Se non si fa parte della soluzione significa che si fa parte del problema

Se non si fa parte della soluzione significa che si fa parte del problema

"Vivere tutta la vita ridotti a se stessi, senza mai uscire per donarsi agli altri, è veramente una prigione"


12 Settembre 2016 alle 11h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di Fernando Riqueto


Archivio.

É sempre “un’esperienza d’incomparabile valore l’aver imparato a vedere dal basso i grandi avvenimenti della storia del mondo, nella prospettiva  degli esclusi, dei sospettati, dei maltrattati, dei deboli, degli oppressi e derisi, in breve dei sofferenti… Tutto dipende solo dal non trasformare questa prospettiva dal basso in uno schierarsi con gli eterni scontenti, e invece nel fare giustizia e nell’affermare la vita in tutte le sue dimensioni, sulla base di una contentezza maggiore, i cui fondamenti non sono né in basso né in alto, ma al di là di queste dimensioni” (D. Bonhoeffer).  

“Il mondo è diviso in due. Quelli che fanno parte del problema e quelli che fanno parte della soluzione. Non si decide da che parte stare con un ragionamento. Lo senti dentro di te qual’è la cosa giusta da fare”. Se non si fa parte della soluzione significa che si fa parte del problema.

  1. “Perché guerre e guerriglie continuano e aumentano di anno in anno? Continuano perché chi comanda, chi ha il potere economico in mano, vive lontano dai luoghi di guerra e di sterminio. Non sa quasi niente delle sofferenze immani della popolazioni colpite. Per loro e per la maggior parte della gente sono soltanto notizie lette sui giornali. I “potenti” sono pronti a commuoversi se vedono in televisione persone mutilate, centinaia di morti, bambini senza gambe o bambine violentate. “Poveretti” commentano, “sono civili innocenti”. Per la gente dei Paesi in guerra i “civili innocenti” sono: “questo è il corpo seviziato di mia madre”, “questo è mio fratello che è stato rapito dai guerriglieri”, “questa distrutta è la mia casa o la mia capanna”… Quando si soffre violenza si racconta in prima persona singolare, non in terza persona come alla televisione o sui giornali. Nei Paesi dove i “potenti” impongono la guerra gli esseri umani nascono e muoiono in condizioni inumane e per il mondo essi sono soltanto cifre su un pezzo di carta, non interessano a nessuno. Bisogna stare con le persone che soffrono e sentirsi dire: “Quando tornerai nel tuo Paese parlerai di noi, e noi vivremo per lo meno nei tuoi racconti, anche dopo la nostra morte”.
     
  2. Quanti vanno in missione e rimangono là soccorrendo i fratelli non cambieranno il mondo ma cambiano se stessi e la visione sul mondo. “Vi annuncio con gioia che la nostra Congregazione inizierà una nuova presenza Cavanis nel paese di Macomia, diocesi di Pemba, in Mozambico, con due missionari congolesi Pe. Benjamin Insoni, il diacono Clément Boke e il catechista brasiliano Valmir Garcia”. “La diocesi di Pemba copre tutta la Provincia di Cabo Delgado e possiede 82.625 Km2. E’ grande quasi quanto il Portogallo con le sue 18 diocesi. Ha solo 23 sacerdoti, 22 parrocchie alcune delle quali immense con 70, 80, 120, 150 comunità, Fanno parte della diocesi anche 16 isole in cui non vi è nessuna presenza missionaria”. ProSavana, è un programma organizzato da Mozambico, Brasile Giappone per sfruttare circa dieci milioni di ettari nel nord del Mozambico. La zona, chiamata “Corridoio di Nacala”, è suddivisa in tre provincie:Nampula, Niassa e Zambezia. Il piano prevede che alcune compagnie brasiliane producano in quelle terre soia, mais, girasole e altri cereali da esportare, per la maggior parte, in Giappone. Brasile e Giappone affitterebbero le terre per un dollaro l’ettaro all’anno, avendo tante esenzioni fiscali. Buona parte degli investimenti iniziali arriverebbero dal “Fondo Nacala”, costituito da denaro pubblico e privato di Giappone e Brasile. Soldi pubblici giapponesi servirebbero a pagare la costruzione di strade, ferrovie e il porto a Nacala per l’esportazione dei prodotti. Molte organizzazioni locali si oppongono a questo progetto. I quattro milioni di poveri contadini che vivono in quella regione che vantaggi ne avranno? Cosa vuol dire insegnar loro a produrre di più? Cosa vuol dire rendere “più civile” un popolo? E’ nota la storiella del capo di una fabbrica di scarpe che manda in Africa due venditori: “Uno torna e gli dice che laggiù non si possono fare affari. L’Africa è un totale insuccesso, lì nessuno indossa scarpe, non venderemo niente. L’altro torna  e gli dice che l’Africa è una miniera d’oro perché nessuno ha scarpe quindi ne venderemo a palate”.
     
  3. “Civilizzare”, per molti, vuol dire condizionare altri popoli a diventare come “noi”, integrati nel sistema di comprare e consumare di più. Tanti sproloqui politici si condensano in quella formula idiota della ricerca di “un mondo migliore”, “una società migliore, civile”, come se qualcuno un bel giorno annunciasse di volere un mondo peggiore. Queste formule sono una delle vette della vacuità contemporanea, sintesi di un’epoca che non sa cosa dire e lo dice in continuazione. Il futuro è un lusso di coloro che si possono alimentare non di chi muore di fame. Nel presente sarebbe utile separare l’azione missionaria dai risultati economici dell’azione e vivere con i fratelli con gratuità, questo è l’unico modo di fare del bene anche a se stessi. Ci sono persone che soffrono di più per la scomparsa di un monumento, di un paesaggio, di un dipinto, che quello di una persona che muore di fame. “L’obesità è la fame dei paesi ricchi. Gli obesi non sono l’altra faccia della medaglia degli affamati: sono loro pari. La fame produce milioni di vittime senza che ci sia un carnefice. Cos’è una vittima senza carnefice? Un atto senza agente, un fatto che nessuno ha compiuto, la difficoltà di poter completare una storia. E, quindi, una storia fastidiosa, che tanti ignorano”. Gettare nella spazzatura il cibo è un gesto di potere. Il potere di fare a meno dei beni di cui altri avrebbero bisogno; il potere di sapere che altri si occupano di farlo sparire. Il potere del possesso è piacevole; non più del potere di disfarsene. Quanto più gente mangia tanto più le industrie agroalimentari vendono. Il cibo da bene di consumo è diventato bene di speculazione. 
     
  4. Davanti al tragico fenomeno delle migrazioni molti usano la rete solo per aumentare il piagnisteo contro gli immigrati, la chiacchiera, la politica gridata, le bufale, per esprimere la loro insignificante indignazione e per trasformare una disgrazia in una battaglia tra partiti. In questi casi “meglio le zanne delle belve che la bava degli sciacalli”. Nell’VIII secolo d.C. migliaia di fuggitivi dell’Impero persiano arrivarono alle porte de Bombay in India, e chiesero rifugio al re del Maharashtra; il re non li voleva e mandò loro, come risposta, un secchio traboccante di latte: era il suo modo per dire che non augurava loro nessun male ma il suo regno era pieno. I Persiani, misero dello zucchero nel secchio e glielo restituirono: era il loro modo per dire che, senza riempirlo oltre, avrebbero reso il latte migliore o più gustoso. Il mese di ottobre mese missionario e la Giornata Missionaria mondiale  sono un invito a “vedere dentro” le tragedie del mondo, guerre, fame, migrazioni, e a cambiare, per far parte del piccolo numero di quelli che non hanno bisogno di essere al centro dell’attenzione, che non vanno in cerca di lodi e ricompense, che preferiscono non emergere o apparire. Di quelli che hanno coscienza delle loro doti e capacità e non se ne fanno un vanto ma silenziosamente le mettono a frutto per il bene degli altri; di quelli che nelle questioni concrete della comunità si mettono al lavoro per primi e se ne vanno per ultimi: di quelli che non si lamentano mai ma sanno accogliere e partecipare personalmente alle sofferenze altrui. Vivere tutta la vita ridotti a se stessi, senza mai uscire per donarsi agli altri, è veramente una prigione.
     

    P. Diego Spadotto
    ANNO SANTO DELLA MISERICORDIA – OTTOBRE MESE MISSIONARIO




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