Una commemorazione non deve essere necessariamente bella ma vera e credibile

Una commemorazione non deve essere necessariamente bella ma vera e credibile

“I GIOVANI, LA FEDE E IL DISCERNIMENTO VOCAZIONALE”
01 Febbraio 2017 - Di P. Diego Spadotto CSCh



3C.

Commemorare, fare memoria, ricordare, con varie modalità, è proprio dell’essere umano. Anche la Bibbia è una di queste modalità, sia per il popolo di Israele e che per i cristiani. In ogni popolo, avvenimenti lieti o tristi, tragedie o conquiste sono ricordate, a volte perché non si ripetano, altre volte come fonte di ispirazione per il futuro, come liberazione da sensi di colpa e richiesta di perdono o come gesti di gratitudine a Dio. Ci sono modi differenti di raccontare la Storia e di commemorare. Oltre a cosa” commemorare è giusto chiedersi come” commemorare. Nella Chiesa, le commemorazioni vissute sciorinando numeri e nomi, con toni trionfalistici e non con umile richiesta di perdono, sono state frutto di informazioni distanti dalla realtà dei fatti, legate perlopiù a populismi sensazionalisti che facevano uso di un linguaggio che non trasmetteva la verità dei fatti, ma cercava di coprire il male, prolungando così la sofferenza di tante persone. Nella vita religiosa, considerata “stato di perfezione” fino a poco tempo fa, si è fatto uso di questo sistema per “salvare” alcuni personaggi e nascondere il male. Già, San Giovanni Paolo II, aveva dato segnali chiari a riguardo del come vivere le commemorazioni. Prima di tutto chiedeva perdono a Dio e agli uomini con gesti concreti e toccanti ed evitava proclami altisonanti. 

Questo stile sobrio di commemorare continua con Papa Francesco. Usando un linguaggio nuovo e diretto, con saggezza e coraggio evangelico, rimuove da incarichi di prestigio quanti fanno il male o lo coprono “a fin di bene”. Certo, con questo comportamento la Chiesa perde dei così detti “fedeli”, ma guadagna in credibilità evangelica. Papa Francesco, con le sue scelte di semplicità, ha definito i limiti delle commemorazioni, chiedendo di esprimere le critiche con libertà e sincerità, chiedendo di risolvere i conflitti senza far uso di linguaggi ambigui,  denunciando le vanità e gli sfoggi autoreferenziali contrari alla povertà evangelica: “come vorrei una Chiesa povera per i poveri”. Gli Scolopi, nel Giubileo calasanziano, e i Superiori maggiori di altre congregazioni, hanno recepito la lezione e nelle commemorazioni preferiscono fare gesti di misericordia, dare segni concreti di pentimento e richieste di perdono, denunciare abusi con parole chiare  e coraggiose, fare inviti ai religiosi affinché, prendendo coscienza senza ingenuità, facciano un cammino di conversione che evidenzi quanto la loro vita consacrata si sia allontanata dal Vangelo. La società civile che molto spesso ha accusato la Chiesa, il Papa, i vescovi, i sacerdoti e i religiosi, di coprire gli abusi di tipo sessuale, economico, comportamentale, con montagne di “distinguo” e con atteggiamenti arroganti poco conformi a verità e giustizia, ora sembra ricredersi e approva questo cambiamento. 

La nostra Congregazione sta preparando la commemorazione dei 50 anni della sua presenza in Brasile nel 2018. Si commemorerà la vita e il carisma dei nostri santi Fondatori, P. Antonio e P. Marco Cavanis o si farà una enumerazione di costruzioni o la lista dei religiosi rimasti e di quelli che hanno lasciato? I religiosi saranno invitati a fare un serio esame di coscienza comunitario, per vedere come vivono in prima persona il carisma, e se è viva e amata la povertà evangelica, garanzia di futuro della Congregazione? I Fondatori, ci hanno insegnato la gioia della sobrietà evangelica, ringraziavano Dio per il dono della povertà come la loro “più grande ricchezza”, la loro “migliore maestra”. I poveri erano la terra santa della loro vita consacrata, il roveto ardente che non si consumava, li avevano sempre “con loro”, secondo la parola di Gesù. Nella Congregazione, l’attenzione ai poveri, alle famiglie, alla “povera gioventù dispersa”, non è mai mancata. Commemorare gli esempi di vita evangelicamente povera di virtuosi religiosi che ci hanno preceduto, non deve servire, quindi, per occultare le incoerenze del presente o per non rispondere alle richieste di autenticità, ma per stimolarci alla conversione e a una fedeltà maggiore nel costruire comunità religiose, vere Scuole di Carità. Oggi, più facilmente che in passato, si può cadere nel vuoto delle commemorazioni, perché nessuno interviene per contrastare la disinformazione  e le banalità che corrono sui media. Quello che si chiede a una commemorazione religiosa non è che sia bella, come se fosse uno show, ma che sia vera e credibile.

A conclusione dell’Anno Santo della Misericordia, Papa Francesco ha indetto la “Giornata dei poveri”, per ricordare che le Opere di misericordia devono continuare, per disturbare le “paci statiche e infruttuose”, la  “quiete sonnolenta” della Vita consacrata che pare rassegnata al declino, e per stimolare i religiosi ad arrivare a quel “si amavano tanto che non c’era più un povero tre di loro” (At 32-35). I religiosi, sembrano un popolo rapinato della memoria e della coscienza, non si é accorto che il tempo delle grandi rappresentazioni è finito, e che i giovani non vogliono saperne di spot e propaganda sulla vita consacrata, vogliono testimonianza ed esempi trasparenti di vita. Papa Francesco ha convocato il Sinodo 2018“I Giovani, la fede e il discernimento vocazionale” per recuperare la fiducia dei giovani nella vita consacrata battendo le vie della concretezza. Invita “i religiosi a scendere dai pulpiti, uscire allo scoperto, masticare la propria fede con il pane degli umili, dei poveri, per testimoniare il Vangelo e guarire il mondo malato di egoismo”. La Congregazione ha bisogno di religiosi autentici per formare dei veri religiosi, con il loro cuore accanto al cuore dei poveri e mostrare che è uguale ed é “ammalato di Cristo e guaribile solo nel Cristo”. La “Giornata dei poveri” non é una proposta di elemosina o di filantropia, ma un’opportunità provvidenziale per riscoprire le ragioni della nostra vita missionaria Cavanis, che scaturisce dalla sostanza della fede evangelica, della tradizione apostolica e della nostra Congregazione. 

Viviamo tempi “liquidi”, non ci si impressiona più di nulla, anche le commemorazioni più solenni evaporano presto in un clima di sfiducia e diffidenza. La nostra commemorazione deve essere “tempo opportuno” per ricucire la fiducia reciproca e nella vita consacrata: Signore, invia profeti alla nostra Congregazione, uomini di Dio dal cuore luminoso che la sorreggano nel cammino di conversione, in unità di intenti e di missione con il Superiore generale, uomini di grandi virtù che, nonostante i loro limiti, con il loro esempio mostrino che ancora è possibile essere cristiani e religiosi Cavanis. Il Preposito, nel suo ruolo profetico, ha la missione, affidatagli da Dio nelle Costituzioni, di vigilare con saggezza, di orientare il cammino della Congregazione, senza essere messo a tacere da sussulti di autonomismo; ha il compito di essere un profeta coraggioso che interviene con prontezza nel vissuto della vita religiosa a riguardo della povertà evangelica e della qualità e credibilità della formazione dei giovani religiosi. Non è chiamato ad agire secondo i gusti dei confratelli, né a comportarsi come il profeta Giona, e andare dove il Signore non lo invia. É chiamato a essere fedele al Vangelo di Cristo, che dona una gioia che nessuno può incatenare e libera da ogni sequestro di abitudine o gusto personale. Le strade sbagliate che si imboccano, anche nella Vita consacrata, non vengono dal nulla o dal caso, ma dalla volontà degli uomini. 

La commemorazione dei 50 anni di vita Cavanis in Brasile, é il “tempo opportuno” per chiedere perdono delle infedeltà e resistenze alla grazia, per le volte che abbiamo permesso che la mediocrità entrasse nella nostra vita; per le volte che abbiamo considerato fisiologici abusi che erano, invece, patologici; per le volte che abbiamo fatto scelte elettive che garantissero interessi personali e non il bene di tutta la Congregazione, e abbiamo preso decisioni discutibili e improvvisate, che presto si sono rivelate dannose; per le volte che, per disinformazione o scambio di favori, l’incompetenza è stata spacciata come spontaneità, l’aggressività verbale venduta come sincerità, l’arroganza presentata come coraggio; per quando, chi doveva parlare non ha parlato, chi vedeva ha fatto finta di non vedere e non sapere. Tutti e ciascuno siamo colpevoli.  Ora, con onestà e coerenza, anche chi ritiene di aver lavorato duro per pagare gli sbagli degli altri, invochiamo Misericordia e umilmente paghiamo il conto. Siamo membri di una Congregazione che è santa e peccatricesemper reformanda, é “accidentata” ma “in uscita”, il chiedere perdono “non è né lavanderia né sala di tortura, e non c’è santo senza passato, né peccatore senza futuro”.Ringraziamo il Signore per il bene che ci vuole e che fa alla Congregazione, e per il bene che, servendosi di noi come strumenti indegni e deboli, ha fatto e continua a fare nella chiesa del Brasile.




Copertina.






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