La missione evangelizzatrice nelle "opere" delle Congregazioni Religiose

La missione evangelizzatrice nelle "opere" delle Congregazioni Religiose

Anno Santo della Misericordia


19 Settembre 2016 alle 13h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto


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Evangelizzare è trasmettere la “Buona Notizia” che indica il cammino verso la felicità, poi ciascuno deve camminare. La felicità non esiste in astratto, esistono le persone che lottano e si impegnano per essere felici qui e ora, “per Te ci hai fatti e il nostro cuore è inquieto finché in te non trovi pace” (Sant’Agostino). Persone che si impegnano ad andare oltre se stessi, cercando con responsabilità di far felici gli altri; come in una sinfonia che necessita di tanti strumenti, senza che nessuno sia particolarmente indispensabile per un risultato di qualità. La Vita consacrata “evangelizzata”, aiuta i religiosi non solo a riconoscere i segnali di felicità nella vita quotidiana e ad orientarsi verso un progetto di vita che dia unità a tutta la persona per affrontare imprevisti, con uno stile di vita flessibile e senza dogmatismi, ma anche a rendere felici gli altri evangelizzando. Questo comporta uno stile di vita in continua conversione, un modo di pensare, di sentire e di agire, che sia coerente con la realtà che ciascuno vive e “cercare prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù” (Mt 6,33). I religiosi sono chiamati ad essere persone felici in ogni momento della loro esistenza, applicandosi alla propria crescita umana e religiosa, con la libertà di imparare durante tutta la vita, in ogni età e in ogni stagione. Cosa significa “tutto il resto”? Sono le strutture, le sicurezze umane, le riserve di beni, i depositi in banca? Si chiede Papa Francesco.

Non sono le strutture materiali, e tanto meno il protagonismo dentro di esse che produce la gioia. La gioia vera si accompagna al servizio delle persone, dei poveri, in particolare, anche quando é fragile e non impedisce le sofferenze. Amare le persone non impedisce di soffrire. La felicità è un processo di maturazione, un metodo di vita. Perciò, non è felice colui che fa proclami sulla gioia o sul benessere che prova, ma chi ha indirizzato la propria vita, le proprie azioni e progetti al servizio degli altri, come scopo di una vita centrata nell’amore. Si impara ad essere felici finalizzando la vita agli altri non alle “piramidi di gloria”. Nel processo di crescita ciascuno cresce se si sente responsabile della crescita dei fratelli. L’inquietudine per Dio, porta ad andare verso gli altri, fa star meglio, non soltanto perché calma le paure e soddisfa i bisogni fondamentali, ma perché sviluppa le risorse in progetti di vita aperti al trascendente e alle persone. Papa Francesco, a dei giovani che gli chiedevano se fosse felice, rispose: “ Sono felice perché ho un lavoro di pastore e di operaio nella vigna del Signore, perché ho trovato la mia strada nella vita e questo mi fa felice, ho una certa età e la mia felicità è tranquilla, anche se ho avuto sempre tanti problemi sono felice perché guardo sempre avanti”. Chi si crede indispensabile e padrone di “grandi opere”, diventa troppo pesante per volare: “Gli angeli volano perché si prendono alla leggera e questo li svincola dalla gravità” (Chesterton). I religiosi consapevoli dei propri limiti aiuta diventano più responsabili della propria crescita, senza idealismi, si dedicano alle persone e relativizzano le strutture, esse servono finché attraverso di esse si riesce ad evangelizzare, poi si deve cambiare. 

Francesco, ha manifestando con chiarezza questo suo pensiero anche nel Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2016 e, recentemente, incoraggiando i responsabili delle Pontificie Opere Missionarie della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, a non dimenticare  che la missione di evangelizzare  “fa la Chiesa” e la mantiene “fedele al volere salvifico di Dio”. E’ importante la raccolta di fondi, l’amministrazione rigorosa dei beni materiali e la retta distribuzione degli aiuti economici per le  così dette “opere sociali”, ma non basta limitarsi a questo aspetto, “ci vuole mistica”. Deve crescere la passione evangelizzatrice trasformando continuamente le opere in strumenti di evangelizzazione. E continua: “ho paura che la vostra opera rimanga molto organizzativa, perfettamente organizzativa, ma senza passione. Questo lo può fare anche una Ong; voi non siete una Ong!”  La vita consacrata senza passione mistica non serve, “e se dovete sacrificare qualcosa, sacrificate l’organizzazione, andate con la mistica dei Santi”. É necessaria formazione permanente alla missione evangelizzatrice: “non soltanto corsi intellettuali, ma un’ondata di passione missionaria e di testimonianza martiriale”. 

In questo Anno Santo della Misericordia, il Papa si augura che il fervore missionario continui “a far ardere, appassionare, rinnovare, ripensare e riformare il servizio che la Vita consacrata è chiamata ad offrire, essa deve cambiare in questa direzione, deve convertirsi con questa passione missionaria”. L’invito è a ripensarsi e a ripensare le strutture “nella docilità allo Spirito Santo”, in vista di una adeguata riforma delle modalità attuative e di un autentico rinnovamento. Francesco, poi, ha invitato a pregare affinché anch’egli “non scivoli nella “beata quiete'”, ma abbia “ardore missionario per andare avanti”. Dio è ironico, ama sorprendere, per farci vincere la paura di perdere le sicurezze accumulate e “messe in cassaforte”. Per noi Cavanis la sfida è l’aggregazione dei giovani a rischio nelle metropoli del mondo e nei luoghi che sembrano “abbandonati da Dio e dagli uomini”; dovrebbe essere il principale impegno per il futuro della missione, per porre un piccolo argine alla violenza e alla povertà. Anche oggi, come al tempo dei Fondatori, giovani rivendicano il diritto di essere ascoltati, altrimenti continueranno ad essere aggregati da altri in una società in cui c’è tanto chiasso, tanta indifferenza e nessuno li ascolta, solo li usa. 

P. Diego Spadotto
Anno Santo della Misericordia




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