Educare la mente e formare il cuore

Educare la mente e formare il cuore

"I giovani, la fede e il discernimento vocazionale"


20 Febbraio 2017 alle 11h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di Card. Gianfranco Ravasi


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«L’impronta iniziale che uno riceve dall’educazione (paideia) segna anche tutta la sua condotta successiva». Queste parole di Platone nel suo dialogo Repubblica (IV, 425b) possono essere assunte a emblema per la riflessione su un tema che è capitale nella missione di ogni educatore. Già nell’antichità classica si confrontavano due modelli, di per sé distinti ma non alternativi. C’era la scuola retorica che esaltava l’eloquenza, cioè la formazione nella comunicazione della verità e dei messaggi. D’altro lato, c’era la scuola filosofica che insisteva sulla necessità di una fondazione e di una formazione nei contenuti. Il primato va dato ai contenuti e alla loro selezione e verifica. Come ammonisce nei suoi Saggi il filosofo francese Montaigne, non basta arredare la testa di temi vari e di nozioni, fondamentale è «la tête bien faite plutôt que bien pleine» (I, 25). È fondamentale «travailler à bien penser», l’impegnarsi a pensare bene e correttamente come «principio della morale», come scrive Pascal nei suoi Pensieri (n. 347). È un monito rilevante in una società nella quale la civiltà informatica sta generando una sorta di deriva per la quale alla bulimia dei contenuti indiscriminatamente offerti, soprattutto ai giovani, “nativi digitali”, corrisponde una radicale anoressia di metodo, di educazione selettiva e quindi di capacità critica. 

Oggi, nell’orizzonte tematico dell’educazione vanno evidenziati dei percorsi chiari e possibili. Innanzitutto “uomo e donna insieme”, soggetto centrale di ogni educazione e formazione culturale. Il concetto di persona nel mondo ebraico-cristiano ha una particolare configurazione in due testi biblici che sono quasi l’incipit assoluto dell’antropologia cristiana e della stessa antropologia occidentale. Il primo testo proviene da Genesi 1,27: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò». Di solito questa frase è intesa all’interno della tradizione come dichiarazione implicita dell’esistenza dell’anima: l’immagine di Dio in noi è la spiritualità. Tutto ciò è, però, assente nel testo, anche perché l’antropologia biblica non ha particolare simpatia per la concezione anima/corpo separati, posti in tensione secondo il modo platonico, oppure uniti alla maniera aristotelica.

Qual è, allora, la caratteristica fondamentale che definisce l’uomo nella sua dignità più alta, “immagine di Dio”? La struttura tipica di questa frase, costruita secondo le norme della stilistica semitica, rivela un parallelismo progressivo: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina [è, questo, il parallelo di “immagine”] li creò». Ma Dio è forse sessuato? Nella concezione biblica la dea Paredra è sempre esclusa, in polemica con la cultura indigena cananea. L’essere maschio e femmina è la rappresentazione più alta della nostra dignità trascendente. La prima dimensione antropologica è “orizzontale”, cioè la grandezza della natura umana è situata nella relazione tra maschio e femmina. Si tratta di una relazione feconda che ci rende simili al Creatore perché, generando, l’umanità continua la creazione. La “relazione”, l’essere in società è strutturale per la persona. L’uomo non è una monade chiusa in sé stessa, ma è per eccellenza un “io ad extra”, una realtà aperta. Solo così egli raggiunge la sua piena dignità, divenendo l’“immagine di Dio”. Questa relazione è costituita dai due volti diversi e complementari dell’uomo e della donna che si incontrano.

Sempre restando nell’ambito del principio personalista, va sottolineata un’ulteriore dimensione, di indole più “verticale”«Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo». Ciò è tipico di tutte le cosmologie orientali ed è una forma simbolica per definire la materialità dell’uomo. Ma si aggiunge: «e soffiò nelle sue narici una nishmat hayyîm e l’uomo divenne un essere vivente» (2,7). Nishmat hayyîm, locuzione che nell’Antico Testamento ricorre 26 volte e è applicata solo a Dio e all’uomo, mai agli animali (rûah, lo spirito, l’anima, il respiro vitale per la Bibbia è, invece, presente anche negli animali).

Questa specifica categoria antropologica è spiegata da un passo del libro biblico dei Proverbi dal dettato originale semitico: la nishmat hayyîm nell’uomo è «una lampada del Signore, che illumina le camere oscure del ventre» (20,27). La metafora si può tradurre: «è una lampada del Signore: essa scruta dentro, fin nell’intimo». É la capacità dell’uomo di conoscersi, di avere una coscienza e perfino di entrare nell’inconscio, appunto nelle «camere oscure del ventre». Si tratta della rappresentazione dell’interiorità ultima, profonda, quella che la Bibbia in altri punti descrive simbolicamente coi “reni”. Dio insuffla in noi una qualità che solo egli ha e che noi condividiamo con lui e che possiamo definire come “autocoscienza”, ma anche “coscienza etica”. Nella stessa pagina biblica, l’uomo viene presentato solitario sotto «l’albero della conoscenza del bene e del male», un albero evidentemente metaforico, metafisico, etico, in quanto rappresentazione della morale.

L’uomo possiede una capacità trascendente che lo porta a essere unito “verticalmente” a Dio stesso e la capacità di penetrare in se stesso, di avere un’interiorità, un’intimità, una spiritualità. La duplice rappresentazione etico-religiosa cioè la relazione “orizzontale” e l’interiorità “verticale”, potrebbe essere delineata con un’immagine molto suggestiva del filosofo Ludwig Wittgenstein che, nella prefazione al Tractatus logico-philosophicus, illustrava lo scopo del suo lavoro con un simbolo. Egli affermava che era sua intenzione investigare i contorni di un’isola, ossia l’uomo circoscritto e limitato. Ma ciò che aveva scoperto alla fine erano state le frontiere dell’oceano. La parabola è chiara: se si cammina su un’isola e si guarda solo da una parte, verso la terra, si riesce a circoscriverla, a misurarla e a definirla. Ma se lo sguardo è più vasto e completo e si volge anche dall’altra parte, si scopre che su quella linea di confine battono anche le onde dell’oceano. In sostanza, come affermano le religioni, nell’umanità c’è un intreccio fra la finitudine limitata e un qualcosa di trascendente, comunque poi lo si voglia definire. L’educazione deve saper valorizzare entrambi questi aspetti.

Card. Gianfranco Ravasi




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