Quaresima 2018

Quaresima 2018

PREGHIERA - DIGIUNO - ELEMOSINA


15 Febbraio 2018 alle 06h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3c

Lo sfarzo ostentato copre sempre un’altra realtà: schiavitù, soprusi, oppressione, come nella narrazione biblica del regno di Salomone (1Re 9, 15-24). Opere edilizie senza limiti, ma a prezzo della schiavitù di popoli interi “arruolati per un lavoro forzato da schiavi, come è ancora oggi”. Un “oggi” che è in prima battuta quello del narratore, collocato in un tempo a noi distante. Ma allo stesso tempo un “oggi” che entra nel nostro presente, a denunciare con immutata forza la violenza oppressiva su cui si costruisce la prosperità dei potenti. Alla morte del re Salomone la voce dei lavoratori schiavizzati si leva verso Roboamo, il successore la trono: “Alleggerisci la dura schiavitù di tuo padre e il giogo che egli ci ha imposto e noi ti serviremo”. La via d’uscita è suggerita dagli anziani al giovane re: “Se ti farai servire sottomettendoti a loro, se li ascolterai e se dirai loro parole buone…essi ti saranno servi per sempre”. La schiavitù dovrà cedere il passo alla figura di un re che serve; alla violenza si dovrà sostituire la capacità di ascolto. Ma Roboamo non ascolterà il consiglio ricevuto. E il prezzo da pagare per continuare nell’asservimento di uomini sarà la divisione del regno, segno emblematico e concreto di una fraternità irrimediabilmente perduta. E ora?

Quando i cristiani di Roma dovettero tradurre la parola greca “agape” che Paolo e gli Evangelisti avevano scelto per dire quell’amore differente che avevano imparato da Gesù, scelsero Charitas. Presero una parola commerciale caritas, che esprimeva ciò che è caro, ciò che costa. Scelsero una umile parola dell’economia per dire la parola umana più alta di tutte, così alta da sfiorare il cielo. Ma ci misero una “h” (charitas) per dire che per quell’amore nuovo e differente la vecchia parola commerciale non bastava: c’era bisogno anche della gratuità, cioè della “charis”. Le tre pratiche quaresimali, preghiera, digiuno, elemosina "non sono fuori tempo". Esse non hanno tempo ma sono legate alla storia della civiltà umana. Sono il nostro “oggi”. Esprimono nell’uomo di ogni tempo un aspetto che ha a che fare con il senso più profondo della vita e della realtà, della gratuità e della fraternità.

PREGHIERA: per ristabilire il rapporto con Dio. La preghiera cristiana comincia con l’ascolto della Parola del Signore e lettura perseverante della Bibbia. Per san Francesco pregare è imparare a chiamare Dio col nome di “Padre”, nutrendosi della Scrittura e dell’alfabeto della fede appreso in primo luogo col latte materno, a partire dal segno della croce. La preghiera è la capacità di cui un uomo di uscire fuori della propria esperienza ed aprirsi all’orizzonte della trascendenza. La famiglia luogo dell’amore gratuito può ancora essere una scuola di preghiera? Può esserlo nella misura in cui, oltre ad insegnare a pregare, diventa il luogo in cui si insegna ai più piccoli ad immaginare, a riconoscere, che c’è una presenza differente da quella visibile.L’essenziale è invisibile agli occhi”, diceva il Piccolo Principe. I bambini sono bombardati da tantissimi stimoli, e le famiglie possono insegnare ai bambini il senso dell’invisibile, della gratuità, a chiudere occhi ed orecchie, per imparare a sentire da dentro il proprio mondo e il mondo di fuori. Essi fanno fatica a distinguere l’interno dell’esterno. Imparare a sentire da dentro significa saper scorgere anche l’invisibile nelle piccole cose gratuite di ogni giorno.

DIGIUNO: per ristabilire il rapporto con le cose. Il digiuno, non è una forma di mortificazione, ma un discernimento critico dei bisogni e desideri del nostro corpo, tramite le pratiche quaresimali, e si dispiega in tutte le sue forme: dal cibo, alla nostra relazione con le cose e con gli altri, al rapporto tra il corpo e il tempo. Nell’epoca dei social il digiuno, oltre alla condivisione del pane con chi non ce l’ha, è anche un digiuno mediatico. In passato il digiuno toccava l’aspetto alimentare. Oggi è una preoccupazione che noi occidentali non abbiamo più. Digiunare vuol dire stare sempre attenti a ciò che entra dentro di noi che ci può rendere meno liberi, più dipendenti, ciò che entra dentro di noi attraverso la bocca, gli occhi, le orecchie. In questa prospettiva, potremmo tradurre la parola digiuno con la parola “disciplina”, di cui soprattutto i giovani hanno perso il significato, la nostra qualità di umanità passa attraverso la reale capacità di disciplina, altrimenti si regredisce allo stadio disumano o inumano. Vigilare su ciò che entra dalla nostra bocca, dai nostri occhi, dalle nostre orecchie, per guadagnare in libertà e discernimento.

ELEMOSINA: per ristabilire il rapporto con le persone ed essere attenti a noi stessi, a quel groviglio di pulsioni e desideri profondi che ci caratterizza e ci rende accoglienti verso il prossimo. Il termine elemosina viene da élemos, che in greco significa pietà, ma anche balsamo, e quindi compassione e la benevolenza. Il Papa, nel messaggio per la Quaresima, auspica l’elemosina come “stile di vita”, a partire dalla concretezza della carne dell’altro. Di chi dobbiamo essere capaci di ascoltare il grido? Siamo chiamati a prendere coscienza della nostra povertà, fragilità, vulnerabilità, e del grido che portiamo dentro di noi come creature umane. Se viene veramente vissuto, tutto questo ci rende sensibili ad ogni grido dell’umanità: in ogni donna e in ogni uomo si nasconde un povero che attende di essere scoperto. Poi ci sono le urgenze, il dovere di solidarietà con i più poveri, ma non sarebbe possibile prenderci carico dei loro bisogni se non ci fosse una sensibilità abituale alla povertà che è dentro di noi e dentro ogni uomo e donna che incontriamo nel nostro cammino. Quando parliamo di elemosina, non si tratta solo di un gesto per mettere a posto la nostra coscienza, ma di una relazione di “cospirazione della speranza” con tutti. Ognuno di noi ha bisogno di un po’ di balsamo gratuito per le sue ferite!




Copertina.






Scrivi il tuo commento...