Un ritorno di fiducia nella Divina Provvidenza? Speriamo.

Un ritorno di fiducia nella Divina Provvidenza? Speriamo.

Sta a noi discernere il confine tra il bene e il male, guardandoci dentro e a decidere cosa far uscire dal nostro cuore e cosa lasciar entrare.
27 Luglio 2020 - Di P. Diego Spadotto CSCh



3C

Ci sono parole che ritornano continuamente, quando si affrontano certe problematiche. Una di queste è: “confine”. Secondo alcuni è qualcosa di necessario, è ciò che ci separa, che ci protegge. Secondo altri, al contrario, é il punto di incontro fra noi e gli altri; è ciò che ci unisce in una molteplicità, ciò che rende significative le nostre identità, orizzonte infinito, nessuna terra è straniera. Una seconda parola è “dialogo”, spesso visto come segno di debolezza. Per altri è il contrario, segno di coraggio e saggezza. Né il dialogo né il confine, quando sono autentici, appiattiscono il Vangelo. Anzi, sono voglia di conoscenza, sono connessioni per fare rete. Se trovassimo tutti il tempo di guardare dentro le nostre vite, di ricordare con gli occhi del cuore quel che abbiamo vissuto, emergerebbe chiaramente come il dialogo è ciò che cerchiamo e il confine come barriera di esclusione sia spesso solo nella nostra testa, nel nostro cuore indurito. Sta a noi discernere il confine tra il bene e il male, guardandoci dentro e a decidere cosa far uscire dal nostro cuore e cosa lasciar entrare. «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro. [...] Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza» (Mc 7, 15 e 21-22).

Una terza parla è libertà. È necessario e ha senso parlare di libertà. È una parola che ha bisogno di essere difesa, perché è una realtà fragile. Se non la si rinnova, se non la si reinventa ogni giorno, si rischia di vederla sfumare e perdere, svenduta a nemici invisibili: le tecnologie digitali, i social network, l’inganno del Big Tech, dove uomini ricchissimi lucrano sui dati personali, orientano le elezioni e schiacciano i concorrenti. Chi può sentirsi libero se è diventato dipendente dalla messaggistica e se è continuamente rintracciabile? Non siamo mai stati così soli da quando possiamo comunicare così facilmente. Si stanno affievolendo non solo i nostri sensi ma persino la capacità di pensare. Un qualsiasi incontro, congresso, riunione, ecc. non dipende più dalla capacità di pensare delle persone che vi partecipano, dall’ascolto rispettoso o dalla profondità del pensiero, ma dipendono dalle mille connessioni personali fatte di nascosto durante e a margine di questi avvenimenti. Dipende più dalle fake news che dalla verità dei fatti e dalla sincerità delle persone. Anche nella vita religiosa gli “incontri” rischiano di non essere più il luogo dove si forma il pensiero, si innova, si crea comunione. Il pensiero si forma con l’ascolto reciproco, lo studio, la riflessione, il silenzio, non con i messaggini via WhatsApp o gli emoticon. Spesso sono una messinscena. Viene a mancare la libertà, trasformata e svilita dall’uso eccessivo dei social.

    Buone soluzioni possono essere cercate mettendo dei confini formativi per dialogando con fiducia reciproca, puntando la bussola della vita verso il futuro che la Provvidenza ci riserva. Come religiosi educatori, inoltre, abbiamo il compito di far sì che nelle nostre istituzioni e incontri di qualsiasi tipo si metta un confine allo strapotere dei social, questo ha il vantaggio di favorire il dialogo in libertà e verità e rilanciare tra tutti, specialmente tra i giovani, parole vere in mezzo a tante parole vuote. I giovani sono in agitazione nel mondo intero, per essere credibili come educatori bisogna imparare ad ascoltarli e ad essere sinceramente credibili. La Chiesa ci richiama a questo preciso dovere di educatori sapienti, per non diventare, nel cammino storico della Congregazione, come dei “viaggiatori smemorati” che non sanno più da dove vengono, hanno dimenticato la direzione e il luogo dove stavano andando, sono fermi e segnano il passo. Quando questa situazione di “smemoratezza” diventa generale e duratura, non serve tentare di rianimarsi, invocando i principi e le regole che hanno dato un certo orientamento in passato. Principi e regole non risolvono il problema dell’immobilismo e non aprono al futuro. Meglio ascoltare lo Spirito in libertà e dialogo, affidandoci alla Provvidenza che è il nostro più grande tesoro.








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