"Troppe bocche parlano e poche menti libere pensano"

"Troppe bocche parlano e poche menti libere pensano"

Siamo chiamati ad affrontare il futuro con rinnovato affidamento nella fede a Cristo, con discernimento comunitario e con fiducia nei confratelli più giovani.
16 Dicembre 2019 - Di P. Diego Spadotto CSCh



3C

“TROPPE BOCCHE PARLANO E POCHE MENTI LIBERE PENSANO”

P. Diego Spadotto

Nella ripresa del cammino dopo il Capitolo, la prima sfida che interpella ci è “fare insieme l’esperienza di Dio Padre per mostrarlo ai giovani, in maniera chiara, coraggiosa, senza compromessi o tentennamenti”, attraverso la testimonianza di “una ricerca costante dell’amore unico e indiviso per Cristo”. Senza questo segno concreto, la carità che la anima la Congregazione delle Scuole di Carità perde il suo significato: “Ogni membro della comunità sia orientato, come primo “santo proposito” di ogni giorno, alla ricerca del Padre e a lasciarsi cercare dal Padre. Questo “santo proposito” dovrebbe essere dichiarato, confessato, testimoniato senza falsi pudori. La ricerca di Dio non può essere oscurata da altre finalità, pur generose e apostoliche. Perché essa é il primo apostolato”. Amare Dio e servire i giovani vuol dire riconoscere nella Carità il centro della vita religiosa Cavanis: ‘L’amore di Dio è stato diffuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che fu dato a noi” (Sant’Agostino). Nelle comunità religiose dove ci sono “troppe bocche che parlano e poche menti che pensano” é difficile imparare la Carità per dare il meglio di sé sotto la fatica  più dura, per rimediare agli errori  senza assegnare inutili colpe, ma, soprattutto, per dialogare dei problemi mettendo da parte ego e gerarchie, ascoltando tutti con mente aperta, compresi i più giovani, che poi sono quelli con le idee più originali e più utili.

Siamo chiamati ad affrontare il futuro con rinnovato affidamento nella fede a Cristo, con discernimento comunitario e con fiducia nei confratelli più giovani. In una congregazione dove i giovani sono pochi e i più anziani hanno tenuto stretto il comando di comunità e della congregazione per decenni, fossilizzando il servizio di autorità, sarebbe un errore da parte degli anziani non passare per tempo il testimone. Nessun traguardo, nessuna posizione è raggiunta per sempre, eppure ci sono persone in cariche di responsabilità a tempo indeterminato. Gesù ha fatto presto a passare il testimone e la responsabilità a Pietro e agli altri Apostoli, dopo tre anni di convivenza con loro li ha inviati. La rigidità caratteriale e mentale di tanti religiosi non va ricondotta soltanto alla responsabilità e alla mancanza di discernimento nel tempo della formazione, ma anche all’atteggiamento di autosufficienza con cui si vivono le proprie convinzioni religiose e il proprio ruolo nella Chiesa e nel mondo. La rigidità caratteriale e la resistenza a lasciare certi “posti di comando”, nasce dalla deliberata posizione per cui ci si crede arrivati, non si accetta la critica, non si è disposti a camminare insieme, nemmeno a dialogare. Rigidità caratteriale non significa rigore e onestà. Nei rapporti interpersonali, è proprio a causa della rigidità che molte relazioni finiscono per indebolirsi, interrompersi e rimangono sterili. Ciascuno dovrebbe cominciare a riuscire a dire a se stesso dove si trova la radice della sua rigidità. Spesso affonda le radici nell’insicurezza e nell’immaturità.

Nei rapporti formativi quando ci si trova davanti al muro della rigidità, si é tentati di tornare indietro o di alzare un altro muro. Meglio sarebbe provare a sgretolarlo con l’arma dell’ironia e la carezza della carità, considerando che quella rigidità nasconde in verità una serie di problemi. Una cosa è la coerenza, la fermezza, l’onestà morale, altra cosa è la rigidità caratteriale e mentale che finisce per disseminare di ostacoli il terreno del bene della comunità, facendolo diventare un campo minato di incomunicabilità. La vita di comunità non è solo un rapporto tra maggioranza e minoranza, ma è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo. Un volto umano da ritrovare. Proviamo ad analizzare la voglia di spremere dal tempo tutto il possibile, l’ossessione di utilizzare tutti gli attimi a disposizione per esaltare l’importanza di ciò che si ha e si fa con protagonismo. È una modalità di possesso e non di buona amministrazione del tempo, ci si illude di possederlo. Non abbiamo tempo per imparare a riconoscere il significato della nostra rigidità, delle tensioni che essa provoca in comunità, del disagio che ci procura,  rendendo sterile la profondità dell’esperienza comunitaria nella quale essa potrebbe introdurci.




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