Un "orto" a Venezia? Un orto per giocare!

Un "orto" a Venezia? Un orto per giocare!

Il 3 ottobre 1803, festa della Madonna del Rosario, nel sestriere Dorsoduro, P. Antonio e P. Marco Cavanis cominciarono ad usare un orto come spazio per riunire e far giocare i ragazzi
30 Marzo 2020 - Di P. Diego Spadotto CSCh



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Per chi non conosce Venezia è quasi impossibile immaginare che in questa città ci siano degli “orti” secondo il significato proprio di questa parola. Il 3 ottobre  1803, festa della Madonna del Rosario, nel sestriere Dorsoduro, P. Antonio e P. Marco Cavanis cominciarono ad usare un orto come spazio per riunire e far giocare i ragazzi:“Una casupola assai misera faceva confine con una vasta ortaglia. Lo stabile e l’orto appartenevano alla canonica della parrocchia Santa Maria della Carità, a quel tempo soppressa. Quindi apparteneva al Fisco che l’aveva affittata a una persona sconosciuta. Un certo signore Paolo Maria Caliari, forse un notaio, pose a disposizione l’orto e lo stanzone adiacente ai Cavanis. Nell’orto c’erano alcuni alberi da frutto ed era percorso da un pergolato con delle stradine che separavano le aiuole. Qui i ragazzi giocavano a bocce, ai birilli, alle piastrelle”. Nella “casupola e nell’Orto” e nella vicina Cappella del Crocifisso della Chiesa di Sant’Agnese, viene “coltivato” lo spirito che animerà tutte le iniziative e le attività dei Cavanis: la Congregazione delle Scuole di Carità, la Congregazione Mariana, l’Oratorio, gli Esercizi spirituali, la Casa di lavoro, la Tipografia, l’Istituto femminile, la biblioteca, la pubblicazione di libri, i ritiri mensili, le conferenze bibliche e domenicali, il desiderio di estendere le Scuole in ogni sestriere della città di Venezia, in varie città dell’Italia e “fino in America”.

La Parola di Dio precede ed eccede la Sacra Scrittura. La Parola di Dio è il Cristo, Verbo del Padre, si cristallizza nella Bibbia, risuona per opera dello Spirito Santo nella Tradizione, nel vissuto della Chiesa, nei Santi. La sua azione precede ed eccede ogni istituzione, si concentra in coloro che “ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica”: “Si addestrano e si moltiplicano gli operai per far l’ufficio di padri alla tenera prole, non in Venezia soltanto ma eziandio in altre parti, se così piaccia al Signore… Questa pia istituzione ora sta circoscritta fra i limiti delle nostre lagune, ma tiene ormai le mire rivolte alla cultura generale dei giovani, ed ha anche il mezzo e l’adito aperto a dilatarsi, essendosi ridotta recentemente in ecclesiastica congregazione approvata, per poter estendere appunto il suo benefico ministero di prendere gratuitamente paterna cura dei giovani”. Fin dall’inizio della loro avventura P. Antonio e P. Marco non intendevano fondare una Congregazione religiosa secondo le modalità del loro tempo. Cercavano sacerdoti che liberamente, vivendo nello spirito povertà, castità e obbedienza legate al sacerdozio, si dedicassero, quasi come un unico voto, alla povera gioventù. La mancanza di persone, religiosi, sacerdoti e maestri, che avessero il loro spirito, ha fatto rinunciare a tante aperture in altre città d’Italia. A queste difficoltà si aggiunsero le malattie, le crisi economiche e politiche, quasi endemiche nella prima metà dell’800.

Secondo il piano  presentato dai Cavanis al governo austriaco la Congregazione delle Scuole di Carità doveva essere composta di sacerdoti secolari conducenti vita comune…non dovevano avere legami di voti, dovevano però vivere in perfetta comunità, osservare con particolare impegno la povertà e “dedicarsi intensamente e personalmente alla povera gioventù”. Ben presto si resero conto che era difficile trovare chi si assoggettasse a tale tipo di vita, pensando pure al proprio mantenimento. Erano consapevoli che il loro Istituto si differenziava dagli altri per semplicità di strutture e per occuparsi a tempo pieno alla gioventù povera, dando testimonianza coraggiosa di carità e vita disinteressata. Per quanto sagge e coraggiose, queste loro idee non attirarono molte vocazioni. Essi guardavano più alla qualità della loro opera che all’espansione. Non volevano avere collaboratori con poco zelo e scarsa incisività spirituale: “Gli operai non contano, se non portano spirito di fermezza, di timore specialmente allo stato ecclesiastico secolare, e di fiducia  in coloro che Dio ha posto nell’opera per guida”. L’ascolto, il dialogo con i ragazzi, nel gioco, nella preghiera e nello studio, la loro presenza paterna, caratterizzata dalla totale gratuità del dono di se stessi, formava i giovani alla responsabilità e alla coscienza critica, dentro la Chiesa e la società.




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