Vivere il cambiamento

Vivere il cambiamento

"I giovani, la fede e il discernimento vocazionale"


04 Gennaio 2017 alle 16h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di Fernando Riqueto


3C

“La carità educativa finirà solo quando finiranno le necessità e le sofferenze dei poveri e dei piccoli. Nella missione educativa invano aspetta un buon raccolto chi non semina nel tempo giusto. Non serve aspettare un cambiamento della società senza curare, come conviene, l’educazione della gioventù. Dico, come conviene, perché non basta fare qualsiasi cosa, questo lo si fa in molte parti; è necessario usare i mezzi più adatti per conseguire il fine”. Quando la scuola tornerà ad indicare ai ragazzi sempre obbiettivi nobili e alti per cui studiare. Una scuola che non lascia mai indietro nessuno. Purtroppo anche le scuole cattoliche seguono la moda delle scuole statali: indicano obbiettivi individualistici. I ragazzi hanno dentro di sé corde straordinarie: se gli educatori riescono  a farle vibrare i ragazzi si impegnano straordinariamente, se invece si toccano le corde sbagliate  mandano tutto e tutti al diavolo e si perdono. Tocca alla famiglia e alla scuola far vibrare le corde giuste, oggi poi che si sono moltiplicati i cattivi maestri: droga, violenza, uso sbagliato di media…La scuola deve insegnare a capire la realtà e se un ragazzo impara ad imparare rimane una persona aperta alla realtà.

Siamo chiamati al rinnovamento di atteggiamenti e di mentalità. l’attenzione alle dinamiche comunicative e alla corresponsabilità ci aiutano a cambiare. Rinnovare atteggiamenti e mentalità non è certo una cosa facile e non è lavoro di un giorno solo, tuttavia esso sembra fondamentale e non procrastinabile. Non viviamo solo in un’epoca in cambiamento, ma viviamo il cambiamento di un’epoca, indicando con questa affermazione che stiamo vivendo un cambio totale, globale, che interessa tutti gli aspetti della nostra vita. Un educatore che ha il compito di educare oggi persone per il domani della società e della Chiesa, ha bisogno di cogliere alcuni aspetti fondamentali del cambiamento, per non rischiare una azione educativa disincarnata, estranea alla realtà dei ragazzi e dei giovani. Persone, luoghi, strumenti, cioè gli elementi fondamentali che entrano nel servizio educativo sono profondamente interessati al cambiamento. Ma quale cambiamento? Questo raccontato da Esopo in una delle sue favole?

“La volpe e la cicogna decidono di scambiarsi degli inviti a cena. Prima è la volpe che invita la cicogna, facendole trovare la cena servita in un piatto largo, largo. Con la sua lingua larga e veloce la volpe spazza via ben presto tutto il contenuto, abbandonandosi anche a commenti entusiastici sulla bontà del cibo, mentre la cicogna con il suo becco lungo e aguzzo, resta appunto a becco asciutto. Quando è la volta della cicogna, essa prepara la cena in una bottiglia dal collo stretto e lungo. Come si può immaginare consuma da sola la cena, lasciando la volpe a digiuno” (Esopo). Il cambiamento non è buono di per se stesso, cioè solo perché cambia qualcosa, esso va misurato sui mezzi che chiede di mettere in atto e sul fine che vuole perseguire. Da qui consegue un’opera di discernimento che non è mai finita, un’attenzione al fine e ai mezzi, che pone l’educatore di fronte a delle domande, tipo: Che cosa produrrà questo cambiamento in me e negli altri? Sono capace di portare avanti tale cambiamento in tutte le sue ricadute educative? Una seconda attenzione è sapere distinguere tra cambiamento superficiale e cambiamento più sostanziale; cioè non tutti i cambiamenti sono uguali, hanno lo stesso valore. La sintesi chiama in causa “atteggiamenti e mentalità”, come luoghi primari del cambiamento, che toccano l’interiorità della persona, da cui nascono poi le azioni conseguenti.

L’educare è mettere in atto una serie di processi che hanno l’unica finalità della crescita della persona. Essi richiedono di essere “curati”, cioè pensati, valutati, realizzati nelle migliori condizioni possibili, migliorati se non adatti, abbandonati se dannosi. E’ da escludere una modalità rigida e legata al “sempre si è fatto così”, ma anche la sciatteria e la superficialità. Oggi si educa in comunione, nella condivisione dei progetti e delle loro attuazioni. L’educatore è chiamato a tenere un dialogo a tutto campo: guai a chiudersi in sicurezze che possono risultare solo delle autodifese rispetto al mondo che ci circonda. Il dialogo tra educatori è importante anche per un crescere insieme nello scambiarsi opinioni, visioni, il proprio mondo interiore a fronte del servizio educativo. Quindi il dialogo tra educatore e ragazzo-giovane: una comunicazione aperta, sincera, nella quale si è nello stesso tempo discepoli e maestri.

Sarebbe bello nei nostri incontri comunicare le buone pratiche, cioè la nostra esperienza, per abituarsi allo scambio e alla valutazione condivisa. E’ importante la teoria, ma una bella esperienza è teoria e pratica insieme. Sapere che è possibile attuare dei processi educativi nuovi è fonte di fiducia e di speranza. Una esperienza particolare non potrà essere ripetuta in altri contesti, ma essa può essere fonte di ispirazione e suggerimento per rinnovare quanto si sta facendo. Educare è entrare in relazione ed essa si realizza attraverso delle dinamiche che vanno sempre controllate e coscientizzate. Dinamiche che si verificano tra educatori, tra educatori e ragazzi, tra i ragazzi stessi. Esse sono messe in atto secondo un preciso disegno, ma anche si verificano per lo stare insieme, nella condivisione più o meno protratta dei tempi e degli spazi. Alle volte esse sono facilmente visibili, comprensibili, altre volte sono difficili da evidenziare ma esse condizionano le persone, magari limitandone la libertà e la spontaneità. Non tutte le dinamiche educativo-relazionali sono positive, tocca all’educatore mettere in atto delle dinamiche che siano condizione di relazioni buone, libere, sincere, maturanti le persone.

Siamo sempre più convinti che l’educazione è servizio che chiama in causa più agenzie: chiesa, famiglia, scuola, ragazzi, giovani, ecc. L’educare oggi ha come una delle sue prerogative fondamentali l’educare alla comunione attraverso esperienze di comunione. La corresponsabilità sta ad indicare che c’è comunione nel pensare, nel decidere, nel valutare; in definitiva nel crescere e nel far crescere. L’educazione del cuore non riguarda solo i ragazzi, riguarda prima di tutto gli educatori, perché educare è un cuore che parla ad un altro cuore (Sant’Agostino). Quasi a dire che atteggiamenti e mentalità nuove ci possono essere solo grazie ad un cuore nuovo, rinnovato, aperto al soffio dello Spirito.




Copertina.






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