Lacrime di tristezza e di gioia nella missione

Lacrime di tristezza e di gioia nella missione

"I giovani, la fede e il discernimento vocazionale"


12 Luglio 2017 alle 04h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3C

L’Evangelii Gaudium di Papa Francesco è uno dei più straordinari documenti della Chiesa degli ultimi decenni. Ha fatto tirare sospiri di sollievo e gratitudine a tutti i missionari. In esso, Francesco fa coincidere il compito della missione con quello pastorale: la missione è lo stesso compito missionario vissuto a livello pastorale ovunque nel mondo. La missione è possibile, ma fosse pure impossibile, essa è necessaria perché appartiene alla natura del cristiano. La testimonianza che il credente deve al Vangelo, per il suo stesso battesimo, ha una natura spiccatamente missionaria. Il problema è capire cosa vuol dire oggi onorare questo compito cristiano di non possedere la fede come un capitale privato da consumare come sostanza spirituale, ma onorare la destinazione universale dell’annuncio evangelico. Non esiste un solo modello missionario, ne esistono vari. Il libro degli Atti degli Apostoli è inteso come l’immagine più immediata di missione: alcuni vanno. Da un luogo originario, in cui in qualche maniera la fede è vissuta, il patrimonio di vita cristiana viene consegnato in altre aree geografiche. L’invenzione della parrocchia è del IV sec dopo Cristo, quando la Chiesa si accorge che non può rimanere solo in città, in un luogo protetto, mentre gli abitanti delle campagne non ricevono i segni del Vangelo. Allora, i collaboratori dei vescovi vanno ad incontrare le popolazioni delle campagne…le periferie, le situazioni di conflitto e di marginalità.

Così Papa Francesco nella Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo: "Vergogna per tutte le immagini di devastazioni, di distruzioni e di naufragio che sono diventate ordinarie nella nostra vita. Vergogna per il sangue innocente che quotidianamente viene versato di donne, di bambini, di immigrati e di persone perseguitate per il colore della loro pelle oppure per la loro appartenenza etnica e sociale e per la loro fede in Te. Vergogna per il nostro silenzio dinanzi alle ingiustizie; per le nostre mani pigre nel dare e avide nello strappare e nel conquistare; per la nostra voce squillante nel difendere i nostri interessi e timida nel parlare di quelle dell'altrui; per i nostri piedi veloci sulla via del male e paralizzati su quella del bene. Vergogna per tutte le volte che noi Vescovi, Sacerdoti, consacrati e consacrate abbiamo scandalizzato e ferito il tuo corpo, la Chiesa e abbiamo dimenticato il nostro primo amore, il primo entusiasmo e la nostra totale disponibilità, lasciando arrugginire il cuore e la consacrazione". Ma oltre che di vergogna, la preghiera del papa a Cristo parla di missione urgente di ogni cristiano perché il Signore non ci tratta secondo i nostri meriti ma unicamente secondo l'abbondanza della tua Misericordia, il suo cuore, materno e paterno, non ci dimentica per la durezza delle nostre viscere", ma rinnova la sua fiducia nei nostri confronti e ci invia “ai fratelli stroncati dalla violenza, dall'indifferenza e dalla guerra, spezzando le catene che ci tengono prigionieri nel nostro egoismo, nella nostra cecità volontaria e nella vanità dei nostri calcoli mondani".

La missione è l’insieme delle Opere di Misericordia, è la “teologia delle lacrime” è il pianto che Gesù affida alle figlie di Gerusalemme come opera di compassione. Il pianto delle donne scende silenziosamente sulle loro guance, più spesso in modo invisibile, nel loro cuore, come le lacrime di sangue di cui parla Caterina da Siena. Non che le lacrime spettino alle donne, come se la loro sorte fosse quella di piangere passive e impotenti, dentro una storia che gli uomini, da soli, sarebbero tenuti a scrivere. I loro pianti sono anche quelli che esse raccolgono, lontano da ogni sguardo e da ogni celebrazione, in un mondo in cui c’è molto da piangere: “pianto dei bambini terrorizzati, dei feriti nei campi di battaglia che invocano una madre, pianto solitario dei malati e dei morenti sulla soglia dell’ignoto”. Ci sono lacrime da consolare sul volto di Dio, quando piange sulla miseria dei suoi figli. Nel pianto di Rachele sui suoi figli che non sono più, risuona, a singhiozzi, la profezia del dolore che Simeone annuncerà a Maria (cfr Mt 2, 16-18).

“Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!», Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé” (19, 25-27). Maria, anche lei, è giunta al termine del cammino nel pianto. La lama che trafigge il fianco del Figlio trafigge anche il cuore di lei. Nel buio, ma con certezza, sa che Gesù è la promessa e il suo compimento. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea piangono e osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Colui che avevano accompagnato, camminando tenaci e premurose sulle strade di Galilea, costui non c’è più. Solitudine e silenzio, nel raccoglimento del cuore e della memoria velata di lacrime. Preparando anche i profumi e gli aromi con cui esse renderanno il loro ultimo omaggio al suo corpo, domani, di buon mattino. Ma, con quel gesto, si preparano soltanto a imbalsamare la loro speranza o inizia la loro missione, quella di portare il lieto annuncio della Resurrezione agli Apostoli?

 




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