Formazione o "probazione" alla vita consacrata?

Formazione o "probazione" alla vita consacrata?

Anno Santo della Misericordia


15 Agosto 2016 alle 01h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di Fernando Riqueto


Formazione.

La Vita consacrata ha una natura essenzialmente evangelica, quella di vivere il battesimo; è un “vivere interamente per Dio” (Rm 6,11), fino a diventare memoria e profezia del Regno. Per donargli la salvezza, Dio chiede all’uomo di accoglierla liberamente con umile fiducia. Per tutto il bene che ci vuole e che ci fa, Dio non domanda come contraccambio che il nostro amore. E, in risposta a questo nostro amore, ci condona ogni nostro debito nella sua Misericordia. Egli opera tutto in noi: virtù, conoscenza, sapienza, bontà, verità, fedeltà, perseveranza. Le congregazioni religiose, solitamente, iniziano la formazione dei novizi dalle Costituzioni, dalle regole di vita, dai testi dei Fondatori, da alcuni esercizi di pietà. Oggi, molti formatori, hanno l’impressione di fare una costruzione senza fondamenta, cioè senza la coscienza della gratuità e preziosità della vita redenta da Cristo; senza essere consapevoli che la possibilità di vita religiosa non dipende dalle capacità che qualcuno pensa di avere, ma dall’amore di Dio che ci chiede di svegliarsi dal torpore di una vita centrata su se stessi. E’ solo su questa conversione, che si può costruire. La formazione spesso sembra più un esperimento in laboratorio che una “probazione”, cioè una prova e così si continua a sfornare “gestori” di opere. Tali laboratori sono generalmente lontani dalla vita reale.  Probazione è mettere i giovani accanto ad uomini provati che testimonino la vita consacrata, come vita nuova in Cristo: “Non ti insegno a nuotare sdraiandoti sul pavimento ma buttandoti in acqua”. Non é una professione che i giovani religiosi devono apprendere, ma imparare a vivere di fede nello Spirito Santo.

Troppo facile limitarsi a considerare la libertà di scelta un valore assoluto. Certo che lo è. Ma lo è altrettanto la libertà nello Spirito. Il popolo di Israele era uscito dall’Egitto, ma l’Egitto non era uscito dal cuore, dalla sua interiorità. Nella probazione ognuno deve prendersi le sue responsabilità e scegliere  di quale schiavitù fisica e mentale disfarsi. Conoscere  il Cristo  deve passare per il ri-conoscere Cristo, fidarsi e affidarsi a Lui non solo razionalmente ma affettivamente e capire che vivere non è sopravvivere, ma venir fuori da una tomba, risorgere a vita nuova. Meno sogniamo di convertire il mondo e più sogniamo di convertire noi stessi, più avremmo possibilità che il mondo si trovi di fatto convertito. Non si salvano gli uomini con consigli ed esortazioni ma se si è in grado, con la grazia di Dio, di generare in loro un desiderio personale di vita. Papa Francesco non si stanca di invitare le congregazioni religiose perché, seguendo l’esempio dei loro fondatori, facciano la loro parte e si lascino interpellate dalla pressione umana e sociale che le migrazioni, la tratta delle persone, la crisi della famiglia, le guerre, continuano a provocare. Ogni congregazione religiosa è nata dalla compassione evangelica di uomini e donne chiamati, oggi, fondatori. 

La situazione drammatica in cui si incontra il mondo aiuta a ricoprire che già la Pasqua ebraica era la festa dell’emancipazione dalla schiavitù e insieme il simbolo di una minoranza che difendeva i suoi valori. Solamente preservando la propria cultura si può contribuire al progresso collettivo e garantire il pluralismo della società di cui si fa parte. “Non opprimere lo straniero; voi infatti conoscete l’animo dello straniero, poiché foste stranieri in terra d’Egitto”(Es 23,9). Non basta ricordare, si deve “sentire” sulla pelle e quindi “essere” come se quell’affrancamento dall’oppressione e dalla servitù riguardasse te, te in persona, oggi e non nel passato. Rimanere inerti è già un rubare la speranza a dei disperati, senza provare nessuna vergogna. Di giorno fingiamo di interessarci e di notte dimentichiamo le sofferenze altrui. Quando cambiano i tempi e bisogna fare una sintesi, occorre capire quello che è importante e  quello che si può trascurare. Le opere dovrebbero essere piattaforma per l’evangelizzazione, invece lavorando nelle opere i religiosi hanno finito per assumere la logica del mondo e i criteri del suo management. Non è il caso di lasciare le opere prima di esserne costretti? Quale giovane vuol entrare nella VC per occuparsi di opere a fine corsa? Le nostre congregazioni hanno futuro? E se lo hanno, quale futuro? Il futuro è legato ai numeri più o meno consistenti? Dopo i modesti risultati di: rifondazione, fedeltà creativa, ridimensionamento, collaborazione con i laici per far funzionare le opere, ecc. ecc le prospettive per il futuro sembrano queste: fraternità in comunione, la gioia, la missione, coniugando interiorità profonda e azione compassionevole.

P. Diego Spadotto CSCh - Anno Santo della Misericordia

 




Copertina.






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