“Meglio perdenti che perduti” (David M. Turoldo)

Per cambiare non sono necessari gesti eroici, basta ritornare a vivere di vigilanza su se stessi e di preghiera, libera da ogni auto referenzialità;

Nel cammino sinodale di ogni congregazione della Chiesa, si pone il problema della possibilità che essa lentamente si spenga. Nel suo interno si continua a leggere la Parola di Dio, però non è più compresa, perché i suoi membri non la applicano a loro stessi, e le loro tradizioni religiose sono in decadenza. La situazione diventa più grave quando la congregazione non ha più “pezzi di ricambio” per le “opere” e si aspetta inerti che tutto cada a pezzi.

La vita religiosa è sequela in sincerità e autenticità, non si può continuare a chiamarsi credenti e consacrati quando, in realtà, si è increduli, non credibili, e nelle comunità regnano ambizione, invidia e vanità. Bisogna ricordare che “agli eccessi di male, sofferenza, cattiveria e ingiustizia, presenti nel mondo, Dio risponde con i suoi eccessi di bontà, misericordia, amore paterno, compassione”.

Per cambiare non sono necessari gesti eroici, basta ritornare a vivere di vigilanza su se stessi e di preghiera, libera da ogni auto referenzialità; accettare le prove e le croci quotidiane con la consapevolezza che ciascuna ha un senso e un valore. Questo ci libera da litigiosità, verbosità e a non coltivare ideali frustranti. Tali ideali, magari apparentemente buoni, condizionano le scelte di vita. Il bene di oggi non dura necessariamente anche domani, va sempre alimentato con la Parola e l’Eucaristia. 

Ci sono molti bravi religiosi, sacerdoti, educatori, ma quelli innamorati della loro missione sono relativamente pochi. Questo non dipende tanto dalla giovinezza, dal temperamento, dalla formazione, quanto dal fatto che loro ci credono con una “fede senza scampo”.

E la fede senza scampo è contrassegnata dall’amore alla Parola di Dio e agli ultimi. Dio irrompe nella loro vita con persistenza e in forma irresistibile. L’impatto è percepito come seduzione francescana “Laudato Sì”, ci si lascia sedurre dal “gemito di tutta la creazione” (Rm 8,22) dal “grido della Terra e grido dei poveri”, si scopre che siamo “Fratelli Tutti”.La sordità e la cecità, a questo riguardo, sono sempre esistite come a “Massa e Meriba”, quando “il popolo ebbe sete” (Es 17).

Nel cammino sinodale si attinge l’energia interiore per cogliere le opportunità di cambiamento e trovare la forza individuale per “convertire” il proprio stile di vita, e la volontà comunitaria di inventare un modo nuovo di “essere e fare Congregazione”. Si scoprono uomini che non vogliono fare “carriera” sulla vanità e sull’egoismo vittimista, che sono resilienti alla menzogna e al male, sempre in agguato; che danno priorità assoluta alla verità, all’onestà e alla giustizia e umilmente ammettono che il declino e la perdita di vigore, dipendevano dall’insignificanza della loro vita spirituale. 

Costoro sono profeti, uomini di Dio, della Parola, provocano crisi nella società, compiono la loro missione nella debolezza, uomini impegnati con la realtà e il loro tempo. Secondo la dimensione profetica della loro vita relativizzano i vincoli familiari (Lc 14,26), le ricchezze (Lc 14,33), e portano la croce fino alla fine (Lc 14,27; 9, 23), seguendo il Cristo.

Sono vicini al popolo, vivendo in comunità di relazioni e di carità realistica e concreta. Il profetismo della vita religiosa è profetismo di “piccolo resto”, di “fermento nascosto nella massa”, ma dona, in abbondanza, risposte e proposte di spiritualità, alla ricerca del sacro e della nostalgia di Dio, nei posti di frontiera. Bisogna, allora, sentire la necessità di essere uomini interamente disponibili a Dio, per rispondere con flessibilità, senza attaccamenti ad opere e tradizioni insensate, e con una carità straripante.

Uomini capaci di creare nuove espressioni di relazioni interpersonali, sempre bisognose di attenzione, a causa della loro fragilità e vulnerabilità. La fiducia reciproca nelle comunità religiose, non è scontata. In tempi di perdita di credibilità di ogni istituzione, ciascuno è un potenziale pericolo per la vita altrui, provoca recriminazioni e interrogativi.

Si vivono situazioni simili a quella raccontata nell’Esodo (Es 17), tempo di “prova” (Massa) e “contese” (Meriba): “il Signore è in mezzo a noi sì o no?”. Bisogna imparare a vivere di giorno in giorno e lasciare che a ciascun giorno basti la sua pena, è una saggezza mai acquisita, eppure necessaria, che lo si voglia o meno. 

P. Diego Spadotto, CSCh

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