Istituto Cavanis 



Formazione umana, intellettuale, spirituale

Formazione umana, intellettuale, spirituale

"I giovani, la fede e il discernimento vocazionale"


15 Gennaio 2018 alle 06h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3C

Alla Università Gregoriana di Roma è stata commentata la nuova Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis. Nella formazione alla vita sacerdotale e religiosa si deve assolutamente tener presente che: i seminaristi possono essere ordinati per essere pastoralmente efficaci, solo se sufficientemente maturi dal punto di vista umano, spirituale e accademico. Se non sono maturi dal punto di vista umano, non devono essere ordinati; se immaturi spiritualmente non bisogna aver fretta; in molte situazioni è sufficiente una formazione accademica normale. I futuri sacerdoti e religiosi devono essere “solidi, ma anche flessibili”; fermi nelle certezze della fede, ma capaci di adattarle pastoralmente alle provocazioni dei tempi, all’incontro con persone diverse. Solidi ma anche pronti e reattivi a cambiare quando il cambiamento bussa, quando le strutture e le normative si rivelano invecchiate in poco tempo; capaci di incontrare la gente e dare risposte adeguate alle loro domande e alle provocazioni dei tempi; capaci di cambiare in modo radicale e veloce i punti di riferimento per la comunità. Non basta una preparazione accademica libresca, è necessaria una sempre più profonda intelligenza del mistero dello Spirito di Dio: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). La pedagogia evangelica non ha di mira “l’istruzione” ma “l’educazione/formazione”. “L’educazione dei giovani di qualsiasi estrazione sociale deve essere impostata in modo da suscitare uomini e donne, non tanto raffinati intellettualmente, quanto piuttosto animi magni” (Gaudium et Spes 31).

In genere, la Chiesa forma il suo personale, vengono vagliate le motivazioni esterne e tutti, chi più chi meno, dicono: voglio diventare prete, religioso “per essere santo”, ossia vicino a Cristo, suo collaboratore stretto. «È una risposta che collima con le richieste dell’istituzione. Assai raramente vengono indagate le motivazioni sub consce, nascoste. La vita, prima o poi, costringerà a fare i conti con le crisi. Che cosa ne sarà, allora, della fede e del desiderio di “essere santo”?  Il formando ha cercato veramente Dio e il vero Dio?” Gli eventi hanno sempre una valenza educativa nella vita di chiunque. La Chiesa ha bisogno di gente sicura. Perseverante. Finché è possibile vivere degli insegnamenti ricevuti in tal senso, tutto bene. Ma che cosa accade quando la vita ti fa incontrare qualcosa di inaspettato e imprevisto? Che fine fanno le certezze? Francesco, insiste “uscite!”, perché un’istituzione centrata su sicurezza e organizzazione non è in grado di accogliere i bisogni più profondi, spesso inespressi di seminaristi e novizi, o di formatori che hanno paura.

Un’esperienza spirituale senza guida non è mai priva di rischi. Come formare, “prendersi cura”?. Se non ami la vita non la doni, se non la doni non puoi servire, se non servi non sei libero, libero per amore del Vangelo e dei fratelli. Nelle relazioni, il primo impatto viene dalla capacità di irradiare serenità, fiducia, entusiasmo, speranza. La speranza del cristiano e del consacrato non è frutto della fuga dai problemi del quotidiano, ma è certezza, anche nella prova, che l’amore di Gesù ci raggiunge, ci coinvolge e ci salva. Cristo è la realtà ultima che illumina tutte le realtà e tutte le relazioni. Ancorati nella fede in Cristo morto e risorto, il consacrato è chiamato ad essere profeta di speranza irradiandola e contagiandola. Il religioso è preparato a lasciar sbocciare nel proprio cuore il fiore del pentimento evangelico? Non è più facile mostrare una falsa umiltà? L’unica ascesi che si può praticare in Gesù è quella della povertà, della debolezza della sua umanità, con cuore mite e umile come il suo. Le persone che aiutano il mondo a migliorare sono quelle che amano ciò che fanno, indipendentemente dalla grandezza di ciò che fanno. A che serve fare tutto sempre in affanno, senza riuscire a trattenere nulla, perché non c’è tempo di lasciarlo sedimentare?

Per ancorarsi alla vita bisogna ancorarsi al senso della vita. Sacerdoti e religiosi possono sapere molto a proposito della fede, e anche condividere questa conoscenza con altri, senza mai compiere il passo decisivo della fede, che implica sempre un incontro personale con Gesù e non con quello che si dice di lui. La fede non è altro che questa esperienza personale e cosciente dell’amore misericordioso di Dio Padre, come ha fatto Gesù sulla croce, essa passa per molte tentazioni, ne è prova la fede di Pietro in Gesù. E evidente che Pietro ama Gesù e gli è affezionato: più commette sbagli e si fa rimproverare da Gesù, e più lo ama. Gesù non cerca di nessuna qualità eccezionale nei suoi discepoli: quello che cerca è la loro debolezza, i loro sbagli, tutte quelle parti malate che hanno bisogno del suo amore. È venuto per prendere su di sé ogni nostra debolezza e trasformarla in forza, in Gesù la sua debolezza gli ha permesso di incontrare la potenza del Padre. La grazia non viene ad innestarsi nella nostra forza o nelle nostre virtù, ma nella nostra debolezza. Negare la debolezza o mascherarla è fuggire dalla grazia.




Copertina.






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