Istituto Cavanis 



Insegnare è "lasciare un segno" quasi un "graffiare il cuore"

Insegnare è "lasciare un segno" quasi un "graffiare il cuore"

"I giovani, la fede e il discernimento vocazionale" - Sinodo 2018


15 Maggio 2017 alle 08h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3C

A riguardo del prossimo Sinodo 2018 “I Giovani, la Fede e il Discernimento”, Il Papa si rivolge direttamente ai giovani, non parla di loro: “Nel Sinodo, ho voluto che foste voi al centro dell’attenzione perché vi porto nel cuore”. Sembra di sentire parlare i Fondatori Cavanis:  “Dunque eccitare ed accendere sempre più una particolare tenerezza verso la gioventù, a ciò spinta dal gusto che si dà a Dio, che l’ama con affetto distinto e del gran bene che si fa ad essa”. Continua Papa Francesco: “La Chiesa desidera mettersi in  ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori”. Presentando poi l’esempio di Abramo che lascia Ur di Caldea in cerca di una nuova terra scrive: “Qual’é per noi, oggi, questa terra nuova, se non una società più giusta e fraterna che voi desiderate profondamente e che volete costruire fino alle periferie del mondo”? Francesco non teme di proporre ai giovani grandi ideali, é’ il “magis”di Sant’Ignazio e dei gesuiti.

Nel Documento preparatorio al Sinodo 2018 il Papa afferma che gli insegnanti, il loro ruolo e le loro responsabilità risultano fondamentali nei confronti della gioventù, in un momento tutto particolare della storia dell’umanità e gli stimoli effimeri per i giovani aumentano. Gli educatori devono appropriarsi della loro funzione originaria, ontologica: non solo quella di essere “formatori formati”, ma anche quella difettosa e rischiosa che “propone ai ragazzi modi di vedere, di sentire e di agire a cui non sarebbero pervenuti spontaneamente. Insegnare è “lasciare un segno”, quasi un “graffiare il cuore”. Qualcosa che rimane inciso nella loro mente  e si riflette sulle loro azioni. Non sono i social a creare il deserto nell’anima dei giovani, ma siamo noi adulti con i nostri vuoti e le nostre ambiguità. Per saper usare per il bene i social l’unica flebile speranza rimane, ancora una volta, quella educativa. Buttare la croce addosso a genitori, educatori, ecc. è un’operazione sbagliata perché deresponsabilizza tutti gli altri adulti che contribuiscono a generare e creare il disagio, salvo poi chiedere ad altri di risolverlo o arginarlo. 

Questi adulti non hanno a cuore i giovani hanno a cuore solo il proprio portafoglio. In questa lotta non ci si deve arrendere mai. Sperare sempre, di solito è l’ultima chiave del mazzo che apre la porta; accettare le sfide. Se un pazzo alla guida di una auto travolge un passante, il compito di ogni educatore non è solo quello di curare il ferito, ma anche di fermare il pazzo. Rinnova il tuo ardore di educatore di catechista affinché non ti abitui mai ai volti di tanti bambini, che non conoscono Gesù, ai volti di tanti giovani che vagano senza senso per la vita, ai volti di tanti emarginati e di tante famiglie che si perdono nella tristezza delle divisioni. L’aver proposto la morale cristiana nella prospettiva del precetto, del comandamento, forse spiega in parte come mai l’uomo contemporaneo sia caduto in una grave tentazione: l’uomo vuol essere lui stesso a decidere ciò che è buono e ciò che è cattivo. È la prima tentazione nel paradiso terrestre. Lo sguardo dell’educatore/seminatore deve essere sguardo fiducioso, incoraggiante. Il seminatore non va ogni giorno a curiosare nel campo seminato. Sa che, sia che dorma, sia che resti sveglio, le sementi cresceranno da sole. Il suo deve essere uno sguardo pieno di speranza, senza tante lamentele quando vede crescere anche la zizzania. Deve essere uno sguardo amoroso che conosce la fecondità della Carità gratuita. Del resto anche il Documento preparatorio del Sinodo che papa Francesco ha voluto sui giovani indica il «servizio generoso» come uno dei «luoghi» privilegiati della pastorale giovanile: «L’incontro con persone che sperimentano povertà ed esclusione può essere un’occasione favorevole di crescita spirituale e di discernimento vocazionale: anche da questo punto di vista i poveri sono maestri, anzi portatori della buona notizia che la fragilità è il luogo in cui si fa esperienza della salvezza». 




Copertina.






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