Paura e panico o prudenza e preghiera?

Paura e panico o prudenza e preghiera?

La preghiera di intercessione che rivolgiamo a Dio è una “domanda”, una “supplica” affinché il Signore perdoni e venga in aiuto per la sua infinita misericordia.
16 Marzo 2020 - Di P. Diego Spadotto



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La preghiera di intercessione che rivolgiamo a Dio è una “domanda”, una “supplica” affinché il Signore perdoni e venga in aiuto per la sua infinita misericordia. A ben vedere, ogni richiesta a Dio appare “impropria”, come se Dio dovesse fare “quello che noi chiediamo”, o appare “impertinente” perché sembra suggerire al Signore perché si ricordi del bene che deve compiere. La Bibbia insegna che “Dio esaudisce prima che la richiesta giunga alle labbra, Lui sa quello di cui abbiamo bisogno”. Dobbiamo comunque chiedere, perché così prendiamo coscienza delle nostre necessità, sperimentiamo il bisogno, presentiamo a Lui le nostre sofferenze, sperimentiamo la sua compassione e “gustiamo” il suo amore “che ascolta ed esaudisce”. L’intercessione, guarda il volto di Dio e assiste al passaggio “dall’ira alla misericordia, alla tenerezza”, e al cambiamento radicale del proprio cuore. Dio non usa il nostro peccato come elemento di vendetta, o per il gusto di punirci. L'idea di punizione divina, soprattutto attraverso una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo in questo tempo, non fa parte della visione cristiana.

Il tempo del coronavirus, come qualsiasi altra calamità naturale o provocata dall’uomo, dobbiamo affrontarlo con un doppio atteggiamento. Il primo, è quello di restare uniti nella solidarietà: perché la compassione verso chi è colpito dal male, è un sentimento profondo, immediato e umano. E c'è un secondo livello di reazione che è più importante: “Ogni situazione di emergenza deve interrogarci sul senso del nostro vivere e sui motivi per cui, anche al giorno d’oggi, nel tempo di una tecno-scienza ‘roboante’, ci troviamo improvvisamente di fronte a situazioni di prova e pericolo di questo genere”. In situazioni particolari, sia a livello personale, come a livello comunitario, diventa decisivo chiedersi “per chi vivo” e come mi muovo lungo la strada del mio pellegrinaggio terreno? Queste sono occasioni che ci interpellano sul senso della vita. Dio vuole il nostro bene. A tal punto vuole il bene che si è fatto carico del nostro male, del nostro peccato e lo ha inchiodato alla croce.

Tutte le volte che le cose non vanno bene si cercano i colpevoli, si addita qualcuno che ha sbagliato, perché il senso di amarezza, di scontentezza e di paura vuole sfogarsi. Rimaniamo sconvolti per qualcosa che non va e, anche se cerchiamo di passarci sopra e di non pensarci, in realtà conserviamo in cuore amarezze ed accuse perché ci sentiamo colpiti negli impegni a cui credevamo di più. Le delusioni  a riguardo di quanto ci eravamo aspettati, fanno male e ci creano situazioni di tristezza, discussioni, magari con mutua accusa e le varie forme di divisione che ne seguono. Quelli che continuamente sono preoccupati di sé, del ritorno per le cose che fanno, che vogliono verificare bene per vedere se coincide o no con le proprie sicurezze, non sono certo di aiuto. Dio ci fa maturare ci fa capire che, soltanto in un momento di coraggio, di uscita da sé, si riesce a raggiungere quello che profondamente si desidera. Quando riceviamo dal Signore tutto con cuore grato e con umiltà siamo sulla strada giusta.

Appena cominciamo ad appropriarci delle cose, a gestirle a nostro vantaggio, diventiamo padroni delle situazioni e non siamo più persone che ricevono il dono e lo trasmettono, ma persone che pretendono di usarlo in proprio. Quando davanti alla realtà della vita, agli impegni morali, al lavoro, lo sguardo verso Dio ci dilata il cuore, produce serenità, incoraggia, entusiasma, apre nuove vie, allora siamo guidati dalla stella della gratuità. Quando, invece, il contesto della società suscita paura, chiusura, timori, attenzione esagerata e ansiosa per minuzie di cui non si sa più bene valutare il significato, vuol dire che ci stiamo lasciando invadere dallo spirito farisaico ed ipocrita che convive in noi; dal nostro essere egoisti, orgogliosi, insoddisfatti. Rischiamo di cadere in una vera nevrosi dell’esistenza, che rode e rende impossibile godere del dono presente di Dio e diveniamo persone che non sanno mai fermarsi, che non riescono a fare autocritica nei momenti di preghiera.




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