27 agosto 1820: L’inizio della prima comunità Cavanis

27 agosto 1820: L’inizio della prima comunità Cavanis

La commemorazione di questo bicentenario è un’opportunità per ricordare l’origine della nostra congregazione...
27 Agosto 2020 - Di P. MANOEL R. P. ROSA CSCh, PREPOSITO GENERALE



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200 anni della Casetta

27 agosto 1820. — Ricorrendo in questo giorno la Festa del nostro principal Protettore S. Giuseppe Calasanzio, si cominciò ad abitare la Casa ch'erasi preparata alla nuova Congregazione. Vi entrò il più anziano de' Direttori (P. Antonio Cavanis) dovendo l'altro restarsi a tener cura della Madre ottuagenaria e vi si unirono il Chierico Pietro Spernich, Matteo Voltolini, ed Angelo Cerchieri, e in qualità di Servente il giovane Pietro Zalivani, tutti con animo di appartenere al nuovo Istituto. La nuova Casa erasi prima benedetta dal nostro Parroco, e Dio Signor si degni di farla sempre fiorire colla sua santa benedizione (P. Marco Cavanis, Memorie dell’Istituto, I, p. 268).

Così padre Marco narrava l’inizio della prima comunità Cavanis. La commemorazione di questo bicentenario è un’opportunità per ricordare l’origine della nostra congregazione religiosa, frutto di un lungo discernimento fondato sulla preghiera e sull’esperienza educativa iniziata parecchi anni prima. Un lungo cammino che si svelava man mano che si camminava. Non possiamo dimenticare, e nemmeno vergognarci, di queste umili origini, che sono motivo, invece, per rinnovare e vivere con fedeltà la nostra vocazione.

La Casetta ci riporta alla povertà evangelica, alla ricerca di una vita comunitaria che deve essere quello che questo nome significa: comunione di vita, di ideali, di princìpi. Nella prima versione delle Costituzioni scritte dai nostri Fondatori, la vita comunitaria e la povertà evangelica hanno un risalto tutto particolare. Negli incontri di formazione sulle Costituzioni che P. Antonio faceva ai confratelli, usava sempre parole di fuoco quando si riferiva ad esse.

La Casetta è per noi, Cavanis, ciò che furono Betlemme e Nazareth per la Sacra Famiglia: esperienza di amore, di dialogo, di solidarietà, di lavoro, di fiducia reciproca, di umiltà e di pace. I nostri Venerabili Padri hanno scelto il Palazzo da Mosto per essere la scuola dei piccoli e la Casetta per formare, nella paternità del carisma, i futuri Cavanis. “Veramente Padri”, hanno rinunciato al loro benessere in favore dei figli. Questo dovrebbe interrogarci in profondità.

Hanno usato lo stesso metodo di Gesù e dei cristiani del tempo apostolico. In un’epoca in cui l’educazione e l’istruzione erano riservate a una èlite e la maggior parte delle congregazioni religiose credevano che la trasformazione della società sarebbe venuta dall’alto, i fratelli Cavanis, pur facendo parte dell’aristocrazia veneziana, optarono per l’educazione dei poveri; erano convinti che ogni trasformazione vera viene dalla base. Hanno messo in pratica la scelta evangelica preferenziale dei poveri: «Lo Spirito del Signore è su di me, perché mi ha consacrato con l’unzione, per annunciare la Buona Notizia ai poveri…» (Lc 4,18-19).

La formazione di un futuro religioso aveva uno stretto legame con l’educazione di bambini e dei giovani. Non esisteva dicotomia e contrasto. Il processo di discernimento era messo in pratica fin dai primi passi della formazione iniziale. Non poteva esistere un religioso Cavanis che fosse indifferente alla missione di accogliere, educare, proteggere e formare i piccoli. L’educazione doveva avere la caratteristica della famigliarità. L’Istituto fin dal suo inizio doveva essere come una famiglia che offriva le condizioni necessarie per lo sviluppo umano in tutte le sue potenzialità.

Uno dei motivi che spiegano perché l’Istituto rimase sempre piccolo in numero di membri si deve a questa radicalità dell’amore loro richiesta, un amore gratuito e totale. Il nuovo carisma spuntato nella Chiesa in quel contesto storico era esigente, e la gioia e la bellezza di far parte di quella famiglia non poteva essere intesa in modo superficiale o mediocre.

Queste ispirazioni di profonda spiritualità e mistica hanno condotto i Venerabili Padri ad affermare che l’unica cosa che temevano era la ricchezza: “Io non ho paura che delle ricchezze. Finché siamo poveri, vi sarà lo spirito. Ma chissà che cosa può avvenire, quando si abbiano molte sostanze e case ben provvedute?” E soggiuntosi da alcun de’ suoi: Eh, Padre, siam ben lontani dalle ricchezze, rispondea: “Temete, temete, che queste non vi sopravvengano; il che non sarà difficile, quando si comprenda una volta l’importanza e la necessità dell’opera in che ci occupiamo” (P. Antonio Cavanis, Positio, p. CXLVI)! Una verità da tenere sempre presente in una profonda comunione con Dio.

Molti mali della Vita Consacrata, oggi, non vengono proprio dalla mancanza di povertà evangelica? Dalla dimenticanza e dalla negazione dei suoi fondamenti? La parola povertà è ambivalente e si presta a più di un significato. Povertà e ricchezza non sono idee chiare e distinte. Padre Raniero Cantalamessa, in uno dei suoi libri più ispirati, tratta di quattro tipi di povertà: 

1) una povertà materiale negativa, che disumanizza e che deve essere combattuta: povertà come condizione sociale imposta;
2) una povertà materiale positiva, che libera ed eleva: povertà come ideale evangelico da coltivare;
3) una povertà spirituale negativa, che è assenza dei beni dello spirito e dei veri valori umani: povertà dei ricchi;
4) povertà spirituale positiva, fatta di umiltà e di fiducia in Dio che è il frutto più bello dell’albero della povertà biblica: la ricchezza dei poveri (Cantalamessa, Povertà, Àncora, 2012, pp. 13-14).

Se non costruiamo la nostra identità religiosa nel giusto fondamento, il nostro lavoro sarà inutile e vano. La Casetta ci invita a verificare se la strada che stiamo percorrendo corrisponde alla chiamata originale.

Con umiltà dobbiamo riconoscere che nel campo educativo molti fanno meglio di noi. Hanno più strutture, più esperienza, campo di azione più vasto, sono più aggiornati secondo le esigenze di questo tempo…ma nessuno potrà offrire quello che solo noi dobbiamo fare, cioè un’educazione secondo il carisma che ci è stato concesso.

Abbiamo una eredità spirituale e una storia che ricevono vigore dalla super abbondanza della fonte di tutti i doni che è lo Spirito Santo, e dalla santità di vita di quanti ci hanno preceduto, specialmente i Servi di Dio Antonio, Marco Cavanis e Basilio. Mi viene sempre alla mente quello che Santa Teresa del Bambino Gesù diceva del giardino di Gesù: c’erano fiori di tutte le varietà e bellezze; che se tutti i fiori volessero essere rose, la natura perderebbe la sua magnificenza primaverile e i campi non sarebbero pieni di piccoli fiori; la perfezione consiste nel fare la sua volontà, nell’essere quelli che Lui vuole che siamo.

Invito ogni confratello a celebrare in comunità questa data importante per il nostro Istituto, unito alla Nostra Cara Madre Maria, il nostro santo Patrono San Giuseppe Calasanzio, i nostri Venerabili Fondatori e il Servo di Dio padre Basilio. Uniamoci, in spirito e con affetto, a tutti i confratelli in un grande abbraccio al nostro pianeta martirizzato da guerre e ingiustizie, dall’estremo oriente di Timor Est all’estremo occidente dell’Ecuador. Eleviamo a Dio un inno di ringraziamento perché ha conservato, fino al presente, questo piccolo fiore della Congregazione nel giardino della sua Chiesa.

Ogni religioso ha fatto la sua professione nella sua parte territoriale, ma il posto dove ciascuno è nato sarà sempre la Casetta. Non potrebbe essere più evidente il significato profetico delle nostre origini. Non si fa il bene dei poveri se non siamo poveri. Una vita religiosa povera, una Chiesa povera perché Dio si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (2 Co 8, 9).








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