Testarda speranza

Testarda speranza

“I GIOVANI, LA FEDE E IL DISCERNIMENTO VOCAZIONALE”


20 Marzo 2017 alle 12h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3C

Il luoghi umani dove si impara a prendersi cura degli altri sono la famiglia e le comunità educative, come la scuola. I genitori e gli educatori sono i “vasai” dell’educazione, il loro lavoro non è un semplice impegno etico, né volontariato a tempo perso, né un impegno utopistico, ma un’opera di amore  fino all’estremo, “amare fino a star male” (Teresa di Calcutta). Nel lavoro educativo: “quello che vedi non è tutto quello che c’è”, anche se, oggi, tutti credono di sapere “che cosa si sarebbe dovuto fare al posto di ciò che si è fatto”. Nella loro lunga vita di educatori, una delle fatiche maggiori di P. Antonio e P. Marco Cavanis, è stata quella di cercare i mezzi più adeguati ed efficaci per costruire, in unità di intenti, sul “lato sano” della vita di ogni ragazzo, con attenzione ai piccoli dettagli, come Gesù: “piccolo dettaglio è la pecora che si é smarrita, il vino che è venuto a mancare, la povera vedova che ha solo due monetine da offrire, l’olio di scorta per le lampade, informarsi di quanti pani hanno i discepoli, accendere un fuoco per cucinare il pesce aspettando i pescatori delusi, guarire le nostre piaghe e non le sue”. Nell’educazione Cavanis i piccoli dettagli fanno la differenza, in particolare per superare gli ostacoli:“Chi ha detto che tutto è perduto? Molti hanno offerto il loro cuore”, allora non tutto è perduto. Non affrontano le difficoltà con giri di parole, con mezze verità che sono peggio delle menzogne, come diceva P. Marco Cavanis.

Spesso, gli educatori, si sentono troppo deboli per affrontare le afflizioni che le famiglie e i ragazzi portano sulle spalle e le aspettative concentrate su di loro. Anche loro sono contagiati dalla crisi di fede, di valori e da una politica educativa che tenta solo di gestire le crisi e non a creare e fecondare la vita dei ragazzi. Gli ambienti educativi non sono uno “shopping”, nella società di mercato. Il lavoro educativo, specialmente nella scuola, è sottostimato, attaccato e spesso disprezzato,  ma resta uno degli esempi migliori di quello su cui bisogna scommettere per costruire una società giusta e solidale, dove la libertà non sia un pretesto per mancare alla giustizia, dove la legge non obblighi soltanto i poveri, dove tutti abbiano il loro posto con dignità. Gli educatori Cavanis, religiosi e laici, a causa della fatica, sono tentati dall’accidia, guardano a quanto c’è da fare, a quanto pochi sono e dicono, come gli apostoli “ma cos’è questo per tanta gente” (Gv 6,9). Sono contagiati più dal “teismo spray” che dalla “Carne del Signore”, sono bloccati, senza sapere come proseguire e senza orizzonti. Lo sconcerto e la paura  si impadroniscono, allora, della coscienza, la realtà appare chiusa, viene voglia di lasciare tutto. La memoria del cammino percorso per grazia di Dio, dalla Congregazione, è forza e fondamento di speranza per continuare a camminare.

Secondo Papa Francesco, in ogni ambiente educativo dove ci sono ragazzi in formazione ci deve essere da parte di tutti, ragazzi, insegnanti, animatori, una “testarda speranza”, per una crescita culturale, etica e spirituale. La “testarda speranza” è combattiva, ed è tale perché combattuta da forze negative e ingannatrici, dall’ignoranza e dalla mediocrità, che hanno il solo scopo di indurre all’evasione o al pessimismo. É un’aggressione, un agguato. La “testarda speranza” favorisce il dialogo creativo e contrasta ogni tipo di divisione; mantiene viva la certezza della fedeltà di Dio, anche se a volte rimane il dubbio e si cede alla tentazione di rimanere paralizzati. Un progetto educativo che non metta la “testarda speranza” in un posto prioritario, è soltanto “minestra riscaldata”. La solidità della “testarda speranza” é Gesù e la sapienza del Vangelo, che riguarda la conoscenza, i sentimenti e il comportamento. La sapienza del Vangelo “non occupa posto” ma apre spazi, non si esaurisce nella conoscenza ma fa gustare e assaporare la realtà. É un laboratorio dove si mette in pratica quello che si apprende, dove i giovani sperimentano quelle cose che permettono loro di svilupparsi appieno e portare avanti i loro progetti di vita, sapendo come “fare”, non soltanto in relazione alle finalità, ma anche ai mezzi per raggiungere queste finalità. 

Promuovere nei ragazzi la sapienza evangelica che implica conoscenza, valutazione pratica e un ideale di vita degno e possibile, è l’impegno degli educatori Cavanis. Gli educatori Cavanis non devono affatto formare un esercito egemonico di cristiani che conoscano tutte le risposte, ma devono essere il “luogo” dove vengono accolte tutte le proposte; dove si incoraggia la ricerca personale e non la si costruisce con muri di parole. La sfida è grande, richiede profondità e attenzione amorosa alla vita dei ragazzi. Se le “Scuole di Carità” non sono lo spazio dove si crea un’umanità diversa, dove si radica una sapienza diversa, dove si sviluppa una società diversa, dove trova posto la trascendenza, stiamo ritardando un contributo insostituibile a tempi migliori per tutti. Se in esse non è privilegiata la Carità al di sopra dei meccanismi del dominare e della rivalità, non si è Cavanis; se in esse, “l’eccellenza scolastica” non viene intesa come eccellenza nella Carità, si é lontani dalla volontà del Signore e dei Fondatori. Scuole di Carità,  è molto di più che insegnare ai ragazzi ad essere “buoni”, “generosi”, “solidali”, a fare raccolte beneficenti, a partecipare ad opere di pubblica utilità, ad appoggiare ONG e Onlus. É una mentalità nuova, una specie di “marchio di fabbrica”, un certificato di autenticità”.

La “testarda speranza” nella Congregazione delle Scuole di Carità mira a far sì che il lavoro educativo “dia frutto”, non si limita ad aspettarsi qualcosa di predeterminato, accontentandosi che i ragazzi si adeguino a un modello che si ritiene buono. La metafora della “produzione di risultati” appartiene all’ambito dell’industria, dell’efficacia seriale e calcolabile, dove l’uomo diventa robot. Speranza di frutto, frutti diversi l’uno dall’altro perché i ragazzi sono diversi e devono crescere liberi e responsabili, capaci di interrogarsi, decidersi, sbagliare, e continuare a camminare. L’efficienza nelle Scuole di Carità è la gratuità. L’efficienza come valore in sé, come criterio ultimo, non deve esistere in alcun modo nella vita religiosa. Quando, nell’ambito delle imprese, si pone l’accento sull’efficienza, è chiaro che si tratta di un mezzo per massimizzare i ricavi. Nelle Scuole di Carità si deve essere efficienti affinché il “ricavo” possa avvenire gratuitamente. Non ci si riferisce a tasse e contributi (magari riuscissimo a trovare la formula che consenta ai poveri più poveri di esercitare i loro diritti di cittadini scegliendo le scuole cattoliche perché anch’esse sono gratuite), ma piuttosto un atteggiamento di fondo che viene prima: la gratuità del Padre.




Copertina.






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