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Testimonianza del Risorto in comunione

Testimonianza del Risorto in comunione

La vera comunione fraterna é sempre un amore risorto dopo essere passato attraverso la morte... Anno Santo della Misericordia


04 Luglio 2016 alle 13h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di Fernando Riqueto


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Si dice che un certo tipo di  VC è arrivata al capolinea, perché si è capito che nella VC non si tratta più di “fare tante cose” ma di testimoniare il Risorto nella storia umana con uno stile di vita da “risorti”. I consacrati che danno testimonianza di Gesù non cercano di “farsi sentire”, non ne avvertono nemmeno il bisogno. Non hanno il desiderio di farsi notare, non fanno pubblicità di chi sono: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione” (Lc 17,21); “La soglia della casa del sapiente è consumata non perché ha messo qualche avviso in internet”, ma perché il bene che fa si diffonde per se stesso. Nella VC la prima testimonianza del Risorto è la “comunione comunitaria”. La comunione non è un ideale da realizzare ma un dono da ricevere e mettere a frutto. Nella VC quelli che si isolano sono degli infelici perché prigionieri di se stessi. La Congregazione non li sceglie e non li invia in missione perché sono autoreferenziali. Non hanno la gioia della relazione interpersonale di comunione e della gratuità dell’amore che rende testimonianza al Risorto. Una persona isolata che non cerca la comunione non è una persona. E’ un individuo. Tutti come esseri umani e religiosi ci equilibriamo e completiamo a vicenda. “Il saggio dice che la finestra è solo un buco sul muro e così tutta la stanza prende aria ed è illuminata”. 

I consacrati dovrebbero essere questi buchi nei muri dell’indifferenza che lasciano entrare la luce di Dio e della comunione fraterna. Si dice che quando si invecchia  tutti i nodi vengono al pettine, anche l’autenticità della comunione realizzata. La vera comunione fraterna é sempre un amore risorto dopo essere passato attraverso la morte; la felicità della comunione è legata alla salvezza, all’unione con Dio. Negli ultimi anni le congregazioni religiose si sono fissate tanto nei “carismi” al punto di perdere di vista il “carisma” della VC che è comunione con Dio e i fratelli. Tutte le congregazioni pretendono di avere un carisma particolare. Forse la grande enfasi sui carismi è nata da un fraintendimento del senso della vocazione e da una ecclesiologia basata troppo sulle opere, anziché sul mistero dell’Incarnazione e della comunione in Cristo. Se si pone continuamente l’accento sulle “opere”, sul modo di realizzarle, si arriva a pensare che siano queste modalità a riassumere il carisma. Muore la creatività, si diventa sterili, ripetitivi, imitativi. Oggi, le “opere” non comunicano più il “carisma”, sono una realtà “muta” per il mondo. Quando, poi, si scopre che le “opere” non attirano più e l’organizzazione della VC non é espressione di vera comunione, si entra in una specie di nevrosi, si cerca di “aggiornare il carisma” aggiornando le “opere”, ma i noviziati continuano vuoti e le congregazioni infeconde. Questo aggiornamento è come voler trasformare un fossile in un animale vivo. 

Sarà che Dio non manda più vocazioni perché vuole che scopriamo qualcosa che abbiamo dimenticato per strada? Nella sua Misericordia ci ha fatto dono della Vocazione per essere strumenti della sua Misericordia in comunione?  Scrive Papa Francesco: “Non dobbiamo mai perdere la memoria delle nostre origini, dal fango da cui siamo stati tratti e questo vale anzitutto per i consacrati. Gesù fa miracoli con quello che siamo, con il nostro niente, con la nostra miseria”. “La misericordia non cancella il peccato; solo il perdono di Dio lo cancella e lo fa carezzando le nostre ferite di peccato, perché lui è coinvolto nel perdono, è coinvolto nella nostra salvezza attraverso la comunità. Senza il perdono di Dio e senza la sua misericordia il mondo non esisterebbe”.

 “La colpa ci ha giovato più di quanto ci abbia nociuto, poiché essa ha dato occasione alla misericordia divina di redimerci. Ti sei chinato sulle nostre ferite e ci hai guarito, donandoci una medicina  più forte delle nostre piaghe, una misericordia più grande della nostra colpa” (Sant’Ambrogio). 

P. Diego Spadotto CSCh










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