La missione non e strategia ma fiuto dello Spirito Santo

La missione non e strategia ma fiuto dello Spirito Santo

Il missionario è “una persona che, innanzitutto, ama visceralmente il popolo dove vive, conosce le sue intolleranze, le sue fragilità”.
29 Giugno 2020 - Di P. Diego Spadotto CSCh



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La missione non è strategia ma “fiuto” dello Spirito Santo (Papa Francesco). La Chiesa, in molti Paesi del mondo é minoritaria e numericamente quasi insignificante. La nostra piccola Congregazione, come le Chiese minoritarie, non può lasciarsi “contaminare dal complesso di inferiorità o dal lamento di non sentirsi riconosciuti”, se non ha la forza dei numeri ma la fede dei piccoli e soprattutto memoria delle “radici”, ha futuro. I Cavanis sono ora presenti anche in continenti dove i popoli hanno culture e tradizioni religiose millenarie. Pertanto: I veri missionari non cercano un terreno con garanzie di successo; al contrario, la loro “garanzia” consiste nella certezza che nessuna persona e cultura fosse a priori incapace di ricevere il seme di vita, di felicità e specialmente dell’amicizia che il Signore desidera donarle. Non aspettano che una cultura sia affine o si sintonizzi facilmente con il Vangelo; al contrario, si tuffano in quelle realtà nuove convinti della bellezza di cui erano portatori; richiede una preoccupazione paterna e materna, perché la pecora si perde quando il pastore la dà per persa, mai prima”.

“Vivere lo stupore dell’avventura missionaria, senza la necessità consapevole o inconsapevole di voler apparire anzitutto lei stessa, occupando o pretendendo chissà quale posto di preminenza. La missione affidata alla Chiesa non consiste solo nella proclamazione del Vangelo, ma anche nell’imparare a credere al Vangelo e a lasciarsi trasformare da esso”. Il missionario è “una persona che, innanzitutto, ama visceralmente il popolo dove vive, conosce le sue intolleranze, le sue fragilità”. Ai religiosi il Papa ricorda: “Una vita consacrata che non è in grado di aprirsi alla sorpresa, che non è capace di sorprendersi ogni giorno, di gioire o di piangere, è una vita consacrata che rimane a metà strada. Il Signore non ci ha chiamati per mandarci nel mondo a imporre obblighi alle persone, o carichi più pesanti di quelli che già hanno, e sono molti, ma a condividere una gioia, un orizzonte bello, nuovo e sorprendente. Per molti la fede cristiana è una fede straniera, è la religione degli stranieri. Questa realtà ci spinge a cercare con coraggio i modi per confessare la fede “in dialetto”, alla maniera in cui una madre canta la ninna nanna al suo bambino. Con tale fiducia darle volto e “carne” del Paese dove si vive, che è molto di più che fare delle traduzioni. È lasciare che il Vangelo si svesta di vestiti buoni ma stranieri, per risuonare con la musica che a voi è propria in questa terra e far vibrare l’anima dei nostri fratelli con la stessa bellezza che ha incendiato il nostro cuore”.

Oggi, nei Paesi dell’Asia, c’è in generale un miglioramento economico della società, ma moralmente no. Le Chiese sono ricca di tante vocazioni maschili e femminili, di scuole cattoliche che fanno soldi, di talenti, ricca della verità su Gesù Cristo, ma è un po’ chiusa su se stessa, quasi temendo condividere queste ricchezze con i più poveri. Questo purtroppo rischia di strangolarla. La fecondità apostolica richiede e si sostiene grazie alla preghiera e alla povertà.Senza la preghiera, tutta la nostra vita e la nostra missione perdono senso, forza e fervore. Vi chiedo di non cedere alla tentazione di pensare che siete pochi; pensate piuttosto che siete piccoli, piccoli strumenti nelle mani creatrici del Signore”. Papa Francesco: “i conflitti civili planetari e la crisi ambientale impongono, per risolvere i conflitti, che la "logica dell'insularità" sia sostituita da quella “dell’incontro e del dialogo vicendevole”, nella quale possono dare molto le religioni e le università”. La globalizzazione economico-finanziaria, i conflitti civili sui migranti e rifugiati, la distruzione della casa comune, ci ricordano che non siamo estranei tra di noi e ci impongono “di costruire la storia presente senza dover denigrare” gli altri, sostituendo, per la risoluzione dei conflitti, la “logica dell’insularità” con quella “dell’incontro e del dialogo vicendevole”. I rapidi progressi, lamenta il Papa, “convivono con la tragica persistenza di conflitti civili: conflitti sui migranti, sui rifugiati, per le carestie e conflitti bellici; e convivono con il degrado e la distruzione della nostra casa comune”.






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