Misericordia voglio e non sacrificio

Misericordia voglio e non sacrificio

Coltivare la misericordia vuol dire coltivarsi nell’apertura all’esperienza dell’amore di Dio, al riconoscimento del suo agire nella nostra vita, alla condivisione dei suoi sentimenti.


14 Novembre 2016 alle 03h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di Fernando Riqueto


"Nella vita religiosa l’esercizio della misericordia deriva dalla radicalità di fedeltà alla parola del Signore..."

La Vita consacrata, come una sequela particolare di Gesù è chiamata a titolo speciale all’esercizio della misericordia. La Chiesa è il mistero della riconciliazione in atto nella storia (cfr. 2Cor 5,19): “Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo, affidando a noi la parola della riconciliazione”. La riconciliazione è il mistero stesso di Dio svelato nelle sue viscere di misericordia per i suoi figli, che vuole in comunione con sé, nel suo Figlio dato per noi. La misericordia vale per la Vita consacrata, come per la vita familiare. Nella vita religiosa l’esercizio della misericordia deriva dalla radicalità di fedeltà alla parola del Signore, vissuta come radice di affetti secondo l’invito di Gesù: “Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,49-50). I consacrati fanno professione di vivere la comunione con i fratelli, partendo da quelli che con lui scelgono lo stesso tipo di vita senza però scegliersi per poterlo vivere, realizzando la sua umanità, proprio in ragione della sequela di Gesù. 

Coltivare la misericordia vuol dire coltivarsi nell’apertura all’esperienza dell’amore di Dio, al riconoscimento del suo agire nella nostra vita, alla condivisione dei suoi sentimenti. Dio cerca la misericordia perché essa sola è segno della sua presenza, splendore della sua grazia. In effetti, il “sacrificio” che non parla della sua misericordia mortifica e basta. Il fatto che la misericordia riveli il buon stato di salute della vita religiosa deriva dalla dimensione evangelica della vita fraterna. L’evangelista Matteo pone la fraternità nell’orizzonte degli annunci della passione, dentro la logica pasquale, per cui al centro non ci sono i valori o gli ideali, bensì le ferite che vengono assunte e curate. Se la fraternità è radunata nel nome di Gesù, lo è in quanto accoglie nel suo nome le ferite e i bisogni dei più piccoli, dei deboli, dei peccatori. Le annotazioni evangeliche a proposito della fraternità sono la declinazione, nel concreto della vita, della risposta alla domanda degli apostoli: “Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?” (Mt 18,1). Gesù aveva invitato non semplicemente a farsi piccolo, ma a umiliarsi come un piccolo: “Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli” (Mt 18,4).  Gesù è colui che ha umiliato se stesso, facendo risplendere, nella sua umiliazione, tutta la potenza dell’amore di Dio per gli uomini. 

Proprio quello che fa dire a Paolo: “pienezza della Legge infatti è la carità” (Rm 13,10). Assolto ogni altro dovere di lealtà, di onestà, di onore, verso tutti, rimane insolvibile sempre questo debito, la carità, l’unico debito di cui i fratelli portano credito sempre nei nostri confronti. Ma questo debito è percepito tale se la carità riguarda la condivisione del segreto di Dio che, nella sua misericordia, vuole gli uomini suoi figli alla tavola della vita. Al centro c’è sempre il mistero dell’amore perdonante di Dio, che libera la creatura dalle sue rivendicazioni. Si tratta di aver accesso a quella sapienza evangelica, definita nella lettera di Giacomo come una “sapienza che viene dall’alto, pura, pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera” (cfr. Gc 3,17). Tutte le caratteristiche che Giacomo descrive sono esemplificate in termini di sottomissione, umiltà, magnanimità, pazienza, senza lamentele vicendevoli. La sapienza come visione e gusto di quella vicinanza: questa è la testimonianza, nel mondo, della vita religiosa. E la misericordia non è semplicemente uno degli elementi necessari a costituire quella sapienza, ma il timbro, il sapore, lo splendore di quella sapienza evangelica, quella che la rende amabile, desiderabile, bella, nei confronti dei nostri fratelli. Paolo, nella lettera ai Filippesi, prima di indicare l’esempio di Gesù che “svuotò se stesso assumendo una condizione di servo” invitando ad avere i suoi stessi sentimenti, chiede due cose ai “figli che ha generato nella fede”: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” (Fil 2,3-4). Agire diversamente vorrebbe dire voler diventare grandi sulla piccolezza degli altri. 

P. Diego Spadotto CSCh
Anno Santo della Misericordia




Copertina.






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