"La nostra vocazione tra abbandoni e fedeltà"

"La nostra vocazione tra abbandoni e fedeltà"

È il titolo del sussidio preparato dai Frati minori per favorire e sostenere la formazione permanente...
13 Dicembre 2019 - Di P. Diego Spadotto CSCh



3C

È il titolo del sussidio preparato dai Frati minori per favorire e sostenere la formazione permanente all’interno dell’Ordine, problema non legato solo al discernimento iniziale quanto alla cura quotidiana della vocazione nella formazione permanente. Interessa anche a noi Cavanis? “Cosa è possibile fare per integrare nella sanità dello sviluppo della persona il vissuto del ministero sacerdotale, quando esso diventa pesante?”, si chiedeva il Cardinal Martini alcuni anni fa. Lui stesso rispose: prendersi cura della propria salute fisica e psichica, evitando tutti gli eccessi nel cibo, nel bere, nel fumo, ecc; coltivare il buon umore e la serena capacità di autocritica; vigilare su se stessi e sul proprio comportamento e tendenze; chiedere con fede al Signore la consolazione interiore, come si chiede “il pane nostro quotidiano”. Analizzando la situazione globale della nostra Congregazione si può scoprire come parecchi confratelli non facciano un vero percorso di crescita umana e spirituale permanente. Si sono chiusi nel proprio io o si svuotano nel “fare”, assumendo affettivamente atteggiamenti aggressivi. Hanno ritardato o bloccato la loro maturazione come persone adulte, vivendo una concezione della sessualità come un disvalore o come un vissuto puramente privato, con forte influenza della concezione dominante dell’edonismo sensuale e del maschilismo, propri dell’odierna società, diventando restii a comunicare e a dialogare. In queste situazioni il ministero diventa pesante per la routine, la ripetitività, la mancanza di gratificazioni, la demotivazione.

Un tale disse a Gesù: “Ti seguirò dovunque tu vada”, Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Lc 9, 57-62). Se si vuole dare un senso alla promessa di seguire il Signore, bisogna uscire dalla propria tana, saltar fuori dal nido, bisogna capire le implicazioni della sequela. La tana è il luogo dove si trova sicurezza e ci si sente difesi, il nido è il calore che nutre e protegge. Bisogna lasciare che i “morti seppelliscano i loro morti”, rinunciare all’eredità paterna e donarsi totalmente al Regno di Dio.  Bisogna rinunciare a “congedarsi da quelli di casa” perché non succeda di tornare indietro “dopo aver posto mano all’aratro”. La vera sequela di Cristo non ammette indugi, attaccamento al proprio io, alle cose o alle persone, bisogna crescere e liberarsi.  Chi vuol restare nella tana o nel nido non potrà mai capire in pienezza il Regno. Potrà compiere i gesti del Regno ma rimarrà chiuso nel proprio bisogno di protezione e sicurezza. Ci sono anche persone che arrivate ai cinquanta, sessant’anni, improvvisamente scoppiano perché non si erano mai rese conto del salto di qualità che esigeva la sequela di Gesù. La Chiesa non è un nido o una tana ma un ospedale da campo, luogo per persone umanamente mature e solide spiritualmente, per servire e non per essere servite.

Occorre molta pazienza lungo il cammino di formazione permanente per poter snidare le resistenze e vincere le tentazioni di fuga dalla radicalità della fede e della chiamata ed essere liberi dal proprio mondo culturale e da se stessi. Se non le snidiamo rimarremo imprigionati in noi stessi e ai nostri sogni di realizzazione. Nella vita spirituale del sacerdote quando entra la legge del minimo necessario, si spegne la fede che sostiene il ministero. In un altro passo evangelico di Luca, “Non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Lc 4), Gesù chiarisce che l’uomo, a differenza degli animali, non è determinato dalle necessità biologiche, ma è, prima di tutto, aperto all’iniziativa di Dio, al dono della sua comunicazione. Gesù afferma il primato della Parola di Dio e non nega il valore del corpo e delle sue necessità vitali, mangiare e bere: “Il corpo è per il Signore” (1Cor 6,13); “I vostri corpi sono membra di Cristo…tempio dello Spirito Santo” (1Cor 6, 15). È una sequela totale nel tempo e nel dono di se stessi: “Sii tu per me, Signore, la gioia, l’onore e l’unico volere. Sii tu il sollievo nell’afflizione. Sii tu il consiglio nell’incertezza. Sii tu la difesa nel pericolo, la pazienza nella prova, l’abbondanza nella povertà, il cibo nel digiuno, la medicina nell’infermità”.




Copertina.






Scrivi il tuo commento...