"I giovani, la fede e il discernimento vocazionale" né "scarti" né protagonismo

"I giovani, la fede e il discernimento vocazionale" né "scarti" né protagonismo

Fino al 2018 anche per la nostra Congregazione sarà un biennio dedicato al dialogo con la gioventù.
28 Novembre 2016 - Di Fernando Riqueto



Archivio 3C.

Il prossimo Sinodo nel 2018 ha come tema: “I Giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Sinodo indica un punto di arrivo e un metodo, non significa nuovi regolamenti, nuove norme, nuove leggi, né una lista di buoni consigli da somministrare ai giovani. Sinodo è un metodo di “camminare insieme” con responsabilità: scrutare la realtà, ascoltare, confortare, intercedere, correggere, discernere. Fino al 2018 anche per la nostra Congregazione sarà un biennio dedicato al dialogo con la gioventù. Giovani e adulti sono “convocati” a riscoprire insieme i valori i valori della convivenza e della fede in Dio che guida la storia e in essa ci chiama a fare delle scelte e ci libera dalla paura: “La conseguenza di tutto questo è la pace intesa come armonia di tutti i rapporti, pienezza di tutti i beni, senza ombre e senza limiti; pace del cuore, pace personale, morale, psicologica, pace sociale e pace politica, pace ecologica nell’ambiente intorno all’uomo, pace cosmica” (Martini). Il Sinodo può essere l’occasione provvidenziale per affrontare serenamente la carenza di potere decisionale dei giovani e per farli partecipi e corresponsabili, soggetti responsabili e attivi, del discernimento. I giovani hanno bisogno di formazione intelligente e affettiva, per appassionarsi del Signore. Camminiamo nella notte ma la Parola di Dio è “lampada che brilla in un luogo oscuro”, la fiamma è tremula, debole, fragile, a rischio: basta un niente per spegnerla; una fiamma anche se piccola, vince la notte. Si avverano le parole del profeta Gioele: “I vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni…”. Visione indica una meta, un ideale, ciò a cui si ispira, un impegno, un programma.                                                

Il Signore non chiede a nessuno di risolvere tutte le difficoltà ma di ascoltare la sua voce e poi di fare delle scelte libere da condizionamenti distorti, valutare la realtà, farsi carico dei giovani con itinerari educativi concreti, aiutarli ad essere soggetti attivi, protagonisti dell’evangelizzazione e artefici del rinnovamento sociale. Essi percepiscono profondamente i valori della giustizia, della non violenza, della pace. Il loro cuore è aperto alla fraternità, all’amicizia, alla solidarietà. I consacrati non sono chiamati e inviati ai giovani per fare i protagonisti. Non perché sia disdicevole ma perché lo fanno in troppi. La loro missione è ascoltare, aiutare e pregare ed è più difficile. E lo sanno fare in pochi. Molto pochi. I consacrati non dovrebbero mai sedersi sui loro “successi” convinti delle loro certezze, ma dovrebbe vivere in costante conversione a Cristo, non ossessionati dalle norme ma in obbedienza allo Spirito. La loro colpa maggiore è far finta di niente di fronte alla “gioventù dispersa” che soffre e ha bisogno, perché un altro mondo non solo è possibile, ma necessario. 

Ci sono maestri che lo sono senza sapere di esserlo, che formano senza mai occupare cattedre di prestigio. P. Antonio e P. Marco Cavanis sono tra questi. Hanno saputo lavorare e ritirarsi con umiltà, giusto quando il loro tempo di servizio era terminato ed era iniziato il servizio di altri. Hanno combattuto la buona battaglia dell’educazione cristiana della gioventù in tempi difficili e di grandi cambiamenti nella società del loro tempo e hanno conservato la fede e la gioia. Sono anche oggi di esempio a quanti si lamentano della situazione in cui vive la maggioranza della gioventù, importunano Dio con le loro necessità, anche se sanno che il Signore sa quello di cui ciascuno ha bisogno, ancora prima che glielo chiediamo. Preferiscono lamentarsi all’obbediente silenzio e ascolto della presenza di Dio. “Solo Dio è buono”  era, per i Cavanis, la parola che poneva fine ad ogni agitazione e li spingeva a porre i giovani e le loro necessità sempre davanti alle loro personali sofferenze. La salvezza della gioventù è gratuita, dono del Padre, non dipende dalla nostra agitazione. Ma, oggi, per ascoltare la presenza del Signore, bisogna togliersi certi “auricolari” per ascoltare  la voce dei minori e dei giovani  che in molti Paesi, a causa della drammatica situazione mondiale delle migrazioni, sono tre volte indifesi perché minori, perché stranieri, perché inermi. 

“Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a casa il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo che lotta per un pezzo di pane, che muore per un si o per un no” (Primo Levi). Per “considerare” se tanti giovani disperati sono esseri umani è necessario mangiare il pane quotidiano del perdono del Signore per i nostri egoismi, la rinuncia a tutto ciò che chiamiamo “io” e una insurrezione di speranza. Lo Spirito Santo, come al tempo di Gesù e degli Apostoli, c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi, a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, seguirlo, di fronte alla crisi di indifferentismo della nostra epoca e la perdita del senso del trascendente. Per passare da una cultura dello scarto a una cultura dell’accoglienza, per far sì che gli “scartati”, uomini, donne, bambini e giovani, dopo essere stati scartati diventino protagonisti della loro vita e di quella di tante altre persone e siano “la pietra scartata dai costruttori” della società, è necessario seguire l’esempio di Gesù. Non abbiamo che oggi per amare e seguire il Signore, non siamo noi a farci immagine di Dio, ma è l’immagine di Dio, la forma di Cristo a prendere forma e immagine in noi (Gal 4,19).

P. Diego Spadotto CSCh

 




Copertina.






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