Cavanis, chi sono per te P. Antonio e P. Marco Cavanis?

Cavanis, chi sono per te P. Antonio e P. Marco Cavanis?

Non so chi sono per voi p. Antonio e P. Marco. So chi sono per me che non li ho cercati ma mi sono stati donati dalla Provvidenza.
27 Gennaio 2020 - Di P. Diego Spadotto



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Non so chi sono per voi p. Antonio e P. Marco. So chi sono per me che non li ho cercati ma mi sono stati donati dalla Provvidenza. Non sono persone o santi molto famosi. Sono vissuti tanti anni fa come persone normali, in tempi difficili, non sono vissuti per se stessi ma per “tanta povera figliolanza dispersa”, seguendo l’esempio e lo stile di vita di Gesù di “lasciare” e “non impedire” che i bambini lo incontrassero. Sono “santi della porta accanto”, non sull’altare. Vicino a loro mi sento come “un nano sulle spalle di giganti” (Bernardo di Chartes). Appartengono alla schiera dei “giganti buoni” amici dell’umanità sofferta, specialmente dei bambini e dei ragazzi. Come il Buon Pastore “portano sulle spalle i più piccoli” perché possano vedere più lontano, orientarsi meglio nelle scelte da fare nella vita e poi camminare liberi, facendo ciascuno la propria esperienza. Sono santi giganti di tempi lontani dai nostri, per cui dobbiamo separare il loro vissuto, che non ci appartiene, per impossessarsi del loro spirito.

Si chiedeva il profeta Amos: “Corrono forse i cavalli sulle rocce e si ara il mare con i buoi?” (Am 6,12). Il profeta lanciava uno sguardo sul suo tempo e sul suo popolo per mostrare l’assurdità di tanti comportamenti dei suoi contemporanei. Dilagavano superbia e violenza, quasi che le conquiste e i beni materiali fossero esclusivamente merito loro. Anche nel tempo della lunga vita di P. Antonio e P. Marco Cavanis la gente si illudeva di far “correre i cavalli sulle rocce e di arare il mare con i buoi”. Le rocce e il mare sono il simbolo  dell’esistenza, dello scorrere della vita. I cavalli e i buoi sono i contemporanei del profeta e di P. Antonio e P. Marco Cavanis, i quali avevano comportamenti insensati. Se spostiamo il discorso ai nostri giorni, il panorama non cambia. I cavalli che corrono sulle rocce o i buoi che arano il mare sono anche tanti giovani che usano mezzi sbagliati per procurarsi felicità e beni legittimi che sono propri della loro età. La “povera gioventù dispersa” cerca il proprio bene e la felicità su un terreno arido come le rocce che solo provoca “spine e sofferenza” o arano il mare facendo fatiche che non li aiutano a realizzarsi.

Ci sono momenti nella vita in cui il sole di Dio sembra oscurarsi, eppure non tutte le notti sono uguali. Anche nella vita consacrata di tanti religiosi Cavanis queste esperienze di oscurità sono abbastanza frequenti. Parliamo di depressione come disturbo psicologico che richiede una terapia e un accompagnamento per “uscire da se stessi”. Parliamo di accidia, come vizio, che richiede un combattimento spirituale e psicologico per “rientrare in se stessi”. Parliamo della “notte spirituale” che suppone come cura “uscire da se stessi verso gli altri”. La salvezza, quando il sole di Dio si oscura, è lasciarsi amare da Cristo e accogliere la sua Parola sentendolo presente anche Lui con la sua fragile umanità. Questa salvezza non avviene secondo una selezione di meriti o di punti, ma avviene secondo un principio di trasformazione in umiltà dei nostri complessi e complicanze. Umiltà di arrendersi e lasciarsi salvare, e non simulare cambiamenti mai avvenuti.

Lungo la vita P. Antonio e P. Marco Cavanis hanno affrontato molte battaglie, sconfitte dolorose e riprese coraggiose, grazie alla loro fede umile e paziente, “In Cristo radicati” (Col 2,7); “Da Cristo afferrati” (Fil 312); “Da Cristo vissuti” (Gal 2,20). Non hanno trascorso la loro vita in quella specie di divorzio  tra missione e santità, tra dedizione incondizionata alla “povera gioventù dispersa” e fedeltà gioiosa alla preghiera e alla Provvidenza del Padre. Dio non delude. Quando dagli uomini non c’è più nulla da attendersi, quando sembrano cadere tutti i sostegni umani, Dio diventa l’unico sostegno su cui appoggiare la vita. “Io non ho che te” dice Ester a Dio nell’atto di andare incontro al Re per perorare la causa del suo popolo. Ha solo Lui, ma basta Lui, e basta immensamente. Questa è stata la splendida certezza di P. Antonio e P. Marco Cavanis: “Quando sono debole, proprio allora sono forte” (2Cor 1,8), la debolezza appartiene alla fragilità umana la forza veniva loro da Cristo che “abitava” in loro.




Copertina.






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