Testimoni del Vangelo tra le genti

Testimoni del Vangelo tra le genti

Annunciare il Vangelo è questione di cuore, di passione.


17 Ottobre 2016 alle 06h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto


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Annunciare il Vangelo è questione di cuore, di passione. Lo sottolinea la nuova Lettera della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica: ai consacrati e alle consacrate testimoni del Vangelo tra le genti. La Lettera, dopo le tre precedenti: Rallegratevi, Scrutate, Contemplate, ricorda che il cuore dei consacrati dovrebbe avere per sua natura una dimensione essenzialmente in uscita, cioè rivolta agli altri. Per loro vocazione, essi sono gli specialisti della missione, dell’annuncio di Cristo al prossimo, identificato con ogni uomo e ogni donna che incontrano quotidianamente sulla loro strada. Sono chiamati a non passare oltre con indifferenza, ma a interessarsi a lui, alle sue necessità e alle sue attese. Per questo atteggiamento di apertura agli altri sono i primi ad essere, secondo l’espressione molto cara a Papa Francesco,  “in uscita”, sempre pronti a cambiare mentalità, a compiere una conversione. Francesco, come aveva fatto nella Evangelii Gaudium,  chiede con forza nuovo slancio, coraggio che non indietreggia di fronte alle difficoltà, tenacia nel compiere la missione che Dio ha affidato a ogni consacrato. In particolare, vuole anche da noi Cavanis, che ritroviamo il carisma delle origini, dei Padri Antonio e Marco, vuole che le nostre comunità siano sempre più simili alla primitiva Chiesa, quella degli apostoli.  La vita consacrata è chiamata a svolgere la sua missione «fuori della porta e lungo il fiume», a essere presente nelle «situazioni di miseria e di oppressione, di dubbio e di sconforto, di paura e di solitudine, manifestando che la tenerezza di Dio non ha limiti». 

Tutto ciò richiede energie, preghiera, sacrificio e fermezza, perché la “periferia” non resti solo una parola astratta, ma sia una realtà quotidiana in cui verificare in ogni momento la propria vocazione. Cristo vuole che i consacrati vadano oltre, senza paura, perché la Parola giunga ai confini della terra. Si tratta di trovare nuove modalità per camminare con i poveri, i più bisognosi, accompagnandoli nella loro quotidianità: «Stare in periferia aiuta a vedere e capire meglio». Guardando il mondo dalle periferie si trova infatti il coraggio di affrontare nuove sfide, sperimentando soluzioni e logiche diverse. È più facile svegliare il mondo se si è abituati alle periferie, qualunque esse siano, perché facilitano l’atteggiamento a rivolgersi a destinatari non scelti in base a considerazioni di comodo, ma su criteri dettati dalla compassione e dall’ardire. Una scelta dettata non da una moda o fervore passeggero, ma che diventa autentica forma di vita, perché: «servire i poveri è atto di evangelizzazione» (san Gregorio Magno). La familiarità con i poveri è sempre stata la caratteristica di ogni nuovo inizio e di riforma. Senza dimenticare che le periferie non sono solo un luogo fisico, ma anche una situazione morale, di disagio, culturale e sociale: “Cristo è la grande tunica dei sacerdoti” (San Giovanni XXIII)

Si contribuisce alla felicità di altre persone proprio nelle misura in cui si è personalmente felici nel vivere la missione. Per annunciare il Vangelo, specialmente al cuore e alla mente dei giovani, è necessario che il missionario metta insieme, in se stesso, mente e cuore, per testimoniare che ci sono scelte di valori che vanno fatte prima di quelle materiali; che c’è bisogno di imparare e riflettere prima di fare, altrimenti è solo fumo, è solo scena. Il missionario è chiamato a testimoniare che molte delle abitudini quotidiane,  possono essere abbandonate per servire di più il prossimo e per guadagnare in freschezza e umanità.  Gli afflitti, coloro che piangevano, gli esclusi, fecero Gesù cambiare abitudini, tradizioni e piani di viaggio, così lui ha mostrato che si può vivere libertà, misericordia e felicità, anche nella contraddizione, nella persecuzione, nella sofferenza, nel disprezzo, nella derisione, nell’incomprensione e nel rifiuto. Nel suo ministero, Gesù non ha strumentalizzato il bisogno altrui per sentirsi giustificato o necessario; non ha scaricato sugli altri le colpe per le ingiustizie subite, cercando capri espiatori, non ha vissuto come soffocante e umiliante la vicinanza degli oppressi e degli umiliati.

P. Diego Spadotto
ANNO SANTO DELLA MISERICORDIA - OTTOBRE MESE MISSIONARIO 

 




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