Una bella esperienza per riflettere sulla missione ( Da “Vidimus Dominum”)

Una bella esperienza per riflettere sulla missione ( Da “Vidimus Dominum”)

"I giovani, la fede e il discernimento vocazionale"


19 Dicembre 2016 alle 12h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto


3C.

“I vecchi missionari, che ho conosciuto quando ero giovane tanti anni fa, dicevano che ogni volta le partenze diventavano più difficili. Le loro partenze erano poche, la prima volta in genere quand’erano poco più che ventenni, poi una seconda e quando ce n’era una terza era già quasi certamente l’ultima. I viaggi duravano settimane e settimane, erano costosi ed estremamente disagiati. Da novizio mi venne affidato l’incarico di accompagnare a casa una suora che rientrava in patria dopo essere partita nel 1938. Era il 1964, e vidi quella suora ormai molto anziana scoppiare a piangere perché non riconosceva più neanche la strada e la casa in cui era cresciuta e dove ancora abitavano i suoi fratelli. Il torrente presso cui giocava da bambina era stato coperto da una grande strada asfaltata. Capii che i ritorni potevano essere ancor più dolorosi delle partenze.

Se chiedevi a questi missionari perché erano partiti ti parlavano di motivazioni che oggi ci fanno sorridere e ci sembrano semplicistiche e infantili – salvare le anime, battezzare e mandare in cielo anche solo una persona morente, portare la luce del Vangelo, curare i bambini malati – ma poi approfondendo ti accorgevi che la motivazione era la più autenticamente evangelica, l’amore per Dio e l’amore per il prossimo. Se avevi la pazienza di continuare ad ascoltare le loro interminabili storie capivi quanto fossero profondamente radicati in uno spirito di servizio e di sacrificio. Erano pronti a tutto, con semplicità, fino alla morte, per le persone alle quali erano stati mandati e con le quali erano entrati in comunione di vita.

Oggi si sono moltiplicate le partenze – nel senso che nella vita un missionario parte e rientra molte volte – e le motivazioni si sono fatte più sofisticate. Si parte e si rientra come minimo ogni tre anni, a volte anche più spesso. Tre mesi di vacanza, e poi via, quasi in incognito. Si è fortunati se le parrocchie e le diocesi di origine manifestano qualche interesse. Un missionario olandese mi diceva “Vengo da una famiglia numerosa, con otto figli, adesso i miei sette fratelli e sorelle hanno un totale sei figli. I nipoti sono solo tre. Nessuno più è un credente praticante, ma quel che è perfino peggio è che non c’è neanche il senso di essere una famiglia. Quando vado in vacanza mi sento un alieno”.

Secolarizzazione e globalizzazione, hanno annullato la dimensione geografica della missione. Le motivazioni sono elaborate in seminari, incontri e workshop con teologi d’avanguardia – ma il numero dei missionari Europei è in decrescita vertiginosa e alcuni istituti missionari, stanno per estinguersi. L’impegno dei pochi giovani missionari non è sufficiente a rivitalizzarli. Certo, non mancano anche oggi coloro che sono disposti a dare la vita, e la danno, come ci ricorda ogni anno l’elenco dei missionari uccisi nel corso della loro missione. Ma noi missionari crediamo ancora alla specificità della nostra vocazione?

La missione nuova, è una nuova sfida, una frontiera non fisica, che inizia nel cuore dello stesso missionario e si estende a tutto il mondo. E’ una visione della missione più autentica, basata sulla consapevolezza della necessità della propria conversione prima che di quella degli altri. Alcuni parlano di “missione liquida” in analogia al concetto di “società liquida” di Zygmunt Bauman. Secondo Baumann viviamo in una situazione di crisi delle comunità tradizionali: crollati i valori comunitari, mancando un punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità. La salvezza individuale viene identificata con l’apparire e il consumare. Emerge un individualismo sfrenato, dove non ci sono più compagni di strada, solo concorrenti e avversari da cui bisogna difendersi e sconfiggere. Se non appari, non esisti, se non consumi, non vali nulla. 

Essere missionari in questo contesto di liquidità disorienta molti. Invece di approfittare delle nuove opportunità ci si spaventa per i possibili rischi e ci si chiude sulla difensiva, nei propri castelli mentali. Le motivazioni alla missione hanno una coloritura sempre più personale, profonda. Cosi personali da diventare evanescenti, inafferrabili, a volte la persona stessa non riesce a spiegarle. Si rischia di perdere i punti di riferimento forti. In una liquidità che per sua natura livella, appiattisce tutto sul minimo comun denominatore, la missione diventa sempre più simile all’azione umanitaria di una ONG, come ha più volte notato papa Francesco.

Eppure questo momento è il momento in cui papa Francesco chiama la chiesa ad uscire, ad essere missionaria. A rimettere al centro del suo annuncio il Vangelo della misericordia, il Dio Padre misericordioso proclamato da Gesù. E’ una chiamata certamente capita e condivisa dai missionari ancora attivi. Le istituzioni però hanno più difficoltà che non le persone ad entrare nelle nuove logiche della missione. Le istituzioni  per loro natura tendono a difendere la stabilità, la conservazione, se non sono addirittura legate alla logica della gerarchia, del controllo, del potere. Fanno fatica a recepire la libertà, lo slancio, l’apertura, il rischio come valori. Un’istituzione, specialmente un’istituzione che si sente minacciata nella sua stessa sopravvivenza, nomina una commissione perché esamini tutte le opzioni possibili, e prima di fare un passo che sia anche solo potenzialmente rischioso si cautela con una sostanziosa assicurazione. In Europa gli istituti missionari fanno fatica a recepire gli stimoli di Francesco all’uscire dalla situazione di tranquilla continuità, di sicurezza, e mettere a disposizione persone e case per la missione anche qui nel continente.

E’ difficile declinare la tradizionale audacia missionaria nei nuovi contesti sociali o geopolitici. Non ci sono nuovi continenti da esplorare, le persone non raggiunte dal messaggio del Vangelo vivono in nazioni e città dove i compagni di scuola della nostra infanzia vanno per routine a fare affari o in vacanza, perché ormai sono in pensione. Le discriminazioni, le ingiustizie, le guerre di cui sono vittime appaiono cosi spesso sui nostri teleschermi da essere diventate banali e non attirano più la nostra attenzione. Forse siamo ancora capaci di metterci in viaggio, magari anche in una zona di guerra, per andare a portare conforto ad una comunità cristiana lontana e isolata. Ad affrontare fame, malattie, pericoli di ogni sorta. Eppure il richiamo dei missionari del Vangelo d’una volta non c’è più. Forse è meglio cosi, ma vorremmo meno eroi e più umili lavoratori al servizio del Vangelo. Il problema è che non abbiamo trovato nessun sostituto. La sparizione del richiamo missionario si è portata via anche la motivazione genuina. Andiamo ad annunciare il Signore Gesù, o a fare un lavoro puramente umanitario? Dove sono i nuovi areopaghi e le frontiere? La gioventù continua ad essere frontiera e periferia?”




Copertina.






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