Non esistono argomenti poco interessanti, esistono persone poco interessate

Non esistono argomenti poco interessanti, esistono persone poco interessate

"I giovani, la fede e il discernimento vocazionale"


05 Dicembre 2016 alle 09h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3C

“I giovani e la fede” 

Anni fa, il Card. Martini, preparando a Milano il “Sinodo dei giovani” citava la frase di cui sopra di G.K Chesterton e per riflettere sulla situazione della gioventù e della pastorale giovanile, si era servito di due testi della Sacra Scrittura che sono come due “simboli”: il sogno di Giacobbe (Gen 28,12) e la pesca infruttuosa di Pietro e di alcuni discepoli che formavano la piccola comunità/chiesa (Gv 21). Nel primo passo, la gioventù è simbolizzata dal giovane Giacobbe che fugge di casa, perché ha sbagliato nei confronti del padre Isacco e del fratello Esaù. Isacco, in fin di vita, voleva dare la benedizione al primogenito Esaù ma Giacobbe con uno stratagemma e la complicità della madre Rebecca, riuscì a carpire la benedizione paterna. Esaù pieno di odio giura: “quando mio padre morirà, ucciderò mio fratello”.  Giacobbe aveva rubato per la seconda volta la primogenitura, ora ha paura, si lascia convincere dalla madre ad affrontare da solo un viaggio quasi impossibile. Non ha più nessuno che si interessa di lui. E Dio? Nel viaggio della vita a chi stanno veramente a cuore i giovani? Dio si interessa della gioventù. Là dove crediamo di essere privi di coordinate precise, c’è una coordinata assoluta nella nostra vita, che chiamiamo Provvidenza, mistero di Dio che vede e provvede. Anche nella notte buia di un uomo ramingo e fuggiasco c’è attenzione del cielo per lui. Là dove i giovani si sentono desolati, abbattuti, scoordinati c’è la Provvidenza a rimettere in sesto la loro esistenza, suscitando e inviando persone che si interessano di loro. 

Questa è una verità fondamentale del cristianesimo: Dio è amico e conosce il cuore dell’uomo. L’opposto di tale atteggiamento è il pensare l’esistenza come un destino cieco. La perdita del senso di Dio induce poi ogni degenerazione umana. Solo la fiducia nella Provvidenza impedisce alla paura di trasformarsi in ansietà e in perdita di interesse per la gioventù. Nel sogno, Giacobbe vede una scala che unisce cielo e terra e gli angeli di Dio che scendono e salgono per questa scala. “Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo”, fa la scoperta straordinaria di chi, anche se si sente solo, sta al centro delle coordinate di Dio. Reinterpreta tutta la sua vita, riaffiora il desiderio di trovare una soluzione e desidera continuare il viaggio. L’uomo è mosso dai desideri,  è una centrale produttiva di desideri. Sotto la cenere dell’indifferenza quali sono i desideri profondi della gioventù odierna? I giovani vivono il tempo in cui si fanno misura di tutto, non vedono le cose dall’alto, non vedono il tutto prima della parte, non partono dalla sorgente per capire il flusso dell’acqua. Hanno assoluto bisogno di acquisire convinzioni personali per essere significativi in  un mondo pluralistico, segnato da bufere di opinioni contrastanti, da strane e confuse correnti di pensiero. 

La conoscenza di Gesù li aiuterà a seguire il potenziale dei loro desideri di realizzazione personale e a maturare una forte coscienza della libertà e della dignità della persona umana, per contrastare i comportamenti complessi e ambigui e le inevitabili contraddizioni. Nella ricerca della felicità, la libertà deve fare i conti con fattori ad essa estranei, e i giovani imparano e mettere in programma anche l’attesa, la pazienza, l’insuccesso. Educare significa creare argini, non vuol dire porre dei freni. Le loro tentazioni sono quelle di fuggire dalle proprie responsabilità, la paura di decidersi, di guardare in faccia la realtà, di affrontare i problemi della vita e della società. Non basta dir loro cose su Gesù, bisogna aiutarli a entrare in contatto di vita con lui al proprio livello, secondo la propria cultura, rispettando il cammino di ciascuno, non dando mai nulla per scontato e senza quella presunzione di sapere già ciò che è perennemente avvolto nel mistero, nell’inquietudine della ricerca. Molti discorsi fatti ai giovani, nascono negli adulti dall’illusione di sapere tutto su Dio, sul mondo, come se si trattasse di applicare regole e dedurre conclusioni da principi; è necessario stare attenti a non cadere in un ritualismo rigido e freddo o in un attivismo verboso e distratto. 

“Il discernimento vocazionale” 

Il secondo simbolo riguarda la Chiesa e quanti, nella Chiesa, si dedicano all’educazione dei giovani (Gv 21). Gesù “si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse Simon Pietro: Io vado a pescare. Gli dissero gli altri: Veniamo anche noi con te. Allora uscirono e salirono sulla barca, ma in quella notte non presero nulla”. Gli apostoli sono in sette, come sette saranno i primi diaconi, non sono i dodici. Invece di deplorare che si è in pochi, meglio cominciare col poco che c’é. Nella pastorale giovanile é importante partire dal poco che c’è, senza fare il processo a quelli che non ci sono o al fatto che sono pochi quelli che si impegnano. Se i sette si fossero messi a fare il processo a quelli che non c’erano non si sarebbero mai mossi, e Gesù non si sarebbe mostrato loro. Non si erano resi conto che senza Gesù sono solo pescatori di pesci e non di uomini. Erano stati mandati a essere pescatori di uomini per tutto il mondo, e invece si rimettono a pescare, come se niente fosse stato. Spesso, in relazione ai giovani, molti educatori non si accorgono che senza Gesù “non prendono nemmeno pesci”. Non raggiungendo gli esiti desiderati, anziché rivelare amore di vita, luce di verità, comunione e misericordia, si produce tristezza e negativismo. Gesù, invece, ci salva dall’illusoria autosufficienza, dai desideri ambigui, dalle rinunciatarie disperazioni. 

Nel capitolo 21 del Vangelo, Giovanni presenta il Risorto come colui che prende possesso effettivo delle funzioni di essere “cuore del mondo”. Con i giovani, fare di Cristo il cuore del mondo “non è più “un  tu per tu” o  “un corpo a corpo” ma “un  cuore a cuore”. Gesù non è venuto ad esimerci dalla ricerca, ma a dirci in quale senso bisogna interessarsi dei giovani e cercare nuove modalità di evangelizzazione. Il Risorto chiede risposte di amore a Pietro, come a P. Antonio e P. Marco che si sono dedicati ai giovani con amore, fino alla morte, convinti che essa non separa le persone che si amano e sono in cammino verso la stessa Patria. Questa è la promessa del Dio che ci ha creati, ci volle fin dall’eternità e vuole che esistiamo per tutta l’eternità. L’amore  eterno che decise di chiamarci all’esistenza lo ha fatto per tutta l’eternità. Amare i giovani significa “edificarli”,  con una vita dedita a loro. Il verbo edificare  che sembra impopolare, significa interessamento, casa, famiglia, al cui centro ardono le fiamme di un braciere: “Dunque eccitare ed accendere sempre più una particolare tenerezza verso la gioventù, a ciò spinta dal gusto che si dà a Dio, che l’ama con affetto distinto e dal gran bene che si fa ad essa”. (P. Antonio A. Cavanis)

L’amore è la radice di ogni attività pastorale. Si può vivere senza questa radice? Il mondo dice di sì. Si sopravvive, ma si tratta di una sopravvivenza segnata da un’amara sterilità. Si può vivere senza radici ma non tanto bene, perché l’essere umano esiste per amore, è costituito da ciò che è stato prima di lui, da una storia e dai frutti buoni che è in grado di tramandare con amore, a quanti verranno. Quello che purtroppo stiamo diventando è proprio questo: esseri  sradicati, apparentemente forti ma fragilissimi, incapaci amare. Tutto si equivale potrebbe essere il motto del nostro tempo. La nostra società e spesso anche la pastorale della gioventù, è come un guscio vuoto di una chiocciola, bello nelle sue volute architettoniche ma vuoto della vita che lo aveva abitato. “E la natura non ama il vuoto”. Ciò che è vuoto di amore presto o tardi diventerà dimora di qualche altra creatura. Chi è venuto ad abitare nella nostra vuota società e nella nostra vita di educatori se essa non è abitata dall’amore? Se non si sceglie di amare la gioventù si viene scelti dal pessimismo, gli argini cedono, il fiume del disinteresse travolge ogni cosa e si affoga in un mare di chiacchiere. L’uomo che non di interessa degli altri, non regge alla fatica e alla responsabilità di essere il centro di tutto, muore intristito e chiuso nel suo attivismo egoista, senza amore.

P. Diego Spadotto CSCh
“I GIOVANI, LA FEDE E IL DISCERNIMENTO VOCAZIONALE”




Copertina.






Scrivi il tuo commento...