Senza Dio siamo troppo poveri per aiutare i poveri

Senza Dio siamo troppo poveri per aiutare i poveri

La monocultura del pensiero unico, peggiore della monocultura agricola, ha generato l’indifferenza verso le “utopie” e verso la sofferenza degli altri.


24 Ottobre 2016 alle 09h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto


3C

Dal 9 al 15 settembre 2016 è stato celebrato a Kigali, in Rwanda, il Congresso: La Divina Misericordia, fonte di speranza per la nuova evangelizzazione in Africa”. L’arcivescovo di Kinshasa (CRD) e delegato del Papa, ha fatto una analisi seria della situazione preoccupante del mondo e dell’Africa, in particolare, e ha presentato la Misericordia di Dio come “la medicina che può guarire ferite storiche, rivalità e guerre in atto, in ogni paese del Continente”. Ha invitato a riconoscere con umiltà le colpe storiche della Chiesa, dicendo che questo non è mancarle di rispetto, è sentire la necessità di recuperare l’ardore missionario dei primi tempi, la fedeltà al Vangelo, e “non dire mai più di non volerne sapere dell’Africa, ma pensare che tutto è successo perché, dopo aver sfruttato l’Africa, ora non se ne vuole più sapere”. Sono passati 500 anni dalla pubblicazione di “Utopia” di San Tommaso Moro. Nel testo, il santo presenta il suo sogno utopico di un mondo fraterno e giusto. Oggi la parola utopia è diventata debole e non scalda più i cuori. La monocultura del pensiero unico, peggiore della monocultura agricola, ha generato l’indifferenza verso le “utopie” e verso la sofferenza degli altri. Domina il sospetto, si temono strumentalizzazioni quando si fanno delle scelte in favore dei poveri. Duecento anni fa è successo anche a P. Antonio e P. Marco Cavanis, sono stati perfino “bonariamente” derisi per la loro scelta in favore dei figli della “plebe”. 

Ai nostri giorni, per portare la pace si fanno le guerre, per portare progresso si umiliano gli uomini e si distrugge l’ambiente naturale. In Brasile, la costruzione del complesso idroelettrico di Xingò-Itaparica-Sobradinho, con le sue sette enormi dighe, e l’inondazione di migliaia di chilometri quadrati ha provocato lo sradicamento di mezzo milione di famiglie. Risultato: a trent’anni di distanza, i vecchi muoiono in esilio con il cuore a pezzi per la terra, il lavoro, le radici che hanno perso; gli adulti, figli della generazione del trasferimento, vivono di psicofarmaci, alcol e droga; i giovani vogliono andarsene altrove. L’11 ottobre 2016 la Congregazione ha aperto, nel Nome della Misericordia, una missione in Mozambico. I missionari là inviati troveranno un mondo diverso? Se si spegne la fede e le “utopie” indeboliscono, cosa possono fare i missionari? Santa Teresa di Calcutta durante tutta la vita missionaria è stata tormentata da una sofferenza continua, da uno strano sentimento di essere respinta da Dio: “Il cielo non significa niente per me, mi appare un luogo vuoto…il mio essere gioiosa non è che un mantello con cui copro vuoto e miseria”. Eppure, nonostante questo tormento interiore non venne mai meno al servizio misericordioso che l’aveva portata a farsi povera tra i poveri. Se un Dio esisteva, stava comunque dalla parte degli ultimi, dei disperati, degli sconfitti: “Ho cominciato ad amare la mia oscurità, perché credo che essa sia una parte, una piccolissima parte dell’oscurità e della sofferenza che Gesù visse in terra”. 

Il missionario è tale se fa tutto per Cristo, con Cristo e in Cristo, perché “senza Dio è troppo povero per aiutare i poveri”; se fa memoria del passato è per illuminare il presente, secondo l’invito di Gesù: “fate questo in mia memoria”, “You did it for me”, le cinque parole del Vangelo che Santa Teresa di Calcutta ripeteva con insistenza contando le parole sulle dita della mano. Le guerre, le distruzioni della natura, i terremoti, che provocano un continuo sciame sismico di paure, devono far pensare non solo alla fragilità delle costruzioni, ma soprattutto alla fragilità delle relazioni familiari, sociali, politiche, economiche, “il grembo da cui nasce il male è sempre fecondo” (Brecht). I missionari, si affidano alla Parola e all’esempio di Gesù nell’Ultima Cena: “si alzò da tavola… depose le vesti…  si cinse un asciugatoio”; nonostante tutto, si alzano per servire non per tradire come fa Giuda: “preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte”.  Depongono le vesti della comodità, del calcolo, del tornaconto personale, del prestigio sacerdotale, della rassegnazione del “tanto non cambia nulla” e vanno nel Nome della Misericordia. In missione, passo dopo passo, abbandonano l’esteriorità e il voler apparire per diventare interiormente veri, “la carne non serve a nulla”, dice San Paolo, mentre Gesù afferma: “la mia carne è vero cibo”. In quel “mia” sta tutto quello che della carne si può salvare e tutto il suo insegnamento. Dio si nasconde in un chicco di grano, in una goccia di sangue, nella carne di un uomo, di ogni missionario. “Dio si fece uomo per abituarsi a stare con gli uomini e per abituare gli uomini a stare con Dio” (San Gregorio Magno).

P. Diego Spadotto
ANNO SANTO DA MISERICORDIA – OTTOBRE MESE MISSIONARIO




Copertina.






Scrivi il tuo commento...