"Non si può vivere sani in un mondo malato"

"Non si può vivere sani in un mondo malato"

In questo mondo malato quale é il posto dei sacerdoti e dei religiosi?
11 Maggio 2020 - Di P. Diego Spadotto CSCh



Formazione

“NON SI PUÓ VIVERE SANI IN UN MONDO MALATO”

P. Diego Spadotto

Il mondo è malato per causa dell’uomo e sono molte le malattie degli uomini. In questo mondo malato quale é il posto dei sacerdoti e dei religiosi? La distanza fisica dal popolo, durante alcuni mesi, ha fatto vedere le cose superflue con cui è stata circondata la predicazione del Vangelo, l’amministrazione dei sacramenti. Non c’è niente di più triste di una chiesa, una scuola o un oratorio vuoti. Niente è più antiquato di un guardaroba ecclesiastico se non si possono fare celebrazioni. Tutta la “gerarchia” di posizioni e funzioni intorno all’altare, perde completamente il suo significato. E’ un cristianesimo nudo, spogliato di liturgie sfarzose, spazi vuoti e inutili. Si è capito che l’essenziale non sono i riti, ma poter sentire la fragilità e la vulnerabilità di Dio Incarnato. Nella Chiesa, da sempre, c’è tensione tra lo Spirito e la “lettera” che si risolve soltanto nella vita, discernendo e facendosi carico personalmente della grazia dello Spirito e delle conseguenze delle nostre interpretazioni della “lettera” della legge. Quando si vive tutto con avidità, di corsa, facendo calcoli di successo, si capisce poco della vita e di quel dolore che Gesù non è venuto a spiegare ma a riempirlo della sua presenza compassionevole. L’assenza di contatto ha fatto aumentare la solitudine e la paura. Si diventa più fragili e più arrabbiati.

La Carità cristiana e la solidarietà umana, al tempo del coronavirus, presentano questioni difficili da sciogliere: come evitare i contatti e stare in casa e nello stesso tempo soccorrere e avvicinarsi. I sacerdoti e i religiosi sono portatori di un servizio  e devono far sentire il calore dell’amore. La carità è condivisione. La missione della Chiesa più che erogare servizi è andare oltre, alla carità, e la carità eccede. Si spera che la debolezza provata in questo tempo, diventi un orientamento che libera le energie spirituali, culturali e politico/ecologiche per dare un senso all’impotenza. Mettere i nostri progetti sotto l’occhio vigile del Padre e della sua Provvidenza misurandoli con il Vangelo, significa godere di una esperienza di profonda serenità e pace e impedisce all’attivismo di trasformarsi in ansietà. Dio è più grande del nostro cuore e sta oltre la notte. La Chiesa di Cristo ha la sua origine nel Padre e si rinnova con la forza dello Spirito Santo. Questo non ci dispensa dalla fatica dell’interrogarci, dal timore di illuderci, dal bisogno di esaminarci e di fare discernimento con umiltà; significa riconoscere di essere nati per imparare ad amare di più, osare di più, andare oltre i limiti delle nostre comodità e dei nostri piccoli traguardi di successi inutili

Ora, cosa cerchiamo? Qual è la cosa che desideriamo nelle relazioni interpersonali, nella fede, nella società e per il mondo? In questo tempo di desideri repressi ci hanno insegnato che la parola “desiderio” deriva da de-sidera, ha a che fare con le stelle. Esprime in qualche modo l’assenza, la nostalgia e la spinta verso le stelle. Ha a che fare con l’attesa. Nel “De bello gallico”, Giulio Cesare narra che i desiderantes erano quei soldati romani che dopo la battaglia si arrestavano sulla soglia dell’accampamento per aspettare il compagno, forse ferito, che non era ancora tornato. Dopo questa pandemia cosa  aspettiamo? La vita avanza per potenza di desideri, non per obblighi o costrizioni. Il trauma della pandemia contiene l’idea di ferita, trafittura, di una punta di freccia attraversa dolorosamente e va oltre affinché la ferita diventi feritoia per far passare la luce. Ha rotto il recipiente dei nostri successi organizzativi che pensavamo contenesse tutta la nostra vita. Un recipiente che non sarà ricostruito come prima. Il Signore con i cocci, che a noi sembrano inutilizzabili, farà un canale di Carità per soccorre i feriti, bambini e giovani in ogni parte del mondo. La specialità di Dio è lavorare con i cocci e trasformarli in opere nuove e buone, più semplici e umili, prendere le “pietre scartate dai costruttori” e compiere meraviglie: “Irrobustite le mani stanche” di chi si lascia cadere le braccia perché non ha speranza di vita; “rendete salde le ginocchia vacillanti” di coloro che non osano più camminare perché il peso della vita appare troppo grande; “dite agli smarriti di cuore”, e sono tanti tra i giovani e adolescenti “non temete, ecco il vostro Dio” (Is, 35,3-4).                                                                                       




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