Cosa significa pastorale vocazionale della gioventù?

Cosa significa pastorale vocazionale della gioventù?

“I GIOVANI, LA FEDE E IL DISCERNIMENTO VOCAZIONALE”


13 Febbraio 2017 alle 10h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto


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Un limite presente in molte congregazioni, in particolare le piccole, è quello di essere articolate in fase progettuale come le grandi congregazioni e di essere manchevoli e superficiali quando si tratta di fare i bilanci consuntivi. Sono come delle piccole “imprese” che fanno grandi riunioni in sede preventiva, ma non si chiedono se, e fino a che punto, gli obbiettivi proposti siano stati raggiunti. Nel nostro caso, penso in particolare a ciò che riguarda la pastorale vocazionale e la pastorale dell’educazione cristiana della gioventù. La nostra storia recente è piena di “incompiute”, si é iniziato a “costruire la torre, ma non hanno avuto la forza di portarla a termine”. Alla fine, arriva puntuale la “nota spese” delle super programmazioni e degli obbiettivi non raggiunti. Non si parla solo di note economiche, ma di tanti problemi silenziati o marginalizzati e della mediocrità di contenuto di alcune realizzazioni, mai messe in discussione. Il problema è che, anche tra noi, si parla di crisi vocazionale solo quando esplode e non quando cova sotto la cenere. Manchiamo di sapienza nel prevedere e nel prevenire. Come comunità religiosa e educativa non ci siamo preparati ad affrontare i conflitti enormi e spinosi che ogni giorno si presentano. Ora, la sfida è quella di trovare  la via di soluzione su un piano superiore con prospettiva di sapienza evangelica.

La vita consacrata feconda è una vita piena di speranza e di fiducia nello Spirito Santo che dà vita e rinnova ogni cosa; è non riuscire a pensarsi mai fuori dello sguardo di Dio. Il peggior nemico della fecondità della vita consacrata è il “funzionalismo, la fecondità in provetta, artificiosa. Non crediamo di stare servendo la Chiesa se abbiamo dei bei piani apostolici, ma da scapoli o zitelle” (Papa Francesco). La speranza cristiana non è un “conforto spirituale” quando siamo immersi nelle crisi o una distrazione dalle preoccupazioni quotidiane. É una dinamica che libera da ogni determinismo, dall’inerzia di chi dice: non c’è più niente da fare, dal dispotismo utilitarista e del cinismo che lascia il campo libero all’amarezza. Si cammina come in un funerale, in corteo, per mettere una lapide su ogni tipo di ricerca di futuro, recitando una litania inesorabile di “è impossibile”. É chiaro, chi è vuoto dentro di speranza e fede, non trasmette pace, gioia, futuro, ma sospetto, non crea vincoli di solidarietà per cambiare le cose, insieme. 

Pastorale della gioventù vocazionale: senza aspettarsi chissà quali soluzioni miracolose dal Sinodo 2018, impariamo a conoscere  meglio i giovani che conosciamo, se ne conosciamo, quelli che hanno molte emozioni, ma pochi sentimenti, che fanno tante esperienze emotive, ma senza che tutto ciò incida sulla persona, la sua identità e vocazione. Sono giovani interessati alla proposta vocazionale, ma non al punto da giocarci la vita, e senza che questa si strutturi in sentimento, cioè in un modo stabile di affrontare la vita, in sapienza personale. “Vide e passò oltre”, è il rischio che corriamo ogni giorno, quando l’emozione non si traduce in azione corrispondente. Solo i sentimenti, un po’ alla volta, possono diventare compassione. L’emozione diventa sentimento attraverso azione e gesti, magari piccoli e inosservati. Nessuno nasce già compassionevole. “Chi ha poco amore vede pochi poveri” (P. Mazzolari). Donare la vita per un mondo più giusto, per la pace, per alleviare le sofferenze dei fratelli, per i poveri, per un popolo, è dare la vita per le opere della fede.  Nella pastorale della gioventù, si è ancora molto legati al mondo della scuola come “bunker” che protegge dagli errori “di fuori” , secondo espressioni caricaturali usate da Papa Francesco e che “riflettono in maniera sconfortante ciò che moltissimi giovani sperimentano quando escono dalle scuole cattoliche: un’insopportabile inadeguatezza tra ciò che è stato loro insegnato e il mondo dove tocca loro vivere”. 

Tutto questo accade perché si è più attenti alle questioni di “cassa” o alla facciata, che a cercare un qualche apporto per costruire una società più umana con vincoli personali e sociali meno egoisti. La scuola non consiste nelle pareti, nelle lavagne o nei computer: “sono le persone che fanno la scuola, giovani e insegnanti, i loro rapporti interpersonali, il clima di fiducia e serenità, i valori che si seminano e si coltivano, lo sforzo quotidiano per generare alcune certezze basilari nel mare del relativismo e del frammentario”. Anche in questo campo c’è da percorre la “via stretta” della paziente ricerca. “Nei primi anni si impara a 360 gradi, poi, pian piano si approfondisce un indirizzo, e infine ci si specializza. Ma se uno ha imparato a imparare – e questo è il segreto - imparare ad imparare! – questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà. Questo lo insegnava anche il grande educatore italiano, che era un prete: don Lorenzo Milani”. (Papa Francesco 10 maggio 2014 Incontro con la Scuola Italiana).

P. Diego Spadotto




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