Hai coperto la mia vergogna (Anne Lécu)

Hai coperto la mia vergogna (Anne Lécu)

"I giovani, la fede e il discernimento vocazionale"


05 Febbraio 2018 alle 16h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3C

Fin dalla notte dei tempi, nel libro della Genesi, c’è un gesto di un amore unico da parte di Dio per l’uomo e la donna, creati a sua immagine e somiglianza. Adamo ed Eva, non solo abitano con Dio, ma abitano Dio. Nell’Eden dove si trovano ci sono due “alberi”, l’albero della vita che sta in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Adamo ed Eva “mangiando dell’albero della conoscenza del bene e del male”, credono più al serpente che a Dio che non aveva proibito loro di toccare quest’albero, cioè di conoscere, ma solo di mangiarne, di impossessarsene.

Sedotti, mangiano dell’albero e si sentono denudati, con la percezione di non aver conquistato nulla, ma al contrario di aver perso qualcosa, e si vergognano e si nascondono agli occhi di Dio, che li cerca. Dio non li accusa, dà la parola all’uomo: dove sei, Adamo? Scoperti, nudi e pieni di vergogna, fanno per se stessi delle cinture di foglie per coprirsi. Allora Dio vedendoli a disagio e impauriti fa per loro delle tuniche di pelli di animali e li copre. Gesto bellissimo di amore e misericordia. A differenza del mondo che ama accusare e denudare il colpevole, Dio lo “copre” e lo difende dalla vergogna. Il peccato non interessa a Dio.

Quando Dio copre il corpo, la pelle di Adamo ed Eva, dicono i Padri della Chiesa, li veste con una pelle speciale di agnello, quella dell’Agnello di Dio, il Cristo incarnato. L’uomo é rivestito di Cristo che, spogliato nell’ora della morte della sua tunica di lino, tessuta tutta d’un pezzo, lo salverà e coprirà, non con cinture di foglie, né pelli di animali, ma di Cristo. Ora, l’uomo può vivere senza paura, Dio copre i peccati, come dicono gli Ebrei nella festa del kippur. Poi Dio maledice il serpente ma non l’uomo e la donna e offre loro la possibilità di creare un nuovo habitus, abito, abitare, un nuovo stile di vita, perché l’uomo è se stesso nella misura che é unito a Dio, che abita con Dio nella felicità. Questa è la vera vocazione dell’uomo: “E Dio li benedisse, siate fecondi, moltiplicatevi, riempite la terra”.

La benedizione riveste colui che è benedetto di grazia e di luce e per la vergogna c’è un rimedio: volgere lo sguardo a Dio: “Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire” (Sal 34,6). “Non c’è vergogna per coloro che confidano in te” (Dn 3,40). Quando gli occhi di un altro mi guardano con amore mi restituiscono qualcosa di me che nemmeno sapevo di avere. Gli occhi di chi ama chiamano in vita parti insospettate nella persona amata.

Vergogna è dolore, rimorso, è guardare se stessi con l’occhio di condanna dell’altro, è auto accusa; paura di esistere, di essere sporcati, violentati e di non riuscire a staccarsi dall’accusa, considerandosi colpevoli. La vergogna è un male più grande della colpa stessa. Essere perdonati é lasciarsi coprire da Dio, mettersi al riparo all’ombra della sua bontà, rivestiti della sua fiducia. Mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male non è una caduta della carne ma dello spirito di fiducia, il frutto “è buono da mangiare, gradevole agli occhi”, Adamo ed Eva vogliono conoscere contro Dio ma fanno esperienza di finitudine e fragilità. Non potendo rendere Dio responsabile di questo si accusano l’altro e questo virus, presente fin dall’origine nell’umanità, fa perdere la fiducia l’uno nell’altro.

L’antivirus è la Misericordia divina, la forza “debole”, la mitezza o, come dice Papa Francesco, la tenerezza per combattere cinismo, durezza e prestazioni di forza e rivestirsi della mansuetudine di Cristo, e tornare a vivere da umani. Quando prendiamo coscienza della nostra personale debolezza che allora siamo forti.

Nel Nuovo Testamento, “La tunica senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo, da cima a fondo rivestirà tutti i peccatori la cui nudità e fragilità è stata esposta allo sguardo accusatore di altri perché nessun peccato, nessuna esclusione cancelli quello che ognuno di noi è fin dal principio: immagine e somiglianza di Dio. Il peccato, il “vestito vecchio” su cui non si può cucire un pezzo di stoffa nuova, ci sarà tolto e saremo rivestiti di Cristo, della tunica con la quale il padre riveste il figlio prodigo che ritorna a casa, metafora della misericordia di Dio che fa brillare la nostra somiglianza con Dio e la sua immagine in noi, così il mondo conoscerà “che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me” (Gv 17,22-23).

La misericordia di Dio è iniziata nell’atto creatore quando Dio ha voluto farci a sua immagine e somiglianza. Poi ci “ha rivestiti delle vesti di salvezza, ci ha avvolti con il mantello della giustizia” (Is 61,10) “Vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato” (Col 3, 9-11).

Vestiti della veste nuziale (Mt 22,11-14), che nelle feste di matrimonio era consegnata all’entrata del banchetto nuziale, come una specie di distintivo, possiamo entrare e partecipare del banchetto. L’unico che non ha la veste nuziale è il demonio, un intruso, come nell’Eden. Gesù non guarda la colpa, guarda me, rivestito di lui stesso, insegna a lasciare il passato al suo posto: “i morti seppelliscano i loro morti”, ci da la sua gioia perché in noi sia piena, e non ce la dà come il mondo la dà. Anche la gioia è dimensione fondamentale della misericordia per fare “opere fatte in Dio” (Gv 3, 17-21), che non ci appartengono, come un dono fatto non ci appartiene più.

Ora, come servi inutili: “guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire” (Sl 34,6), credete e annunciate la sua misericordia. Secondo il racconto evangelico di Marco, nella cattura di Gesù nell’Orto degli olivi c’è un ragazzo che per non essere preso dai soldati “lasciato il lenzuolo di cui era coperto, fuggì via nudo”. Nello stesso racconto, le donne che al mattino di Pasqua vanno al sepolcro “videro un giovane, seduto sulla destra, vestito di una vesta bianca, ed ebbero paura”.

Giovanni, nel capitolo 21 dopo la Resurrezione, presenta l’incontro di Gesù che i discepoli che stavano pescando:  “Pietro appena udì che era il Signore, si strinse ai fianchi la veste, perché era svestito e si getto in mare”.

Di solito ci si spoglia per tuffarsi in acqua. Quale il significato simbolico di questo svestirsi e vestirsi?




Copertina.






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