La presenza del Padre Nostro

La presenza del Padre Nostro

"I giovani, la fede e il discernimento vocazionale"


07 Agosto 2017 alle 06h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3C

Gesù si è fatto uomo per rivelarci e raccontarci del Padre, e aprirci la strada per andare a Lui. In questo cammino con Gesù, verso il Padre, diventiamo cristiani. La nostra esperienza spirituale, pertanto, non può essere un affastellarsi di cose e di idee, di programmi, senza saper come camminare con Gesù che ci precede. Non può essere nemmeno un non ascoltare noi stessi, fino in fondo. Sarebbe sprecare una preziosa occasione di accedere a quelle profondità che restituiscono un senso all’esistenza. Il peggio, quindi, che ci possa accadere è non seguire chi ci conduce al Padre e passare nella vita e guardare senza vedere, udire senza ascoltare, percepire e accogliere. Non sono le privazioni, le contrarietà e le lotte che ci possono rubare il sapore della vera vita. Ce lo ricorda Etty Hillesum da un campo di sterminio nazista: “Mio Dio, questa epoca è troppo dura per gente fragile come me.  Ma so che allo stesso tempo che, dopo questo tempo ne verrà un altro. Vorrei tanto continuare a vivere per poter trasmettere in questa nuova epoca della storia tutta l’umanità che serbo dentro di me, nonostante tutto ciò con cui quotidianamente convivo.  Ed è ancora questa l’unica cosa che possiamo fare per preparare la nuova stagione: prepararla dentro di noi. E in un certo senso, sto già sperimentando dentro di me la leggerezza, assolutamente senza alcuna amarezza, e sento forze di amore enormi in me. Vorrei tanto poter continuare a vivere per aiutare a preparare il nuovo tempo che certamente verrà – non lo sento forse già crescere in me, tutti i giorni?”

Gesù con la sua vita mostra che non esiste esperienza cristiana di preghiera senza la scoperta del Padre: “non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito di figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo Abbà, Padre. Lo Spirito stesso, insieme al nostro Spirito, attesta che siamo figli di Dio” (Rom 8, 15-16). Il linguaggio umano è una conseguenza meravigliosa della necessità di relazione. La preghiera è un tentativo fragile ma necessario di relazione con Dio. É la lingua madre dell’uomo che cerca qualcuno con cui entrare in relazione, cerca il “padre”. Forse dobbiamo cominciare a imparare a disimparare i labirinti di un certo tipo di linguaggio, le emozioni superficiali, i modelli di preghiera che soffocano. Il grande cambiamento introdotto da Gesù con il Padre Nostro è quello di considerare Dio dal di dentro della filiazione, siamo figli nel Figlio, per cui “chi vede me vede il Padre…io sono nel Padre e il Padre è in me”. La nostra preghiera non è altro che la necessità assoluta di sentire la mano forte del Padre, capace di accoglierci così come siamo, dentro il suo silenzio; è il desiderio di sentire che la sua tenerezza sfiora lievemente ciò che è precipitoso, incerto e le nostre rotte quotidiane; non è altro il riconoscere che lui, essendoci, riceve questa specie di fame e di desiderio che noi siamo.

Amami come sei, dice il Padre, se aspetti di diventare perfetto per amarmi non mi amerai mai. E’ disastrosa l’idea che si è diffusa nella visione corrente dell’esistenza cristiana, secondo la quale quando pecchiamo Dio si allontana da noi. Quando pecchiamo Dio si getta al nostro collo e ripete: amami come sei. Siamo carenti di santificazione: “Ciò che rende bello il deserto è che nasconde, da qualche parte, un pozzo” (Saint-Exupéry). Il rischio più grande che corriamo è quello di lasciarsi affondare in una vita non autentica, una vita che non è vita, fatta di immagini e apparenze, dove ciò che conta è l’illusione che è necessario salvare a tutti i costi. Molta gente sembra interessata a salvare le apparenze e non se stessa. E’ il trionfo dello spettacolo. Significa lasciare l’intero contesto sociale e culturale che ha contribuito alla nostra edificazione, significa uscire dalla propria terra. Il grande ostacolo a una vita nel Padre Nostro non sono le fragilità e la debolezza, ma la durezza e la rigidità. Michelangelo diceva che le sue sculture nascevano non da un processo di invenzione, ma di liberazione. Il perdono non è scusare, non è dimenticare, non è farsi giustizia, non è un’affermazione di superiorità o di innocenza, il perdono è amare, solo l’amore cura.




Copertina.






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