Piccole lampade dello stesso lampadario

Piccole lampade dello stesso lampadario

"I giovani, la fede e il discernimento vocazionale"


28 Agosto 2017 alle 06h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3C

I discepoli di Gesù sono come piccole lampade di uno stesso lampadario. Ricevono la luce da Gesù che le trasforma in lampade per illuminare “tutta la casa”. Anche la Congregazione è come un “lampadario”, riceve la luce da Colui che ha detto “Io sono la luce”, la distribuisce a tante piccole lampadine. Alcune continuano a dare luce, nonostante siano molto vecchie, altre sono state sostituite, diverse danno poca luce, altre sono “bruciate” ma sono ancora sul lampadario. Ci sono lampadine maggiori che danno più luce. Nella metafora, le luci maggiori che continuano a dare luce a “tutta la casa”, sono i santi Fondatori, P. Antonio e P. Marco Cavanis e il P. Basilio Martinelli. Spesso ci chiediamo perché la Chiesa non riconosce la loro santità e la luce che continuano a dare? Evidentemente il problema non sta né dalla parte della Chiesa, né dalla loro parte, ma sta nelle lampadine “bruciate” e in quelle che emettono ben poca luce. Questa presa di coscienza è la condizione indispensabile per dar vita a un vero legame con Gesù, Luce del mondo, per continuare a dare luce di santità e per rendere sempre più credibile la nostra personale vita religiosa, per dedicarci con amore i giovani, aiutandoli con l’esempio di una vita santa a diventare uomini e donne capaci di infinito, con coscienza critica, assetati di giustizia e fraternità. Si dice che “per educare un bambino occorre un villaggio”, anche per formare nuovi religiosi è necessaria la testimonianza di un insieme di religiosi che siano “lampade accese”.

Spesso, ripetiamo meccanicamente: “essi hanno dato l’esempio eroico di rinunciare a una carriera onorata e al benessere, per abbracciare gioiosamente la povertà e arricchire ogni giovane della scienza e dell’amore di Cristo”; oppure: P. Basilio “amò soffrire nel silenzio, come vittima di amore per le anime bisognose della Misericordia di Dio”; ma se non li imitiamo concretamente, è un auto inganno. Il  Signore non attende le nostre formule/preghiera per la loro beatificazione, ma guarda se imitiamo la loro vita povera e con i poveri, la passione per l’educazione della gioventù, la coerenza di vita sacerdotale. I nostri santi si sono fatti poveri e sono vissuti poveri come i poveri, non hanno riempito la “casetta” di comodità mondane, non hanno fatto sfoggio di lusso e di mezzi di potere. Si affretta la loro beatificazione “liberandoci da ogni mondanità”, per seguire Gesù come suoi discepoli, imitando la vita dei nostri santi; mettendo in pratica la Parola di Dio, ma non come “Erode che ascoltava volentieri Giovanni Battista” e non metteva in pratica quanto Giovanni Battista insegnava. E nemmeno come il profeta Giona che realizzò malvolentieri la missione che Dio gli aveva affidato, senza coraggio e creatività. Dietro un comportamento ipocrita c’è un cuore malato, sclerotizzato che non permette allo Spirito di entrare, ci sono persone che soffrono di vittimismo, “hanno lauree in tristezza, dottorati in sensi di colpa e medaglie in lamentazioni e non la gioia del Vangelo”.

Il linguaggio che trasmette santità non è fatto di parole ma di esempi di vita coerente. Se vogliamo comunicare la santità dei nostri Fondatori, meno parole, meno “preghiere”, più esempi di vita santa da parte di ogni religioso nella comunità dove vive e lavora. Gli organizzatori del prossimo Sinodo 2018 “I Giovani, la Fede, il Discernimento vocazionale”, sono coscienti che la Chiesa ha sempre parlato ai giovani con un linguaggio astratto, istituzionale, come un medico che con i suoi pazienti usa una terminologia specialistica. Ora, attraverso il sito sinodogiovani2018.va che inizierà il 1° marzo, chiedono ai giovani di comunicare, con libertà e intelligenza, la loro realtà con il loro linguaggio, cercando di far comprendere che la loro vita e quella della comunità è nelle loro mani. Gesù, e un ragazzo con “cinque pani e due pesci”, hanno smascherato la poca fede degli Apostoli e mostrato che con il poco di ciascuno e un po’ di organizzazione “fateli sedere…a gruppi di cinquanta e cento” (Mc 6,40), la creatività fa miracoli. In questo tempo, anche nella Congregazione, ci sono dei Giona, profeti paurosi e fuggitivi, ma non saranno loro che salveranno la vita religiosa. Essa sarà salvata dal Signore, dai poveri, dai ragazzi, cercati e amati secondo il carisma Cavanis e da religiosi che con la loro vita umile sono presenza viva dei Fondatori, sono lampade accese e hanno piccole riserve di olio e testimoniano che i giovani “sono nel Signore, il sigillo del nostro apostolato” (cfr 1Cor 9,2).

Nel Sinodo 2018 si affronterà il tema della realtà giovanile e del suo futuro, gesto d’amore che presenta la fede cristiana come forza di libertà e vincolo sociale inclusivo, ma che sta subendo un’erosione costante, a causa di interessi che, nella maggior parte dei casi, sono estranei  ai giovani. L’educazione della gioventù ha carattere pasquale, risveglia e fa risorgere la dignità umana trascendente della persona. Nell’educare non basta constatare ciò che manca o si è perso: è necessario costruire quello che la cultura non dà di per sé. E’ il “proprio” che si deve trovare nelle scuole cattoliche. “Chiediamo miracoli? E perché no?” si chiede Papa Francesco. Il Sinodo dovrà saper leggere l’inquietudine dei giovani come un linguaggio, attraverso la ricerca implicita del non stare mai fermi, del fare molte domande e critiche, aspettando sempre risposte diverse. Il Sinodo avrà davanti a sé due strade: o crede nella pietra che blocca il sepolcro e si domanda chi mai la sposterà, o crede che Lui è già uscito dal sepolcro e sta accanto. Antonio e Marco Cavanis sono stati creativi, molti dicevano loro, con tono suadente, che non aveva senso cercare di cambiare qualcosa, che non si poteva fare nulla di fronte alla situazione in cui si incontrava la gioventù povera, così non facevano niente per cambiare, e ripetevano il ritornello, citato con ironia finissima da P. Marco Cavanis: “lasciate che le cose siano quelle che sono”.




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