Bambini ragazzi e giovani che frequentavano gli ambienti e le iniziative dei padri Antonio e Marco Cavanis

Bambini ragazzi e giovani che frequentavano gli ambienti e le iniziative dei padri Antonio e Marco Cavanis

La vera bellezza della gioventù è quella che gli occhi non vedono, l’essenziale è invisibile agli occhi.
21 Maggio 2020 - Di P. Diego Spadotto CSCh



Affresco: P. Antonio e P. Marco Cavanis.

È facile avere un comportamento da “benefattori” quando abbiamo a che fare con i poveri: “Non siate come i potenti che dominano le nazioni e si fanno chiamare benefattori…” (Lc 22,25). La Carità è questione di cuore e di prendersi cura, piuttosto che di elemosina o di cose materiali. La missione di educare intesa come ex-ducere/tirar fuori o come condurre/accompagnare è questione di cuore, prendersi cura, Carità, Così l’hanno intesa P. Antonio e P. Marco Cavanis,duecento anni fa, in una Venezia in decadenza, dove era molto difficile per i giovani  fare delle scelte e seguire una direzione verso una meta, sognare un futuro possibile. Sostenuti dalla Provvidenza si sono impegnati a salvare la buona semente dei valori umani e cristiani delle famiglie col “raccogliere, custodire e indirizzare, la povera gioventù dispersa”. La vera bellezza della gioventù è quella che gli occhi non vedono, l’essenziale è invisibile agli occhi. In un suo libro G. Guareschi immagina questo dialogo: “Don Camillo spalancò le braccia: “Signore, il mondo  corre verso la sua auto distruzione? Il Crocifisso rispose: “Don Camillo, perché tanto pessimismo? Allora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione tra gli uomini sarebbe fallita?...No Signore, non intendevo questo, rispose don Camillo, “volevo soltanto dire che la gente crede soltanto in quello che vede e tocca. Il Crocefisso rispose: Ma esistono cose essenziali che non si vedono e toccano: amore, bontà, onestà, speranza. I Cavanis non hanno fissato “lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili sono eterne” (2Cor 4,18)

Lo Spirito Santo orientò i giovani sacerdoti Cavanis a conoscere qual’era la situazione dell’infanzia, dell’adolescenza maschile e femminile in Venezia, alla fine 1700 e nella prima metà del 1800, e li formò per dedicare tutta la loro vita all’educazione dei giovani. Nei loro scritti, presentano le diverse e sofferte condizioni di vita dei ragazzi: “quelli che hanno genitori poveri  ma che cercano di educare e istruire i figli; moltissimi, in numero maggiore, non hanno nessuna istruzione religiosa o scolastica, vivono in balia di se stessi, non frequentano nessuna scuola. Per questi diventa necessaria una scuola di nuovo genere dove non trovino solo il maestro ma il padre e una amorevole disciplina. Anche le bambine e le giovani hanno bisogno di scuole di carità, specialmente in 4 sestrieri della città”. I ragazzi poveri erano presentati dal loro parroco che assicurava che la famiglia era “in stato di povertà e con un attestato medico che comprovasse che non avevano malattie contagiose”. Alle famiglie più povere i Padri davano anche un aiuto in denaro perché mandassero i figli alla loro Scuola. I bambini dovevano essere condotti a scuola e ricondotti a casa da adulti o da alunni più grandi e responsabili. Caso non avessero nessuno, i maestri dovevano provvedere. I ragazzi più bisognosi sia a scuola che in famiglia avevano una assistenza particolare. Tutto gratuito.

I ragazzi che i Cavanis “riuniscono” per frequentare la loro Scuola, l’Orto e l’Oratorio, semplici mezzi per arrivare alla formazione umana e cristiana, sono i più poveri. La Scuola per l’istruzione, l’Oratorio per la preghiera e l’Orto per i giochi, divennero ben presto il punto di confluenza della gioventù maschile della loro parrocchia. Ma dovettero affrontare molte difficoltà, specialmente all’inizio, perché le disposizioni governative proibivano spesso qualsiasi attività con i ragazzi, eccetto la Messa. Nel 1815 gli alunni della Scuola erano circa 200 distribuiti in 8 classi. Nei giorni festivi circolavano nell’Oratorio e nell’Orto circa 300 ragazzi. Nella Scuola, presto dovettero dire no a molti ragazzi che venivano da altri sestrieri della città, per mancanza di aule e di maestri. Questi, nel 1815, erano 7/8, due laici e 6 sacerdoti compresi i Fondatori. Era loro grande desiderio e impegno estendere le Scuole a tutti i sestrieri della città ma non riuscirono a trovare degli immobili, nemmeno di proprietà ecclesiastica, che avessero un Oratorio, un Orto e “buoni maestri”. Piccoli gruppi di giovani più grandi e più maturi frequentavano la Congregazione Mariana, altri con difficoltà nella scuola erano indirizzati alla Tipografia e alla Casa del lavoro.

Purtroppo, queste due ultime iniziative durarono poco, 4 anni dal 1810 al 1814, a causa dell’invadenza del controllo poliziesco del Governo Italico. Ma questa loro esperienza precedette molte altre iniziative in questo campo, sorte in altri territori non soggetti alla polizia del Governo Italico. C’erano poi i ragazzi del catechismo parrocchiale. P. Antonio fu incaricato di fare il programma per l’insegnamento della dottrina cristiana e P. Marco, che da laico era catechista, diventò l’animatore dei catechisti. I ragazzi della loro parrocchia erano per la maggior parte figli di “battellanti”, barcaioli di fatica i quali difficilmente si lasciavano convincere a frequentare il catechismo, “erano assai indisciplinati”. Per incoraggiare con il buon esempio questi “ragazzi insubordinati, portavano al catechismo anche una parte dei loro alunni della Scuola”. Non mancavano coloro che ritenevano che non era necessario che i poveri studiassero, altri che giudicavano che le pratiche di pietà erano troppe e che i maestri erano troppo severi. A quelli che ritenevano che i “Cavanis volevano far troppo”, rispondevano: non è troppo, ma troppo poco!








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