Il testamento spirituale di Gesù e il dono del discernimento

Il testamento spirituale di Gesù e il dono del discernimento

"I giovani, la fede e il discernimento vocazionale"


12 Giugno 2017 alle 14h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


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Il cristianesimo è la religione dei martiri ma non la religione del vittimismo. E la religione dell’Amore di Dio, testimoniato da Gesù con l’amore maggiore: dare la vita. “Dall’amore nessuno fugge”, dice un detto popolare. Nemmeno Gesù, incarnandosi, ha voluto fuggire, ma si è fatto in tutto uguale all’uomo nella carne, quella che Giovanni chiama sarx, l’esistenza umana nella sua fragilità, “ e il Verbo si fece carne”, e  anche, secondo Paolo, arrivando alla radice del male che si è annidato nel cuore umano e caricandosi la condizione di peccato dell’umanità, superando la legge che di per sé è santa, perché data dal Signore, ma l’uso che l’uomo ne fa  lo porta alla sua degenerazione. La grazia, amore gratuito di Gesù, riscatta l’uomo dalla miseria della carne, del peccato e della legge, se l’uomo la accoglie con fede filiale nello Spirito che lo giustifica e lo santifica. La risposta filiale dell’uomo all’amore di Dio è preghiera: “Non so come ti prega mio padre, né mio fratello, né mio zio; non so nemmeno come ti pregava tua madre, Maria…Non so come ti pregano le stelle e i rami di corallo in fondo al mare, né quei cuscini di muschio che fioriscono in alto, sulle rocce. Non so come ti prega il gatto e il topo, e la pulce nel pelo del topo. In fondo, Signore, non so nemmeno come prego io. So come preghi Tu: come mormori piano, in fondo al cuore; ed io sto appena ad ascoltare” (A. Zarri). Allora “Lo Spirito con gemiti inesprimibili grida: Abbà, Padre.

Il Signore chiede non tanto di essere amato, ma di lasciarsi amare, di accettare l’amore che dal Padre, attraverso di lui, scende su di noi. Chiede di amarlo lasciando a lui l’iniziativa, chiede di accogliere il suo dono. Divenire amici e testimoni di Gesù che ci attrae a sé, è il fine della nostra vita. Il suo servire e non il potere è il suo compito divino. La “lavanda dei piedi”, che prima della cena ha un significato, durante il pasto come fa Gesù, è una provocazione, crea scandalo e disagio come la Croce. Essa é un invito a cambiare mentalità. Gesù si abbassa per lavare i piedi e per questo sarà innalzato sulla croce. Depone le vesti per rivestirsi della funzione dello schiavo. É pericoloso, come vorrebbe Pietro, non lasciarsi “lavare” da lui, il suo esempio è da imitare: “come ho fatto io fate anche voi”. É rischioso non accettare la “sua” pace, non tanto quella nel senso ebraico che è il complesso dei beni messianici, pienezza di vita, gioia, comunione tra Dio e il suo popolo ma quella che Gesù dona. La sua pace, quella che, nonostante l’angoscia e la gravità dell’ora in cui la dona ai discepoli, è frutto della sua unità piena alla volontà del Padre. 

L’immagine della vite, della vigna, è uno dei simboli per indicare il popolo eletto. In Giovanni, la vite è Gesù, “io sono la vite, voi i tralci”. Il cammino difficile di unità e fraternità nella comunità è legato al fatto che le diversità, pur legittime, si sono trasformate in posizioni assolutizzate, punti irrinunciabili, affermazioni di identità personale e nazionale. Il cristiano è il testimone della croce, sia con l’amore che porta ai fratelli, sia con l’odio che subisce dal mondo. L’odio del mondo è inseparabile dalla sua condizione di discepolo. La tentazione del discepolo sta nel concepire il tempo presente come un tempo povero, un tempo che non è più quello degli inizi e nemmeno quello della pienezza. E’ il tempo della croce di Cristo e della presenza dello Spirito, della “buona battaglia” per conservare la fede, della testimonianza fino al martirio, del resistere alle fascinanti seduzioni del mondo e alle sue proposte di successo e grandezza, cadendo nell’equivoco di cercare il potere con la scusa di utilizzarlo per la gloria di Dio. E’ il tempo della denuncia delle contraddizioni che sono presenti anche in seno alla Chiesa, della megalomania delle opere che porta a pensarle eterne, mentre di esse non rimarrà pietra su pietra, della difficoltà a cambiare con la velocità che i tempi richiedono partendo sempre da zero, perché I “poveri” li avremo sempre con noi.




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