolio, legno, oro, monocolture. E nuove forme di colonialismo predatorio continuano a divorarla incessantemente, devastando la vita con l’inquinamento ambientale causato dall’estrazione illegale e le sue conseguenze: la tratta di persone, la mano d’opera schiavizzata, l’abuso sessuale, i commerci illeciti: «Mai i popoli originari dell’Amazzonia sono stati minacciati quanto lo sono ora, ai nostri giorni, nelle loro stesse terre». Si tratta di una situazione di emergenza mondiale. È «il cuore della nostra casa comune, è l’opera straordinaria di Dio ferita dall’avidità umana e dal consumo fine a se stesso che oggi ci invita a volgere lo sguardo. Non possiamo continuare a ignorare questi flagelli. Con la ricchezza della sua biodiversità, multi-etnica, pluriculturale e pluri-religiosa, l’Amazzonia è uno specchio di tutta l’umanità che, a difesa della vita, esige cambiamenti strutturali e personali di tutti gli esseri umani, degli Stati e della Chiesa».

L'Amazzonia dunque non è un mondo 'altro', lontano ed esotico. È lo specchio del nostro. Ed è una questione di vita o di morte che ci riguarda tutti, per le sfide decisive di un presente e un futuro che è nostro, loro, di tutti. Perché ciò che accade in Amazzonia è il paradigma della cultura imperante del consumo e dello scarto che trasforma la Terra in una grande discarica e l’emblema di un’economia che uccide. Perché è lo specchio dell’umanità e l’emblema della crisi di uno sviluppo ossessionato dagli idoli del denaro e del potere, idoli che impongono «nuovi feroci colonialismi ideologici mascherati dal mito del progresso», che distruggono l’ambiente, le identità culturali proprie dei popoli e la loro convivenza. Ascoltare il «grido di schiavitù» della natura e al tempo stesso quello dei suoi popoli minacciati che sale da questa immensa regione brutalmente violentata non può quindi che interessare anche la missione della Chiesa universale, chiamata con urgenza a interrogarsi e a intraprendere nuovi cammini di evangelizzazione, perché l’interesse per la creazione, e dunque per il rapporto dell’umanità con essa, è un’istanza della fede biblica. La Chiesa è spinta anche a promuovere, nel solco della Dottrina sociale della Chiesa – che risale ai Padri e trova compiuta e completa enunciazione nella terza parte del Catechismo della Chiesa cattolica –, un’ecologia che richiede un approccio integrale per contrastare la povertà, per restituire dignità agli esclusi e, simultaneamente, prendersi cura della natura.

Nella Laudato si’ l’emergenza ecologica è parte della missione di liberazione integrale a cui è chiamata la Chiesa che vuole essere fedele al Vangelo. Da qui un Sinodo che è 'figlio' dell’enciclica di papa Francesco. Chi non l’ha ancora letta non è nelle condizioni per capire davvero il Sinodo sull’Amazzonia. La Laudato si’ «non è un’enciclica verde, è un’enciclica sociale, che si basa su una realtà 'verde', la custodia del Creato», ha chiaramente affermato lo stesso papa Francesco, dato che custodire l’intera creazione è un servizio che il Vescovo di Roma è chiamato a compiere, come un servizio liturgico. Inoltre «la Chiesa cattolica è consapevole della responsabilità che tutti portiamo verso questo nostro mondo, verso l’intero Creato, che dobbiamo amare e custodire». Da qui dunque le ragioni di un Sinodo sull’Amazzonia, che riguarda una realtà locale e insieme universale, «attorno alla vita, la vita del territorio amazzonico e dei suoi popoli, la vita della Chiesa, la vita del pianeta». Un’assemblea speciale centrata sulla missione, dimensione universale della Chiesa in quanto essa è per sua natura missionaria, secondo il comando di Cristo di annunciarlo fino agli estremi confini della terra. Che il messaggio di liberazione e salvezza del Vangelo possa essere accolto e incarnato anche da una sola persona in mezzo a un’immensa foresta riguarda e tocca tutto il corpo della sua Chiesa nel mondo. È proprio dunque dalla realtà di questo luogo vitale, decisivo e rappresentativo del mondo attuale, che la Chiesa è invitata a riflettere sulla sua missione alla luce del magistero dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium e dell’enciclica Laudato si’, affinché una conversione missionaria sia realizzata dalla Chiesa nel mondo intero e venga favorita un’evangelizzazione incarnata nella cultura di quei popoli. I valori e le forme positivi che ogni cultura propone arricchiscono infatti la maniera in cui il Vangelo è annunciato, compreso e vissuto, dato che una cultura sola non è capace di mostrare tutta la ricchezza di Cristo e del suo messaggio.

In Brasile sta dilagando una nuova forma di sfruttamento e di accaparramento abusivo delle terre indigene, molto aggressiva nei confronti dei diritti dei popoli locali. Il monito viene del Consiglio indigenista missionario (Cimi), che nel suo ultimo rapporto denuncia una vera e propria invasione condotta da «criminali», per di più determinati a restare sul posto e vendere territori ancestrali. «La motivazione principale delle incessanti invasioni è quella di rendere queste terre disponibili per lo sfruttamento da parte della filiera dell’agroalimentare, delle compagnie minerarie, dei responsabili del disboscamento». Per raggiungere questo obiettivo è praticata «una gamma molto diversificata di violazioni dei diritti e dei tipi di violenza»: accaparramento delle terre, furto di legname, estrazione dell’oro, invasioni e persino la creazione di lottizzazioni di terreni nei territori indigeni tradizionali. Nuovo modello di invasione e di accaparramento delle terre indigene che dilaga in Brasile: «Gli invasori di solito entravano nel territorio e rubavano legname, minerali, attentavano alla biodiversità, ma a un certo punto si sapeva che sarebbero andati via. Ora, invece, in molte regioni, pretendono di ottenere la proprietà della terra calpestata, che hanno invaso allo scopo di rimanere. Persino i territori ancestrali vengono divisi in lotti e poi venduti». Ma quel che spesso si preferisce tenere all’oscuro, è che «pur essendo queste terre a uso esclusivo degli indigeni, appartengono in realtà allo Stato», e si può dunque considerare che «l’intera società brasiliana viene danneggiata in qualche modo, perché, anche quando non completamente distrutti, questi beni naturali diventeranno proprietà o verranno venduti a beneficio di pochi individui, vale a dire gli invasori criminali». Anche il presidente del Cimi, Roque Paloschi, arcivescovo di Porto Velho, ha sottolineato che i popoli indigeni sono stati «storicamente vittime dello Stato brasiliano perché, attraverso le istituzioni che esercitano poteri politici, amministrativi, legali e legislativi, si agisce quasi sempre con riferimento a interessi marcatamente economici, non a diritti, questioni collettive, culturali, sociali e ambientali». «La gestione pubblica è parziale perché assume la proprietà privata come sua logica, in contrasto con la vita, il benessere e la dignità umana».




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