Circolare Novembre 2016

Circolare Novembre 2016

Anniversario del Decreto di Eroicità delle Virtù dei Ven.li PP. Fondatori


16 Novembre 2016 alle 11h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di Preposito Generale


Roma, 16 Novembre 2016 – anniversario del Decreto di Eroicità delle Virtù dei Ven.li PP. Fondatori (1985)

CONGREGAZIONE DELLE SCUOLE DI CARITÀ - ISTITUTO CAVANIS
J. M. J.

Il Preposito Generale

Carissimi Confratelli e amici Laici,
Grazia e Pace da parte di Dio nostro Padre e del Signore nostro Gesù Cristo!

Giunti al termine dell'anno del Giubileo Straordinario della Misericordia voluto da papa Francesco, penso che sia opportuna una riflessione, per non perdere la ricchezza di grazie che il Signore ha seminato in quest'anno nei nostri cuori e nella nostra Congregazione. Chiude la Porta santa, ma resta sempre aperta la porta della carità per la quale entriamo e usciamo per lasciarci amare da Cristo e per portare ai fratelli l'amore di Cristo.

Nella Bolla di indizione del Giubileo della Misericordia (Misericordiae vultus) al n°5 papa Francesco ha scritto: "Come desidero che gli anni a venire siano intrisi di misericordia per andare incontro ad ogni persona portando la bontà e la tenerezza di Dio! A tutti, credenti e lontani, possa giungere il balsamo della misericordia come segno del Regno di Dio già presente in mezzo a noi" .

Credo che il S. Padre abbia compreso che non ci può essere rinnovamento nella Chiesa e vera evangelizzazione senza prima evangelizzare la nostra idea di Dio, soltanto quando, guidati da Gesù e dal suo Spirito, ci impregniamo della misericordia di Dio, possiamo essere nel mondo riflesso di questa misericordia. Come dice nella Evangeliii Gaudium, "la nostra tristezza infinita si cura soltanto con un infinito amore" (EG 265).

1. Riscopriamo la nostra vera identità: siamo figli di un Padre misericordioso.

Nel nostro cammino ci siamo incontrati con persone, religiosi e laici, che ci hanno trasmesso gioia ed entusiasmo, persone che erano riflesso della misericordia di Dio. Sono questi i "santi di casa nostra" perché i santi non sono altro che peccatori che si sono lasciati lavorare dalla misericordia divina. Ma ci imbattiamo anche in persone divise, che respirano attraverso le ferite, che non hanno sperimentato a fondo che Dio è misericordioso con loro e, pertanto, non riescono ad avere compassione verso gli altri. Le ferite provengono da esperienze negative vissute in passato, da conflitti comunitari non risolti, da problemi con i Superiori, da fallimenti personali, da maldicenze e calunnie, da eccesso di lavoro, ecc.

Spesso queste ferite non si sono mai cicatrizzate perché non sono state curate con il vino e l'olio della misericordia, ma con l'aceto della disciplina, della indifferenza o del vittimismo. Pertanto la vera sfida è sperimentare la misericordia di Dio che ci cura e ci aiuta a vivere la nostra identità di figli di Dio.

Coscienti che siamo peccatori, siamo tutti chiamati a vivere l'esperienza di un Dio che ci viene incontro e che si rallegra perché quelli che erano morti sono tornati in vita e quelli che erano perduti sono stati ritrovati (cfLc 15,32).

L'esperienza della misericordia è l'unica che può curare tutte le ferite e restituirci la gioia di vivere. Chi ha preso coscienza della sua vera identità sarà accompagnato dai sentimenti propri di un figlio: dignità, pace, gioia, fiducia ...

San Paolo esprime questa esperienza con molta intensità: "Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Niente potrà separarci dall'amore di Dio, manifestato in Cristo Gesù" (Rm 8, 35-36).

Papa Francesco, parlando delle parabole del Capitolo 15 di Luca nelle quali si narra questa esperienza di essere stati raggiunti dalla misericordia di Dio, scrive: "In queste parabole, Dio viene sempre presentato come colmo di gioia, soprattutto quando perdona. In esse troviamo il nucleo del Vangelo e della nostra fede, perché la misericordia è presentata come la forza che tutto vince, che riempie il cuore di amore e che consola con il perdono".

La nostra vera identità ci viene sempre ricordata e rivelata dalla Parola di Dio che deve diventarci familiare, perché ogni giorno ci nutriamo di questa Parola e ci sentiamo da essa accolti: "Tu sei mio figlio molto amato". In questo senso il Giubileo della Misericordia ci ha invitato ad entrare profondamente nella dinamica della Parola come casa e scuola della misericordia. L'accoglienza quotidiana della Parola (Costituzioni e Norme 16/e) è la migliore medicina per curare le nostre ferite.

Trasformati dalla misericordia, forti della nostra identità e dignità di figli di Dio Padre che ci ama con amore eterno, potremo rispondere con entusiasmo ai cinque inviti che papa Francesco ci ha proposto nella sua Lettera ai Consacrati del 21 novembre 2014:


• Essere testimoni di gioia — dove ci sono i religiosi c'è la gioia — sperimentando e dimostrando che Dio è capace di colmare i nostri cuori e farci felici.
• Essere profeti che — svegliano il mondo — perché la caratteristica della Vita religiosa è la profezia.
• Essere — esperti in comunione — in un mondo frammentato.
• Uscire da noi stessi per andare alle periferie esistenziali: persone che hanno perso la speranza, famiglie in difficoltà, bambini abbandonati, giovani senza alcun futuro, ricchi pieni di beni materiali e con il cuore vuoto, uomini e donne in cerca del senso della vita, con sete di Dio...
• Domandarci su ciò che Dio e l'umanità di oggi ci chiede.

2. La vita comunitaria. Fratelli e discepoli nella schola amoris (Scuole di Carità)

La vita in comunità è una sfida e una preoccupazione in questo tempo di individualismo sfrenato. Il documento della Congregazione dei Religiosi La vita Fraterna in comunità pubblicato il 2 febbraio 1994 così si esprimeva: "la comunità diventa una "Schola Amoris", per giovani e adulti. Una scuola ove si impara ad amare Dio, ad amare i fratelli e le sorelle con cui si vive, ad amare l'umanità bisognosa della misericordia di Dio e della solidarietà fraterna" (VFC 25).

Purtroppo le nostre comunità non sono sempre scholx amoris o oasi di misericordia, nonostante siano animate da questo ideale. Quando Papa Francesco ha enunciato le 15 malattie presenti nella Curia romana, ci invitava a esaminare anche le nostre comunità. Elenco brevemente queste malattie: (1)"il sentirsi immortale o indispensabile" ,(3)"l'eccessiva operosità", (3) "l 'impietrimento mentale e spirituale", (4)l 'eccessiva pianificazione, (5) il cattivo coordinamento che trasforma una squadra in "un'orchestra che produce chiasso", (6) "l 'Alzheimer spirituale", (7) la rivalità e la vanagloria, (8) la schizofrenia esistenziale che porta a vivere una doppia vita, (9) le chiacchiere e i pettegolezzi che arrivano a un vero e proprio "terrorismo" delle parole, (10) il carrierismo, (11) l'indifferenza verso i colleghi che priva della solidarietà e del calore umano e che anzi fa gioire delle difficoltà altrui, (12) la faccia funerea di chi è duro e arrogante e non sa che cosa siano l'umorismo e l'autoironia, (13) il desiderio di accumulare ricchezze, (14) i circoli chiusi, (15) l'esibizionismo.

Dobbiamo essere umili e riconoscere che anche nelle nostre comunità ci sono persone che non si parlano, persone condizionate da vecchi pregiudizi, persone individualiste che compiono sì il loro lavoro, ma sono incapaci di aprirsi alla missione condivisa, persone pessimiste che seminano disanimo, persone che antepongono l'agenda personale agli impegni di comunità ecc.

La misericordia di Dio, che ci aiuta a riconoscerci figli del Padre, ricrea anche la nostra condizione di fratelli. In realtà, il bello della vocazione consacrata è che si tratta sempre di una con-vocazione. Siamo chiamati come comunità di discepoli che condividono la vita e la missione di Gesù. Questa grazia si trasforma in impegno che, considerando la nostra fragilità, si potrà realizzare soltanto con il balsamo della misericordia. Non dimentichiamo che siamo famiglia-scuola di carità, che la Vita comunitaria è trattata nel Primo capitolo delle nostre Costituzioni perché è una priorità ed è la caratteristica principale della Vita consacrata; pertanto, con la comunione fraterna radicata e fondata nella Carità, siamo chiamati ad essere esempio di riconciliazione universale in Cristo (cfr Cost. 10). L'amore fa vivere l'anima. Ascolto, dialogo e consolazione ne curano le ferite.

P. Jorge Mario Bergoglio, quando era Provinciale, affermava che i Superiori devono essere "fattore di unità" in tutto il corpo della Congregazione, non solo in una sua parte, avendo a cuore la reputazione di ciascuno, correggendo con coraggio e chiarezza chi attenta alla buona fama della Congregazione. "Chi non ha cura del buon nome della Congregazione significa che non ha capito il valore di un corpo ecclesiale e il sacrificio che comporta accettare di essere membro e non un individuo, accettare di essere seminatore di buona semente di unità".

3 La nostra missione: rivelare l'amore misericordioso del Padre.

Il logo e il motto dell'Anno Giubilare rimarranno impressi nella nostra mente e nel nostro cuore per orientare i nostri atteggiamenti e la nostra missione. Nel motto Misericordiosi come il Padre ci viene proposto di vivere la misericordia sull'esempio del Padre che chiede di non giudicare e di non condannare, ma di perdonare e di donare amore e perdono senza misura. Il logo mostra Gesù che si carica sulle spalle l'uomo smarrito, recuperando un'immagine molto cara alla Chiesa antica, perché indica l'amore di Cristo che porta a compimento il mistero della sua incarnazione con la redenzione.

Il disegno è stato realizzato in modo tale da far emergere che il Buon Pastore tocca in profondità la carne dell'uomo, e lo fa con amore tale da cambiargli la vita.

Nella sequela Christi siamo chiamati ad essere agenti e portatori di misericordia nel mondo attuale. Ce lo ricorda il S. Padre che nella Bolla di indizione del Giubileo diceva: "ancora di più la Chiesa sarà chiamata a curare queste ferite, a lenirle con l'olio della consolazione, fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l'attenzione dovuta. Non cadiamo nell'indifferenza che umilia, nell'abitudinarietà che anestetizza l'animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge. Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro mani, e tiriamoli a noi perché sentano il calore della nostra presenza, dell'amicizia e della fraternità. Che il loro grido diventi il nostro e insieme possiamo spezzare la barriera di indifferenza che spesso regna sovrana per nascondere l 'ipocrisia e l 'egoismo" (MV 15).

Gesù per spiegare l'azione del buon Samaritano, usa otto verbi: "Lo vide, n'ebbe compassione, gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, le curò con olio e vino, lo caricò sopra il suo giumento, lo portò a una locanda, si prese cura di lui". E possiamo aggiungere anche: pagò il conto all'albergatore.

Il samaritano compassionevole rappresenta i nostri santi Padri Fondatori con tutti i santi e le molte persone consacrate che hanno fatto della misericordia il loro programma di vita. Basterebbe prendere sul serio ciascuno di questi verbi per concretizzare questo programma.

Io mi limito a quattro di questi:

- Vedere. C'è un tipo di vita religiosa che solo vede quello che viene filtrato dai mezzi di comunicazione e che si considera dalla propria "zona di conforto". Ci si chiude nel proprio mondo e non si percepiscono le realtà sofferte delle persone. E sappiamo che quello che non si vede, non esiste: "occhio che non vede, cuore non sente". Domandiamoci: Quali realtà sofferte del nostro mondo non stiamo vedendo purché siamo troppo occupati nelle nostre cose? Al tempo dei Fondatori c'erano molti giovani che vagavano oziosi per le calli di Venezia, ma solo i nostri Padri hanno saputo vedere.

- Sentire compassione. Nel vangelo di Marco si dice che quando Gesù vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore (Mc 6,34). Questa compassione, che si riferisce al movimento interno delle viscere, è un'espressione concreta della misericordia. Con gli occhi vediamo, con il cuore sentiamo. Come possiamo superare la durezza del cuore che alle volte può caratterizzare un tipo di vita anestetizzata? P. Antonio e P. Marco Cavanis hanno sentito compassione per tanta povera gioventù dispersa.

- Farsi vicini. Il Giubileo della Misericordia ci ha chiamati a una vita consacrata di vicinanza, di distanze corte, che non si limita a certi valori spirituali (Castità, Povertà e Obbedienza), ma che si complica la vita entrando in relazione stretta con le persone, soprattutto con quelle alle quali nessuno si avvicina. La vicinanza ci fa vulnerabili, ma è proprio in questa vulnerabilità dove ci raggiunge la misericordia che ci trasforma in strumenti di misericordia per gli altri. P. Antonio e P. Marco volgendo lo sguardo a Dio, Padre Provvidente e misericordioso, si sono presi cura di giovani e ragazzi, facendo ciascuno la "sua parte" e puntando l'attenzione sull'essenziale del Vangelo: in Gesù, la Misericordia fatta carne, rende visibile il grande mistero dell'Amore trinitario di Dio.

- Curare le ferite con olio e vino. Mi sembra questa una bella espressione simbolica con la quale papa Francesco ha voluto presentarci, con parole e azioni, le opere di misericordia corporali e spirituali. Quello che abbiamo imparato nel vecchio catechismo non è qualcosa che è passato di moda nella società del benessere. Sono espressioni di necessità umane che devono essere affrontate con l'olio e il vino della misericordia. P. Antonio e P. Marco Cavanis, con la medicina della misericordia, senza tanti proclami, senza atteggiamenti populisti, senza protagonismi, ma con dedizione compassionevole verso bambini e giovani, con fiducia incondizionata nella Provvidenza, hanno "curato" la gioventù e la gente di Venezia del loro tempo.

Concludendo auguro che continui a risuonare nel nostro cuore il canto dell'Anno giubilare: Misericordias Domini in ceternum cantabo ... ci ricorderà che siamo figli di un Padre misericordioso, che dobbiamo amarci come fratelli con viscere di misericordia e che dobbiamo uscire dalla nostra confort zone, complicandoci la vita andando incontro alle necessità dei fratelli.

Chiediamo alla Madre delle Scuole di Carità che rivolga a noi i suoi occhi misericordiosi, che ci prenda sotto la sua protezione per essere sempre misericordiosi

✓ come il Padre nel quale crediamo,
✓ come il Figlio che seguiamo,
✓ come lo Spirito che infiamma i nostri cuori con la carità.

Il mio più cordiale saluto a tutti, con l'augurio di un buon proseguimento!

P. PIETRO FIETTA CSCh - PREPOSITO G.
Roma, 16 Novembre 2016 — anniversario del Decreto di Eroicità delle Virtù dei Ven.li PP. Fondatori (1985)








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