Papa Francesco alla Vita Consacrata: No alla psicologia della sopravvivenza

Papa Francesco alla Vita Consacrata: No alla psicologia della sopravvivenza

"I giovani, la fede e il discernimento vocazionale"


27 Febbraio 2017 alle 14h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3C.

Non esiste altro modo per entrare nel tempo del Signore che questo “oggi” ed essere padri di speranza non professionisti del sacro. Vincere «la tentazione della sopravvivenza» che inaridisce i cuori e li priva della capacità di sognare  fare «memoria di come sognarono i nostri anziani, i nostri padri e madri», e a riscoprire il «coraggio per portare avanti, profeticamente, questo sogno». Un atteggiamento, questo, che consente di mantenere «feconda» la scelta della consacrazione e di non mortificare «la creatività profetica» del carisma originario. Il rischio è quello di «diventare reazionari, paurosi», chiusi «nelle nostre case e nei nostri schemi», in cerca di «scorciatoie per sfuggire alle sfide che oggi bussano alle nostre porte». La «psicologia della sopravvivenza  toglie forza ai nostri carismi perché ci porta ad addomesticarli, a renderli “a portata di mano” ma privandoli di quella forza creativa che essi inaugurarono; fa sì che vogliamo proteggere spazi, edifici o strutture più che rendere possibili nuovi processi». Così i consacrati sono destinati a diventare semplici «professionisti del sacro, ma non padri e madri o fratelli della speranza che siamo stati chiamati a profetizzare. Questo clima di sopravvivenza inaridisce il cuore dei nostri anziani privandoli della capacità di sognare e, in tal modo, sterilizza la profezia che i più giovani sono chiamati ad annunciare e realizzare”. In poche parole, la tentazione della sopravvivenza trasforma in pericolo, in minaccia, in tragedia ciò che il Signore ci presenta come un’opportunità per la missione. Questo atteggiamento non è proprio soltanto della vita consacrata, ma in modo particolare siamo invitati a guardarci dal cadere in essa.

Ciò che ha suscitato il canto di lode in Simeone e Anna non è stato di certo il guardare a sé stessi, l’analizzare e rivedere la propria situazione personale. Non è stato il rimanere chiusi per paura che potesse capitare loro qualcosa di male. A suscitare il canto è stata la speranza, quella speranza che li sosteneva nell’anzianità. Quella speranza si è vista realizzata nell’incontro con Gesù. Quando Maria mette in braccio a Simeone il Figlio della Promessa, l’anziano incomincia a cantare, canta i suoi sogni. Quando mette Gesù in mezzo al suo popolo, questo trova la gioia. Sì, solo questo potrà restituirci la gioia e la speranza, solo questo ci salverà dal vivere in un atteggiamento di sopravvivenza. Solo questo renderà feconda la nostra vita e manterrà vivo il nostro cuore. Mettere Gesù là dove deve stare: in mezzo al suo popolo. La missione è quella che ci ricorda che siamo stati invitati ad essere lievito di questa massa concreta. Certamente potranno esserci “farine” migliori, ma il Signore ci ha invitato a lievitare qui e ora, con le sfide che ci si presentano. Non con atteggiamento difensivo, non mossi dalle nostre paure, ma con le mani all’aratro cercando di far crescere il grano tante volte seminato in mezzo alla zizzania. Mettere Gesù in mezzo al suo popolo significa avere un cuore contemplativo, capace di riconoscere come Dio cammina per le strade delle nostre città, dei nostri paesi. 

Mettere Gesù in mezzo al suo popolo significa farsi carico e voler aiutare a portare la croce dei nostri fratelli. È voler toccare le piaghe di Gesù nelle piaghe del mondo, che è ferito e brama e supplica di risuscitare. Metterci con Gesù in mezzo al suo popolo! Non come attivisti della fede, ma come uomini e donne che sono continuamente perdonati. Accompagniamo Gesù ad incontrarsi con il suo popolo, ad essere in mezzo al suo popolo, non nel lamento o nell’ansietà di chi si è dimenticato di profetizzare perché non si fa carico dei sogni dei suoi padri, ma nella lode e nella serenità; non nell’agitazione ma nella pazienza di chi confida nello Spirito, Signore dei sogni e della profezia. Uscire da se stessi per unirsi agli altri (Esort. ap. Evangelii gaudium, 87) non solo fa bene, ma trasforma la nostra vita e la nostra speranza in un canto di lode. Ma questo possiamo farlo solamente se facciamo nostri i sogni dei nostri anziani e li trasformiamo in profezia.  Siamo eredi dei nostri anziani che hanno avuto il coraggio di sognare; e, come loro, oggi vogliamo anche noi cantare: Dio non inganna, la speranza in Lui non delude. Dio viene incontro al suo popolo. E vogliamo cantare addentrandoci nella profezia di Gioele: «Effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3, 1). Ci fa bene accogliere il sogno dei nostri padri per poter profetizzare oggi e ritrovare nuovamente ciò che un giorno ha infiammato il nostro cuore”. 




Copertina.






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