Istituto Cavanis 



"Non riducetevi a essere frasi fatte voi che siete poesie"

"Non riducetevi a essere frasi fatte voi che siete poesie"

“I GIOVANI, LA FEDE E IL DISCERNIMENTO VOCAZIONALE”


24 Aprile 2017 alle 12h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3C

In un graffito sulla gradinata di un Palasport, dove molti giovani sono soliti passare o sedersi per chiacchierare, c’è una scritta: “…non riducetevi a essere frasi fatte, voi che siete poesie”. I giovani sono poesie quando si impegnano per il bene comune, per la solidarietà, per la giustizia e la pace o quando non si schiavizzano alla rete, ma la usano per farsi voce e presenza di quanti non hanno voce e non contano niente come se non esistessero. Sono poesie quando dimostrano che felicità non significa una vita senza problemi ma che la vita felice viene dal superamento dei problemi con quella fantasia e creatività che loro propria, accentando le sfide della vita. Il grande sociologo Zygmunt Bauman, allerta a riguardo del pericolo di “perdere la capacità di conoscere il mondo offline, vivendo sempre online”. Questo i giovani lo sanno e fanno esperienza di come attraverso l’uso di internet veniamo riprogrammati senza percepire cosa succede e le sue conseguenze. Per ora, vivono un lungo processo di stordimento e cecità. Nello stesso tempo, spesso, sono essi che insegnano agli adulti l’uso degli strumenti informatici, contrariamente a quanto avveniva in passato quando erano gli adulti i possessori dell’esperienza e della conoscenza. 

Papa Francesco, citando l’insegnamento di San Benedetto, che nella sua regola stabilisce di consultare i giovani prima di ogni scelta importante, vuole sommare nei processi di discernimento delle prospettive vocazionali al prossimo Sinodo 2018, l’esperienza dei saggi e con la rapidità e le intuizioni dei giovani. Non sarà facile “connettere” gli uni con gli altri ma è possibile, se non si dimentica il vero e indispensabile link…la relazione con Dio. “Non è mai stato facile educare perché bisogna educarsi. Se educare significa tirare fuori, far emergere, scoprire nell’altro, allora possiamo comprendere che non possiamo pretendere quanto non facciamo con noi stessi, perché non è importante quello che diciamo ma quello che siamo. Il buon educatore direbbe con Gandhi: “non ho nessun messaggio da trasmettere: la mia vita è un messaggio”. Forse siamo in troppi a dimenticarlo questo avvertimento. Educare non è prima di tutto parlare, fare teatro, ma tacere per meglio vivere; non è esigere cambiamenti dagli altri ma cambiare se stessi: non è solamente morire per le grandi cause, ma un morire alla propria presunzione. “Più saremo liberi da pesanti ipoteche su noi stessi e meglio potremo educare; più saremo liberi dalla nostra arroganza, meglio sapremo amare; più sapremo amare, meno dovremo parlare”.

P. Marco Cavanis, ha vissuto in pienezza questo atteggiamento di umiltà. Pur non avendo la potenza dei social odierni, ha ugualmente fatto un vero apostolato della comunicazione e divulgazione delle problematiche giovanili del suo tempo. Ha portato a conoscenza di molti la gravità della situazione in cui si trovava l’infanzia e la gioventù; ha divulgato, senza invidie o gelosie, il bene che altri facevano alla gioventù, ha attribuito sempre alla Provvidenza di Dio, il bene che la piccola comunità Cavanis cercava di fare in Venezia. A lui, il Signore aveva affidato il compito umiliante di cercare aiuti, in persone e beni materiali, sperimentando quello che dice Dante “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui/ e come è duro calle lo scendere/ e ‘l salir per l’altrui scale”. Ha sofferto molto per le difficoltà di crescita numerica della Congregazione. Riferendosi ai capitoli 6 e 7 del libro dei Giudici e alla figura di Gedeone, scriveva:“Carissimi, stringiamoci sempre più uniti tra noi, perché questa è la forza della nostra Congregazione. Siamo pochi come i soldati di Gedeone? Non importa, quello che importa è rimanere uniti”. Cosciente della piccolezza e povertà della Congregazione, come Gedeone che con pochi e scelti combattenti ha vinto i Madianiti, anche P. Marco si affida al Signore e non si vanta “dicendo: la mia mano mi ha salvato” (7,2). L’educazione della gioventù non ha bisogno di tanti mezzi o di tante persone ma di fede, sapienza, umiltà, carità e, in più, “un grosso capitale che nessuna inflazione, nessuna rivoluzione potrà mai portar via: la Provvidenza”.




Copertina.






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