...un tempo i vizi capitali erano otto...

...un tempo i vizi capitali erano otto...

Quando nella vita consacrata non si rispetta la storia o la si cancella, credendo così di “essere moderni”, la fede e la missione diventano “estetica”...
09 Marzo 2020 - Di P. Diego Spadotto CSCh



3C

Quando nella vita consacrata non si rispetta la storia o la si cancella, credendo così di “essere moderni”, la fede e la missione diventano “estetica” e i religiosi diventano narcisisti, preoccupati di fare bella figura. Succede, allora, quello che è successo a tanti popoli: i poveri e umiliati di ieri diventati ricchi, sono diventati oppressori e si sono comportati molto peggio. Oppure succede quello che è successo a tanti affreschi antichi che nei secoli successivi sono stati ricoperti di calce, quasi in una spietata damnatio memoriae. Tutto questo provoca diffidenza e pessimismo e infesta la convivenza nelle comunità religiose. La benevolenza, il rispetto per la storia della Congregazione e per la vita di tutti, sono la radice della fiducia che costruisce la vita di comunità. Continuare a insistere sulla dimensione morale della “carità”, del “siamo tutti fratelli”, non è efficace e crea solo frustrazione, conflitti e tanta tristezza. Occorre cambiare la mentalità e la struttura organizzativa dei rapporti interpersonali  nell’esercizio dei ruoli e compiti non adatti a tutte le persone, far ritornare la gioia vera di essere consacrati al Signore. 

Un tempo i vizi capitali erano otto, l’ottavo era la tristezza e i peccati si misuravano prima di tutto nei confronti di Dio. Il cristiano ha il dovere della letizia,  la tristezza é una offesa a Dio. Ma, oggi, sembra sia stato abolito il vizio della tristezza, forse si pensa che non abbia diretta rilevanza sociale o si ritiene che la tristezza e la lamentela non influiscano nel mondo. Il risultato è che viviamo in un mondo triste e conflittuale incapace di relazioni sincere e umane. La letizia è un dovere prima che un diritto, ogni cristiano deve mettere a frutto il dono della gioia ricevuto dallo Spirito Santo, perché solo così fa felici gli altri. La gioia va messa a frutto anche quando si ha tutto contro, “Ora et labora et lege et noli contristari, prega, lavora, studia e non farti prendere dalla tristezza” (San Benedetto). I non cristiani e tanti agnostici guardano ai religiosi con diffidenza non perché non siano cristiani ma perché non lo sono abbastanza e hanno perso il senso del divino, la gioia. Sono contagiati dal vizio della tristezza mascherato da libertà, e credono che ci siano solo due vie per capire il mondo: la così detta cultura e i soldi. Con quale risultato? La cultura è in caduta libera e con i soldi si pensa solo al profitto personale ad ogni costo. Il denaro che oggi è donato ai religiosi in beneficienza e solidarietà, viene dal Popolo di Dio, dai poveri per essere messo a servizio di altri poveri. Deve servire per la felicità e una vita degna di tutti. Quello che viene accumulato fa perdere il senso e il gusto della vita. Non aumenta la gioia e la sicurezza.

Una grande metafora dell’esistenza umana, dove i tesori accumulati e curati dovranno essere, un po’ alla volta, restituiti per essere liberi e poveri. È metafora di ogni responsabile di comunità, che trascorre una lunga parte della vita a riparare e ad accrescere il tesoro della comunità, fino al giorno in cui dovrà lasciare per vivere la beatitudine della povertà. Oggi, nella vita religiosa vediamo capitali accumulati con grandi sacrifici sparire in poco tempo divorati da avvocati, banche, fornitori. Ci lamentiamo ma, da una prospettiva diversa e vera, magari quei capitali mentre spariscono ci stanno salvando. I giovani religiosi cosa si aspettano da noi durante il lungo percorso del cammino formativo? Di imparare come “accumulare tesori” dove la ruggine e i tarli consumano e rodono? Si aspettano di essere il “cambiamento in meglio”,e che “le persone felici non siano, necessariamente, quelle che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno”. Si aspettano di essere formati alla povertà evangelica, alla gioia della solidarietà e del servizio alla povera gioventù, liberi e fedeli di seguire lo Spirito. Si aspettano che abbandoniamo la concezione piramidale della comunità, e che si costruiscano comunità sul modello della fraternità evangelica, dove non solo l’autorità si prende cura in modo adulto dell’altro e della sua crescita e insieme si cerca Dio e ci prendiamo cura l’uno dell’altro, nella condivisione dei beni spirituali e materiali nella gioia di vivere insieme per una santità comunitaria, non solo individuale.




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