Iniziare processi di tras-formazione spirituale permanente e non smettere mai

L’episodio evangelico della tempesta sul lago di Galilea con la barca degli apostoli in balia delle onde e del vento mentre Gesù dorme, si adatta bene al tempo che la Chiesa sta vivendo. Gli apostoli “uomini di poca fede” si disperano.

Oggi, Papa Francesco non si dispera, ma professa fiducia incondizionata nel Signore. Incoraggia i religiosi affinché professino anche loro fiducia incondizionata nel Signore, rivedendo l’autenticità della propria vita consacrata, esortandoli a uscire in missione, verso tutte le emergenze e periferie.

I religiosi, liberi dal clericalismo e dalla mondanità, sono invitati ad accogliere l’’invito: “Camminate secondo lo Spirito… lasciatevi guidare dallo Spirito… liberatevi dalle opere della carne, fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, invidie, ubriachezze, orge…”; spogliatevi dell’“uomo vecchio”, cogliete: “Il frutto dello Spirito: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé…”(Gal 5, 16-24); rivestitevi dell’“uomo nuovo” nel cammino di trasformazione permanente. Spogliarsi e rivestirsi sono processi lunghi e dolorosi perché ci nascondiamo dietro una muraglia di apparenze, ci rinchiudiamo in un piccolo mondo paranoide, come degli avatar, per paura di sbugiardare il nostro comportamento mondano.

Oggi, quasi tutte le “vocazioni” alla vita consacrata, sono di persone adulte. Per svestirsi dell’“uomo vecchio” ben stratificato, devono affrontare coraggiosamente anni di trasformazione profonda, “morire a se stessi”, spogliarsi di mentalità, abitudini, vizi e traumi della propria storia personale, sapendo di avere il tesoro della vocazione “in vasi di creta, perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi”, e che “siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati…” (2Cor 4, 7-9).

Nel cammino di trasformazione permanente anche noi Cavanis già professi perpetui, dobbiamo umilmente verificare se abbiamo preso la “strada larga” e abbandonato quella “stretta” della fedeltà al Vangelo, alla vita consacrata e al proprio carisma. Dobbiamo fare questa verifica per sentirci responsabili della propria trasformazione permanente, assumere gli sbagli commessi e le improvvisazioni superficiali nelle scelte che abbiamo fatto senza discernimento nello Spirito Santo.

Papa Francesco, ci insegna che il “tempo è superiore allo spazio” e che siamo chiamati a “iniziare processi” di trasformazione spirituale permanente. Forse non è ancora chiaro per tutti che il cammino di formazione alla vita consacrata è in realtà un cammino di trasformazione personale permanente e questa trasformazione non coincide automaticamente con i tantissimi insegnamenti ricevuti e nemmeno con la formazione accademica.

Ora è tempo di riscoprire e sperimentare che non c’è fedeltà a Dio, come religiosi e sacerdoti Cavanis, se non c’è fedeltà alla consacrazione religiosa e al carisma in un processo di trasformazione spirituale profonda e permanente. Dio chiama alla vita religiosa e poi, per mezzo dei superiori, sceglie alla professione perpetua e, per mezzo di un vescovo ci consacra nel diaconato e nel sacerdozio.

In questo lungo cammino, ciascuno deve verificare se si è impegnato a lasciarci trasformare dallo Spirito Santo. L’identità più profonda risiede nella parola: “Eccomi”, trasformami Signore, convertimi come vuoi tu, non come voglio io, fammi diventare “veramente padre dei giovani”.

Il Signore chiede a quanti lo seguono libera docilità e obbedienza al cambiamento interiore che si manifesta nella pace del cuore e nella gioia, caratteristiche di libertà da se stessi e di forti legami che ci uniscono con il Signore e con i fratelli. La Congregazione chiede a quanti vogliono entrare nella vita religiosa Cavanis, per diventare fratelli in mezzo ad altri fratelli, di disporsi a stare con i giovani nella quotidianità della loro vita, perseverando nel processo di trasformazione permanente, senza cedere al “clericalismo, al voler far carriera, al culto delle apparenze”.

Sono tutte “strade larghe” che allontanano dai giovani e dai poveri, non favoriscono la trasformazione spirituale, fanno perdere il senso, la bellezza e la missione della consacrazione religiosa. Bisogna resistere alla tentazione di ancorarsi dogmaticamente alle proprie illusioni, con il rimpianto di un passato che non torna più. Lo chiede la nostra coscienza di esseri umani e di consacrati.

P. Diego Spadotto, CSCh

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