"Non siamo al mondo per custodire un museo, ma per coltivare un giardino"

"Non siamo al mondo per custodire un museo, ma per coltivare un giardino"

"I giovani, la fede e il discernimento vocazionale"


29 Dicembre 2016 alle 13h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


Archivio.

“Non siamo al mondo per custodire un museo, ma per coltivare un giardino”, è stata la felice intuizione di San Giovanni XXIII. Ma il giardino dell’umanità è continuamente minacciato dall’uomo stesso, incaricato da Dio a “custodirlo”. Violenze contro il creato, segnalate nella Laudato si’ di Papa Francesco, violenze dell’uomo contro se stesso e gli altri uomini. É il complesso di Erode che uccide innocenti e indifesi e che in questi giorni sembra aver assunto nuovo vigore, seminando paura, sconforto e desideri di vendetta. L’istinto di Erode perde il pelo ma non il vizio. Si mimetizza conforme le circostanze e continua ad uccidere. Ciò che impressiona è che sono i giovani, a volte, gli adolescenti ad essere conquistati e fanatizzati al punto di uccidere altri giovani e altre persone indifese, moltiplicando episodi di guerra “a pezzetti”, come ha ripetuto Francesco anche nella GMG di Cracovia, invitando i giovani a non lasciarsi sedurre dalla violenza, a imparare a perdonare e a vincere il male con il bene. La fede cristiana non chiude, ma apre. Interroga e si interroga sulla realtà terrena. Se non vogliamo vivere di pensieri morti dobbiamo ringiovanirli continuamente. Anche quando le cose sembrano non cambiare, anche se tutto sembra continuare come prima, chi è fedele all’amore di Dio scruta l’orizzonte, fiuta l’aria, getta il seme affidandolo alla terra e il sogno di futuro è tutto dentro questa minuscola occasione che può fare della scintilla una luce. Le provocazioni del Papa ai giovani valgono anche per i consacrati: “La memoria di Dio non è un disco rigido”; “Il Vangelo sia il vostro navigatore”; “Installate una connessione stabile con Dio”; “Non rispondete a Gesù con un SMS”; “No al virus della tristezza”; “Dio conta su di te per ciò che sei”.
 

..."La fede cristiana non chiude, ma apre. Interroga e si interroga sulla realtà terrena"... 
Le provocazioni del Papa ai giovani valgono anche per i consacrati: “La memoria di Dio non è un disco rigido”; “Il Vangelo sia il vostro navigatore”; “Installate una connessione stabile con Dio”; “Non rispondete a Gesù con un SMS”; “No al virus della tristezza”; “Dio conta su di te per ciò che sei”.

 

Le imbarcazioni giovani non sono fatte per stare in porto. Chi accetta la sfida dell’educazione sa molto bene che: “Non è dal modo con cui uno parla di Dio, ma dal modo con cui parla delle cose terrestri che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio” (Simone Weil). I giovani sono molto di più di quello che si tenta di far loro credere. Quando si fa con il cuore la propria missione si incrocia Dio. Non lo si trova quando si fa soffrire qualcuno o lo si condannano i giovani classificandoli come irrecuperabili. Profanare il Nome di Dio é vedere le persone e il mondo in modo sbagliato e con occhi cattivi: “non importa tanto quello che vediamo, importa piuttosto il modo come vediamo” (Seneca). Ci sono occhi biologicamente perfetti, eppure incapaci di vedere l’azione della misericordia di Dio: “Guarda, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19). “La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso. Ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Mt 6, 22-23). Anche oggi Dio cerca un nuovo ingresso nel mondo: “Ecco sto alla porta e busso”, come un giorno ha bussato alla porta di Maria; ha bisogno della libertà umana, non c’è gioia senza libertà. Dio non forza ad aprire. Vincere forzando è sciocco. Convincere è divino. Chi convince, alla fine vince. Tutto questo i giovani lo sanno.

Solitamente più si invecchia e più si perde la vista. Alimentando la vita di  Vangelo più si invecchia in compagnia di Dio, più si impara a vederci meglio. A vedersi meglio. Compito dei genitori, degli educatori, delle istituzioni è insegnare ai giovani a vedere la realtà con l’occhio di Dio: “Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alla favole” (Tim 4, 3-4). La rivelazione dell’Incarnazione, Dio che si fa uomo e che dice “tutto quello che avete fatto a uno dei miei fratelli lo avete fatto a me”  è la sola vera rivoluzione nella storia dell’umanità. Non è la nave della Congregazione che è “vecchia” ma è la passione per il mare che è scomparsa, non è la fede cristiana che è fuori moda ma è scomparsa la passione per l’educazione ed è aumentata la paura del mare agitato.  

Si dice che si riconosce la terra dal sapore del suo pane. Si riconosce la Chiesa dal sapore del pane della misericordia. Si riconosce la fede cristiana dal “pane” che produce, dalle sementi che semina, dal pane che offre alle nuove generazioni attraverso l’educazione. Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento (C. Darwin), forse, le famiglie, le istituzioni, la Chiesa e il mondo dell’educazione non hanno saputo adattarsi al cambiamento e alle conseguenze della mobilità umana nel mondo intero, alla repentina evoluzione dei sistemi di comunicazione.




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